The Stibbert Museum: A Cultural Paradox

By Justin Barber (Lorenzo de’ Medici)

The Stibbert Museum is an experience quite unlike any other to be found in Florence. Upon entering its small and constricted lobby, there is little evidence of what treasures may lie in wait for those who do not have prior knowledge of Frederick Stibbert or his 19th-century collecting habits. What results, however, from this voyage into the past is both a sense of wonder and accessibility, which is ultimately stifled by crippling museological decisions.

It is immediately clear upon entering the first room that this collection is vast. The large, open space of this and subsequent rooms are packed so tightly with a wide range of armor, paintings, furniture, and ancient artifacts that they seem to challenge even the densest rooms of the Pitti Palace. This aspect creates the immediate dilemma of what to focus on as the quality of the collection and individual items demand attention and time to appreciate. To this end, the greatest advantage of this chosen method of display is that there is no barrier between the visitor and the objects on display. In contrast, the sheer variety of objects also means that some very odd choices had to be made in order to display everything the museum has to offer. For example, the first area is lined with armor, weapons, furniture, and paintings, all of the European tradition; however, tucked beneath the staircase are several Egyptian sarcophagi, as well as other sacred burial objects.

The paradox that is created due to the size of the collection and the 19th-century method of display, as dictated in Fredrick Stibbert’s will, spills into all aspects of the museum. The lighting of the museum is very much based on natural light shining through stained glass windows. The little artificial lighting that is provided is sparse and rarely complimentary to the collection, with the exception of one room using a much more contemporary method of exhibition. Much of this collection is also displayed in a way reminiscent of a cabinet of curiosities, but with weaponry and domestic items from all over the world replacing natural wonders. This makes it very difficult to decipher how these pieces may relate to each other, aside from their similar functions and generalized geographic association.

This cluttered and stagnant presentation method also forces some very bizarre curatorial choices for temporary exhibitions, such as Giovanna Ferragamo’s fashion collection. In this case, mannequins featuring Ferragamo’s 20th-century fashion designs are randomly dispersed among the very 19th-century furniture and living quarters, noticeably changing the natural feel of the rooms into something a bit more surreal. This seems counter-intuitive to the museum’s goal of capturing the experience of 19th-century exhibition styles, as Fredrick Stibbert intended, regardless of the museum’s intentions to celebrate the “rags to riches” parallel between the Stibbert and Ferragamo families. In an even more incomprehensible decision, Stibbert’s extremely rare collection of 1876 Japanese Sword Hunt weapons and armor are only on limited display by special request three times a week. This specific part of his collection has the potential to draw people from all over the world and is prominently displayed in the museum’s catalogs, but its limited access severely hinders its cultural value to the average visitor. It may be a simple matter of conservation; however, there is a thin line between historic preservation and cultural relevance.

Throughout the museum, the little information provided is not very helpful in overcoming the challenge of comprehending the collection. There is little in the way of descriptions and the tour guide provided spoke very little, if any, English. In addition, the sporadically offered texts are often a mere overview describing the room’s organization in very general terms. No specifics are given and many details are up to the visitor to decipher, such as which collections are European, Islamic, Indian, or Persian. Given the size of the collection and the unchangeable method of display, it’s understandable that the museum would struggle to create a more comprehensive experience – yet it is apparent that much more could be done.

The size and quality of the collection, the dense method of display, and the limited information all beg for one very important aspect: time. What time is provided is unsatisfactory at best. Visitors are given one hour to see the entire collection, which for anyone with more than a passing interest, is not nearly enough. The tour guide, who doubles as a guard, sets the pace for the entire visit and can create some very awkward moments during the tour, such as quickly rushing a tour group through a door while pointing to a picture above it and simply saying “Botticelli!” Regardless of interest, the tour moves forward with a deliberate pace, for better or worse.

Despite all of these criticisms, there is no doubt that this collection is worth seeing. There is no other like it in Florence and perhaps the world. Fredrick Stibbert’s original curatorial decisions and fascinating collection tastes have created an experience that would be lost with a more contemporary approach. Simple modern changes, however, could drastically improve the visitor’s experience and, in turn, increase the relevance of the museum to a broader audience. Ultimately, it is the challenge of the staff and trustees to resolve the inherent paradox of bringing the Stibbert Museum into the 21st century without sacrificing what makes the overall experience so special. No easy task, indeed.

 

Il Museo Stibbert: un paradosso culturale

di Justin Barber (Lorenzo de’ Medici)

Il Museo Stibbert è un’esperienza abbastanza differente da quelle che di solito si incontrano a Firenze. Dall’entrata, un piccolo corridoio angusto, non si ha idea di quali tesori potrebbero trovarsi all’interno, almeno per coloro che sono privi di conoscenze pregresse relative a Frederick Stibbert o alle sue attitudini di collezionista del XIX secolo. Ciò che emerge, comunque, da questo viaggio nel passato, è un senso sia di meraviglia, sia di accessibilità nei confronti dell’oggetto in esposizione, che è in definitiva soffocato da scelte museologiche avventate.

È chiaro da subito, una volta entrati nella prima sala, che la collezione è vasta: questo ambiente, come le stanze seguenti, è aperto e grande, ma decorato in maniera così fitta da un’ampia gamma di armature, dipinti, mobili, e antichi manufatti che sembra sfidare anche le più dense sale di Palazzo Pitti. Questo aspetto crea il dilemma immediato di ciò su cui focalizzarsi, dato che sia la qualità della collezione che i singoli manufatti richiedono attenzione e tempo per essere apprezzati. A tal fine, il maggior beneficio di questa scelta espositiva è che non c’è alcuna barriera tra il visitatore e l’oggetto in mostra. Al contrario, la grande varietà delle opere comporta anche che alcune scelte molto insolite vengano fatte per poter esporre tutto ciò che il museo ha da offrire. Per esempio, la prima area è circondata da armature, armi, mobilia e dipinti, tutti di tradizione europea, ma proprio sotto la rampa di scale sono rintanati diversi sarcofagi egizi insieme ad altri oggetti sacri funerari.

Il paradosso che viene creato, dovuto alla grandezza della collezione e all’allestimento del XIX secolo, così come fu dettato nel testamento di Frederick Stibbert, è presente nell’intero museo e in tutti i suoi aspetti. L’illuminazione ricorre soprattutto alla luce naturale che filtra attraverso le vetrate, mentre quella artificiale è usata di rado e non riesce sempre a omaggiare la collezione, eccezion fatta per una stanza che usa un metodo di esposizione più recente. Molto di questa raccolta è anche presentato in maniera da ricordare un gabinetto di curiosità, che vede però le meraviglie e rarità naturali rimpiazzate da armi e oggetti domestici provenienti da tutto il mondo. Questo rende molto complicato decifrare come ogni pezzo sia in relazione con l’altro, a parte la loro simile funzione e la generica associazione geografica.

Una presentazione così ingombrante e stagnante forza anche alcune scelte curatoriali bizzarre nell’organizzare mostre temporanee, come quella (ora in corso) sulla moda di Giovanna Ferragamo, in cui i manichini con indosso le sue creazioni novecentesche si trovano sparsi in modo casuale tra l’arredo del XVIII secolo, alterando notevolmente la sensazione naturale e originale dei quartieri una volta abitati e rendendoli surreali. Tutto questo però non è nelle intenzioni del museo, giacché una delle didascalie rivela che tale accostamento è dovuto e solamente legato all’interesse di Stibbert per la moda e al fatto di essere parente di Ferragamo. Per una decisione ancora più incomprensibile, la collezione estremamente rara di spade, armi e armature giapponesi, raccolta da Stibbert dal 1876, è visibile soltanto su richiesta tre volte a settimana. Proprio questi oggetti hanno la capacità di attirare persone da tutto il mondo e vengono preminentemente mostrati nei cataloghi del museo, ma l’accesso limitato è un ostacolo al suo valore culturale per la maggior parte dei visitatori; può essere semplicemente un problema di conservazione, ma esiste una linea sottile tra la preservazione storica e la rilevanza culturale.

Attraverso il museo, le poche informazioni che si incontrano non sono del tutto adatte a far comprendere la natura della collezione: c’è poco in termini di descrizione, e anche il personale che accompagna i gruppi durante la visita parla molto poco, se lo fa, in inglese. In più i testi, piuttosto sporadici, offrono semmai una generica descrizione dell’ordinamento della stanza e, non avendo altro di più specifico, è compito del singolo visitatore decifrare cosa fa parte delle collezioni europee, islamiche, indiane o persiane. Vista l’ampiezza della raccolta e dato il suo invariabile allestimento, è comprensibile che il museo lotti per creare un’esperienza più comprensiva – ma è evidente che molto di più potrebbe essere fatto.

La ricchezza e la qualità della collezione, il denso metodo di esposizione e le informazioni limitate, conducono insieme a un aspetto molto importante: il tempo. Il tempo concesso infatti non è abbastanza, ai visitatori è lasciata solo un’ora per ammirare l’intero museo, sessanta minuti che per chiunque abbia più di un interesse superficiale non sono lontanamente adeguati. La guida ricopre anche la funzione di custode e imposta il ritmo di tutta la visita, creando talvolta alcuni momenti davvero scomodi nel corso del tour, come l’affrettare un gruppo verso una porta indicando allo stesso tempo un dipinto sopra di essa e semplicemente dicendo “Botticelli!”. Senza considerare interessi personali da parte del visitatore, l’itinerario prosegue con un’andatura impostata, che a lui piaccia o no.

Nonostante tutte queste critiche, non c’è dubbio che questa raccolta meriti di essere vista, anche perché non ce ne sono di simili a Firenze e, forse, nemmeno al mondo. Le scelte curatoriali originali di Frederick Stibbert e il suo affascinante gusto collezionistico hanno creato un’esperienza che sarebbe stata persa con un approccio più contemporaneo. Semplici e moderne modifiche, comunque, potrebbero migliorare drasticamente la percezione del visitatore e, inoltre, aumentare l’importanza del museo fino a raggiungere un pubblico più ampio. Infine, è una sfida per lo staff e gli amministratori cercare di risolvere l’inerente paradosso di portare il Museo Stibbert nel XXI secolo senza sacrificare ciò che rende tutta l’esperienza così speciale. Un’impresa non semplice, effettivamente.

Museum of San Marco

By Theresa Wilson (Lorenzo de’ Medici)

Nestled beside the Church of San Marco, the Museum maintains an unassuming presence in the heart of Florence, despite the fact that it is connected to a religious complex that has gradually expanded to occupy over a city block. Yet, San Marco is arguably one of the most precious gems in Florence. Its walls are home to numerous frescoes by the great Fra Angelico, including his Annunciation, a Renaissance masterpiece in the depiction of light, perspective, and the rendering of its distinctly Florentine architecture. Moreover, the physical space of the museum is one in which a historical impression is overwhelmingly perceptible. There is a strong sense of austerity and  serenity that is present in this previous monastery, where monumental and complex figures once resided: Girolamo Savonarola, Fra Angelico, St. Antonino, and Cosimo de’ Medici. In addition to the sensation that is created by the space itself, the presentation of objects within, as well as the educational guidance of the labeling, renders this museum one that is harmoniously and intricately connected to its history.

The path of the visitor through the museum progresses naturally and is well marked with arrows and signs. On two sides of the square cloister, informative and clearly labeled text panels describe, in both Italian and English, the evolution of the simple appearance of this space, which was built around 1440 by Michelozzo. This introductory description is conducive to visualizing the layers of history that comprise San Marco. From the cloister, several doors allow entrance to the main floor of the building: one can choose to begin with either the lobby, chapterhouse, or the standard room.

In the lobby, eight large paintings line the parallel walls; however it is unfortunate that the narrow space and poor lighting in the hallway renders a proper viewing difficult. A pleasing element of this section, in contrast, is the presence of a text panel including pictures and descriptions of the process and challenges of how one of the paintings was restored.

For visitors enthusiastic to understand more of the recent San Marco restorations, the chapterhouse contains large and neatly displayed text panels with detailed explanations of the phases of restoration for items such as a 15th century bell, La Piagnona, and Savonarola’s processional standard. The shortcoming, however, is that one with insufficient knowledge of Italian may be disappointed, as no English description is available. In fact, as visitors make their way to the upper floors, English texts become less frequent. In some cases, it may cause the viewer to be uncertain as to what he or she is observing. For example, a few of the cells in the main corridor display a piece of glass covering a cavity in the floor, underneath which the remnants of the 13th century Silvestran monastery are visible. Without an explanation, this fact is difficult to decipher. Of course, the museum has been in the process of much revamping over the past two decades, so perhaps translation is a work in progress. It could also be due to spatial limitations, especially as the descriptions are already of large proportions. Regardless, the inconsistency proves disappointing.

One solution to the linguistic problem may be the guidebook, which is provided at the entrance and in the gift shop in English, Italian, Spanish, Dutch, French and Chinese. Complete with a map, opening hours, labeled color photographs and a history of the museum, the book is an effective tool to guide Italian and foreign speakers alike. However, this small book costs 9.50€ in addition to the 4€ for a regular priced ticket, and lacks the specifics of the restorations that are described in the Italian text panels.

A section that does not possess this limitation is the spacious library on the second floor. It is one of the most beautifully and professionally presented areas of the museum. All of the labels and descriptions are in both English and Italian. The natural lighting is properly controlled in this library, and a rotating collection of illuminated choir books commissioned by Cosimo de’ Medici are displayed in individually lit glass cases. A few of the cases contain a comprehensive display of replicas of pigments and tools, as well as descriptions of the process monks used to create illuminated manuscripts. The exhibit takes an even further step in another text panel, which explains the development of the concept of the studiolo. These educational aids are effective in illustrating the idea of daily life at this religious complex, while prompting the visitor not to conceptualize the space statically, but through its evolution.

Furthermore, the visitor can glance into the life of the individuals who inhabited the convent. Savonarola’s personal cell is open and contains paintings and cameos that represent both depictions of the friar as a martyr as well as those images not sympathetic to this view. There is also a collection of his personal and devotional items, as well as his desk.  This room presents an objective view, while exposing the visitor to the controversy and conflict that surrounded this figure, another example of the overall success of the Museum of San Marco as a multifaceted presentation of history through objects and space. Despite some flaws, this is a place to visit.

To fully experience the richness of this museum, it is advisable to go early and allow time for a leisurely visit. More information can be found at www.polomuseale.firenze.it/en/sanmarco  or by calling 055 2388608.

 

 

Il Museo di San Marco

di Theresa Wilson (Lorenzo de’ Medici)

Situato accanto alla chiesa di San Marco, il Museo di San Marco mantiene una presenza umile nel cuore di Firenze, nonostante sia legato a un complesso religioso che si è progressivamente esteso fino a occupare più di un isolato. Ancora, San Marco è una delle gemme più preziose di Firenze: le sue mura infatti ospitano numerosi affreschi del grande Beato Angelico, inclusa la sua Annunciazione, capolavoro del Rinascimento per la raffigurazione della luce, la prospettiva, e l’architettura dipinta distintamente fiorentina. In più, lo spazio fisico del museo rende davvero percettibile l’impronta storica che vi è dietro, poiché il monastero, che una volta accoglieva figure famose e complesse come Girolamo Savonarola, Beato Angelico, Sant’Antonino e Cosimo de’ Medici, è ancora abitato da un forte senso di austerità e allo stesso tempo di serenità. Insieme alla sensazione creata dall’ambiente stesso, la presentazione degli oggetti qui contenuti, come del resto i pannelli dal carattere istruttivo che guidano il visitatore, rende questo museo armoniosamente e intricatamente connesso alla sua storia.

Il percorso museale si sviluppa naturalmente ed è ben segnalato da frecce e indicazioni. Sui due lati del chiostro quadrato pannelli illustrativi dalle didascalie molto chiare descrivono, sia in italiano che in inglese, l’evoluzione del semplice aspetto di questo spazio, costruito intorno al 1440 da Michelozzo; queste informazioni introduttive conducono così il visitatore a visualizzare la stratificazione della storia che riguarda San Marco. Dal chiostro diverse porte permettono l’ingresso al piano terreno dell’edificio, potendo scegliere di iniziare la visita dal corridoio, dalla sala capitolare, o dalla sala dello stendardo.

Nel corridoio, otto grandi dipinti sono allineati lungo le pareti, ma sfortunatamente l’ambiente così stretto e la poca illuminazione ne rendono difficile una visione appropriata. Diversamente, un elemento piacevole di questa sezione è la presenza di un pannello illustrativo che include figure e descrizioni delle fasi di restauro di uno dei quadri, evidenziandone anche i momenti più critici.

Per i visitatori curiosi di approfondire l’aspetto del recente restauro di San Marco, la sala del capitolo contiene altri bei pannelli con spiegazioni dettagliate riguardo ai lavori eseguiti su oggetti come una campana del XV secolo, La Piagnona, o lo stendardo processionale di Savonarola. Un difetto, comunque, è la mancanza di descrizioni in lingua inglese, per cui qualcuno senza conoscenza dell’italiano potrebbe rimanere deluso: infatti, come i visitatori salgono ai piani superiori, i testi in inglese diventano meno frequenti, talvolta causando in loro dubbi su cosa stiano davvero osservando. Per esempio, alcune delle celle lungo il corridoio principale mostrano un vetro che copre una cavità nel pavimento, sotto il quale sono visibili i resti del convento silvestriano del XIII secolo, cosa che senza una spiegazione è difficile da decifrare. Certamente, il museo è in fase di riorganizzazione dagli ultimi vent’anni, quindi forse la traduzione deve essere ancora ultimata, oppure ci potrebbero essere limitazioni di spazio, specialmente perché i panelli descrittivi sono molto ingombranti. In ogni caso, la contraddizione si rivela deludente.

Una soluzione al problema linguistico potrebbe essere la guida, che è in vendita all’ingresso e nel gift shop, in inglese, italiano, spagnolo, tedesco, francese e cinese. Completo di mappa, orari, fotografie a colori e loro descrizioni, nonché della storia del museo, il libretto è uno strumento efficace per guidare italiani e stranieri. Tuttavia, questo agile oggetto costa 9,50€, oltre al biglietto intero di 4 €, e difetta dei particolari riguardo al restauro che invece sono illustrati nei testi dei pannelli in italiano.

Una sezione che non possiede queste limitazioni è la spaziosa biblioteca del primo piano: è una delle più belle sale del museo, presentata davvero in modo professionale, e finalmente tutti i cartellini e le descrizioni sono in doppia lingua. La luce naturale è debitamente controllata in questo ambiente, dove una collezione di libri corali miniati commissionata da Cosimo de’ Medici viene esposta, a rotazione, in teche di vetro singolarmente illuminate. Alcune vetrine ospitano anche copie di pigmenti e strumenti, insieme alla spiegazione del processo che i monaci attuavano per creare codici miniati. Tale esposizione viene ancora approfondita da un ulteriore pannello, che illustra lo sviluppo del concetto di “studiolo”.  Questi supporti didattici si rivelano efficaci nel rendere l’idea della vita quotidiana in questo complesso religioso, permettendo al visitatore di non concepire lo spazio staticamente, bensì attraverso la sua evoluzione.

Inoltre, il visitatore può sbirciare nella vita degli individui che abitarono il convento. La cella personale di Savonarola è aperta e contiene dipinti e cammei che rappresentano la sua immagine di frate e quella di martire, insieme a una collezione di suoi oggetti devozionali e personali, come la sua scrivania. Questa stanza permette uno sguardo oggettivo introducendo chi osserva alle controversie e ai conflitti che circondavano questa figura, e si rivela l’ennesimo esempio del successo del Museo di San Marco come presentazione sfaccettata della storia attraverso oggetti e spazio. Nonostante alcune mancanze, si tratta di un ambiente da visitare.

Per godersi pienamente la ricchezza del museo, è consigliabile entrare presto e ritagliarsi più tempo per una visita tranquilla. Più informazioni si trovano sul sito web: www.polomuseale.firenze.it/musei/sanmarco o chiamando il numero 055 2388608.

Figurative Borders of the Renaissance from the Horne Collection

By Giulia Bagni (University of Florence)

The small exhibit, which is found in the only room on the ground floor of the Horne Museum, has been curated by the director, Elisabetta Nardinocchi, and by Laura Zaccagnini. The ticket for the exhibit also includes admission to the museum itself. After having acquired the palace in 1911, Herbert Percy Horne began a rigorous program of philological restoration. He studied archival documents and displayed his collection in order to recreate the sense of  Renaissance rooms, without the aim of selling his works, unlike his contemporaries. The goal of the exhibit is to convey to the visitor how the great collectors and antiquarians of Florence, from the middle of the 19th century to the beginning of the 20th century, developed an interest not only for painting and sculpture, but also for the so-called “minor arts,” such as textiles. These collections were garnered by other important figures like Carrand and Franchetti (whose acquisitions have been donated to the Bargello Museum), Stibbert, and Bardini. This factor may not be known by many, as these objects are often excluded from display, in favor of paintings and sculptures, due to conservation reasons. In fact, the “figurative borders” in the exhibit have never before been seen by the public.

The show is introduced by two brief panels, attributing the design of the textile scenes to artists of the caliber of Verrocchio and Ghirlandaio. On one of these is a reproduction of an old photo illustrating how Herbert Horne appreciated these types of handmade works so deeply that he included them in the display of his collection. The visit, in fact, takes place under the enthusiastic gaze of Horne himself, as his portrait hangs in the room, while he holds a model of the Kneeling Venus of Giambologna, one of the most important pieces of his collection.

The Florentine textiles on display are fragmentary, originally parts of liturgical cloaks, hoods, altar cloths, and other vestments, and are laid out and well-illuminated. They are accompanied by their respective labels in cases which are, not by coincidence, made of wood so as to avoid conflicting with the antique furniture in the museum – situated on the two upper floors. The works are displayed by subject, from the 15th to the 16th century. With the title of the exhibit, one may perhaps think that it concerns embroidery and, although the textiles are equally precious, as they are made of silk, linen, and gold thread, they are less expensive than embroidery. The scenes illustrated tend to repeat themselves, as they were borders whose main function was decorative. Therefore, one may find episodes such as the Annunciation, the Resurrection, the Assumption of the Virgin, and the Nativity along with vegetal and geometric motifs. These are only fragments of borders, as in the 19th century liturgical vestments were frequently cut into pieces before being sold, so as to lend a higher profit.

The display is certainly interesting, though it may have been much more so if it had displayed a greater number of works, even if only to convey the richness of Horne’s textile collection. In addition, the curators could have made it more stimulating by adding reproductions of liturgical cloths, so as to let the visitor understand the use of these borders in the vestments of the Renaissance, especially as most people today do not know what a cope or a chasuble is.

The exhibition is part of a larger initiative titled Luxury and Fashion in Florence: Unique Glimpses into the Bardini, Horne, and Stibbert Museums, which includes the Stibbert and Bardini Museums, each hosting an exposition on the theme of contemporary fashion.

For more information, visit the website at http://www.museohorne.it/

 

 

Bordi figurati del Rinascimento nella collezione Horne

di Giulia Bagni (Università di Firenze)

La piccola mostra, che si svolge in un’unica stanza situata al piano terreno del Museo Horne, è stata curata dalla direttrice, Elisabetta Nardinocchi, e da Laura Zaccagnini.

Nel prezzo del biglietto è compresa anche la visita al Museo vero e proprio: Herbert Percy Horne, a differenza di altri suoi contemporanei, dopo aver acquistato il palazzo nel 1911, lo sottopose a un rigoroso restauro filologico, attraverso lo studio di documenti dì archivio, e poi vi allestì la sua collezione, senza fini di vendita, riproducendo gli ambienti di una dimora del Rinascimento. Lo scopo della mostra è proprio quello di far percepire al visitatore come, tra i grandi collezionisti e antiquari che si trovavano a Firenze tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, si fosse sviluppato un interesse non solo per la pittura e la scultura, ma anche per le cosiddette arti minori, come appunto i tessuti. Basti ricordare come questi vennero raccolti e collezionati anche da altre importanti personalità come Carrand e Franchetti (le cui collezioni sono state donate al museo del Bargello), Stibbert e Bardini. Un aspetto spesso sconosciuto ai più, poiché non di rado questi oggetti vengono sacrificati nelle esposizioni permanenti per ragioni di conservazione e a favore di pitture e sculture. Infatti i “bordi figurati” presentati in questa occasione sono inediti al pubblico.

La mostra è introdotta da due sintetici pannelli, in cui si attribuiscono i disegni delle scene ad artisti del calibro di Verrocchio e Ghirlandaio. In uno di questi poi è stata riprodotta una foto d’epoca in cui si vede bene come Herbert Horne apprezzasse questo tipo di manufatti tanto da renderli parte integrante dell’allestimento della sua collezione. La visita inoltre avviene sotto lo sguardo affascinato dello stesso Horne, poiché nella stanza è affisso un suo ritratto mentre tiene in mano un bozzetto della Venere inginocchiata di Giambologna, pezzo importante della propria raccolta.

I tessuti esposti sono tutti frammentari, di provenienza fiorentina, e originariamente facenti parte di parati liturgici, piviali, tovaglie, pianete, e, distesi e ben illuminati, sono accompagnati dai relativi cartellini all’interno di vetrine; vetrine che non a caso sono in legno, per non contrastare con l’allestimento e i mobili antichi esposti nel museo vero e proprio, che si sviluppa sui due piani superiori. I pezzi sono allestiti per soggetto e vanno dal quindicesimo al sedicesimo secolo. Probabilmente dal titolo della mostra si potrebbe pensare che si tratti di ricami, invece, come abbiamo detto, sono tessuti: comunque preziosi, perché realizzati con seta, lino e fili dorati, ma meno costosi dei ricami veri e propri. Le scene che vi sono rappresentate si ripetono tra loro in quanto si tratta appunto di bordi la cui funzione principale era quella di produrre un effetto decorativo, e così si incontrano episodi come l’Annunciazione, la Resurrezione, la Madonna in Gloria, la Natività, accanto a motivi vegetali e geometrici. Come abbiamo già detto, si tratta di frammenti di bordi, perché nell’Ottocento i parati liturgici, prima di essere venduti, venivano tagliati per ricavarne il maggior numero di pezzi e quindi avere un guadagno maggiore.

L’esposizione risulta interessante, ma avrebbe potuto esserlo molto di più se si fosse scelto di esporre un numero maggiore di pezzi, anche solo per dare l’idea di quanto sia ricca la raccolta di tessuti di Horne. Inoltre gli organizzatori l’avrebbero resa più stimolante aggiungendo anche riproduzioni di abiti liturgici per permettere al visitatore di rendersi conto dell’uso di questi bordi nei parati rinascimentali: non tutti infatti oggi sanno cosa sia un piviale o una pianeta.

La mostra si inserisce all’interno di un più ampio programma dal titolo Lusso e moda. Percorsi insoliti nei musei Bardini, Horne e Stibbert che coinvolge appunto anche i musei Stibbert e Bardini,  che ospitano due esposizioni aventi come tema la moda contemporanea.

Per maggiori informazioni visitate il sito http://www.museohorne.it/

The New Frontier: History and Culture of the Native Americans from the Collections of the Gilcrease Museum

By Silvia Zanella (University of Florence)

Recently extended until January 9, 2013, the exhibit, The New Frontier, is currently on display at the Palazzo Pitti. Already brought to light by the title, the main problem with the perception of the history and culture of the Native American peoples is that, in the 21st century, these aspects seem practically unknown and, therefore, new. For the 500th anniversary of the death of Amerigo Vespucci, from whom the continent derives its name, the city of Florence has organized an exhibition with the good intentions to recover and revive the history of this culture, erased in large part by colonizers. This has been accomplished through the display of works from the collections of the Gilcrease Museum in Tulsa, Oklahoma, the state with the highest number of Native American citizens.

The exhibit is developed into two sections, one being historical and the other anthropological. This division is clear, as the sections are found in two distinct locations (the first in the Andito degli Angiolini, the second in the Costume Gallery on the upper floor) and as the colors chosen for the walls are light green and red, respectively. In the first area, the works feel very crowded, also because the space itself is small, while the second is grander and more pleasant, as one passes through its ample successive rooms. The lighting is well executed in both spaces, even though, in the Andito degli Angiolini, it reflects off the green walls to soothe the vision, while in the Costume Gallery it is more aggressive.

The historical aspect is presented through romantic landscape paintings (such as those by William Robinson Leigh and Joseph Henry Sharp) and photographs of Natives on horseback or in their homes with everyday objects, illustrating the various geographical areas in which they were settled (Plains and Prairies, Arctic, Eastern, and Northwest Coast), but inevitably reinforcing the stereotypical view of the “Indian” as portrayed in old Western films. Though the intent is respectable, instead of offering a more didactic and insightful presentation, they have chosen to reduce the content in the explanatory panels and to count solely on the artworks. Without doubt, they are aesthetically pleasing; however, they unfortunately repeat the story of the “noble savage,” reasserting the idea of a virtually extinct civilization.

The second section – which one enters after having climbed the stairs and weaved through a maze of hallways – employs a red color in tune with the red carpet used throughout the rest of the museum. Here, one gets the impression of truly entering the world of the indigenous culture. Each room presents an aspect of this life: weapons and horse trappings, battle headdresses, bison hunting, campsites and homes, clothing, games, and dances. Certainly, this area is more interesting and shows perhaps lesser-known objects, such as cradle boards for carrying infants on one’s back, moccasins decorated with beads, and fabric dolls dressed in Native clothing, corresponding to the European equivalent. This allows one to reflect on the connections with a culture that has been so mistreated by the white man. The two cultures are more similar than is let on by the display which, instead of proposing relationships in clothing, accessories, or shoes, presents examples of Native and European life in separate rooms to underline their differences. This division, on the one hand, allows the visitor to make connections between items such as European dresses decorated with Swarovski jewels and the colored beads of Native Americans, while, on the other hand, it can be seen as a flaw. The path of the exhibit is frequently interrupted by rooms in the Costume Gallery housing its permanent collection. This leaves the visitor perplexed, who may wonder if there is any connection at all between the Native objects that have just been seen and this Western clothing. If one is captivated by these creations of high fashion, it is possible to forget the exhibit he or she is visiting and reenter, somewhat surprised, into a room with feathers, beads, and horses.

Aside from these criticisms, it is encouraging to see exhibits such as this that attempt to tell the story of a culture and to break the stereotypes that we are all victims of, whether we like it or not.

 

La Nuova Frontiera. Storia e cultura d’America dalle collezioni del Gilcrease Museum

di Silvia Zanella (Università di Firenze)

Prorogata fino al 9 gennaio 2013, si tiene da luglio presso Palazzo Pitti a Firenze la mostra La Nuova Frontiera. Già il titolo mette in luce il problema principale legato alla ricezione della storia e della cultura dei popoli nativi d’America: nel XXI secolo questi aspetti risultano a noi praticamente sconosciuti e quindi nuovi.

Cogliendo l’occasione del cinquecentenario dalla morte di Amerigo Vespucci, colui a cui si deve il nome del continente, Firenze organizza una mostra col nobile intento di recuperare e rivivere la storia di questa cultura cancellata in gran parte dai colonizzatori, attraverso l’esposizione di opere provenienti dalle collezioni del Gilcrease Museum di Tulsa che si trova in Oklahoma, lo stato americano con più nativi tuttora abitanti.

L’esposizione si articola in due parti, una dal taglio storico, l’altra legata all’ambito antropologico. La suddivisione appare chiara sia perché le sezioni si trovano in due luoghi distinti (la prima nell’Andito degli Angiolini, la seconda nella Galleria del Costume al piano superiore) sia per il colore diverso che è stato scelto per le pareti, rispettivamente verde chiaro e rosso. La prima risulta più affollata di opere per via degli spazi che fisicamente sono piccoli, la seconda è sicuramente più piacevole per il largo respiro degli ambienti che si succedono uno dietro l’altro. L’illuminazione è buona in entrambe le sezioni; sebbene quella dell’Andito degli Angiolini, riflettendo sulle pareti verdi, risulti più riposante per la vista, mentre quella della Galleria del Costume è più aggressiva.

L’aspetto storico è presentato attraverso quadri romantici con vedute di paesaggi incontaminati (come, per esempio, le opere di William Robinson Leigh e Joseph Henry Sharp), fotografie con indigeni a cavallo o nelle loro tende e oggetti di vita quotidiana che hanno lo scopo di illustrare le varie aree geografiche in cui i nativi erano insediati (Pianure e Praterie, Artide, Est, Costa Nord), ma che finiscono inevitabilmente per riconfermare la visione stereotipata dell’indiano come ci viene proposta dai film western. L’intento è sicuramente da apprezzare, perché, invece che offrire una presentazione maggiormente didascalica e approfondita, si è preferito ridurre i contenuti dei pannelli esplicativi e puntare sulle opere. Esse senza dubbio sono suggestive, anche se ancora una volta esprimono il dramma della scomparsa, cioè ribadiscono l’idea comune di una civiltà praticamente estinta.

 

La seconda sezione, a cui si accede dopo aver salito le scale e attraversato una gincana di corridoi, si apre all’insegna del colore rosso che si intona a quello del tappeto delle sale del resto del museo. L’impressione è quella di entrare nel vivo della cultura indigena. Ogni sala ne presenta un aspetto: le armi, gli accessori di protezione del cavallo, i copricapi da battaglia, la caccia al bisonte, le tende-tepee, gli abiti, i giocattoli, la danza. Sicuramente questa parte è più interessante e ci mostra oggetti pressoché sconosciuti, come le culle per portare i neonati in spalla (per noi più simili a delle slitte), i mocassini decorati con le perline e le bambole di pezza abbigliate all’indiana, corrispettivo delle nostre vestite all’europea. Ecco, questo fa riflettere sui punti di contatto che esistono con una cultura tanto bistrattata dall’uomo bianco. Le due culture si somigliano più di quanto sia lasciato intendere da questo allestimento che, invece di proporre confronti di abiti, accessori e scarpe, presenta esempi indigeni ed europei in sale distinte in modo da sottolinearne la differenza. Tale separazione, se da un lato stimola il visitatore a creare dei collegamenti, ad esempio tra la decorazione in swarovski sui vestiti europei e quella di perline colorate dei nativi, dall’altro rappresenta un neo del percorso espositivo. Esso, infatti, viene interrotto dalle sale della Galleria del Costume che ospita la sua collezione permanente. Tutto ciò lascia perplesso il visitatore, che potrebbe domandarsi se esista un qualche nesso con ciò che ha visto fino a qualche istante prima e questi abiti occidentali. Egli poi, se catturato da queste creazioni di alta moda, si dimentica della mostra che stava visitando e ritorna, quasi sorpreso, in sale con piume, tende e cavalli.

Al di là di queste critiche, è buona cosa che si promuovano iniziative di recupero delle culture che possono sfatare gli stereotipi di cui tutti noi siamo vittima, volenti o nolenti.