Marino Marini Museum



Marino Marini Museum
Looking forward while remembering the past: Florence’s first contemporary art museum
By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Open Saturday – Monday 10:00-19:00
Tickets: free

Just behind the bustling Piazza di Santa Maria Novella and steps from via Tornabuoni, the Marino Marini Museum allows visitors a peaceful reprise from the busy streets of the city center. The museum’s permanent collection, donated to the city in part by the artist and his wife Marina Marini after his death in 1980, provides space to contemplate the work of one of Italy’s most renowned contemporary sculptors in a building with a complex history.

The contrast between the rough stone exterior and the modern industrial first floor entrance is immediately striking. After climbing the exterior staircase, which belonged to the now deconsecrated church of San Pancrazio, visitors are greeted into the cavernous space with metal beams and natural wood that recall the materials used to realize Marini’s sculptures.

The open floor plan of the repurposed building is made possible by the many different incarnations of its function. With documentation of its ecclesiastical use dating as far back as the 9th century, the building has housed a convent for Benedictine nuns, was later taken over by Vallombrosan friars, and underwent the first extensive reconstruction during the 15th century in a project directed by famed Renaissance architect Leon Battista Alberti. This initial renovation was made possible by the patronage of the Rucellai family, and since 2013 the Rucellai sepulchre, a small but ornate funerary monument, can be visited through the museum with the purchase of an additional ticket.

During the 19th century, under the Napoleonic occupation of Italy, the church was divorced from its religious function, deconsecrated, and would be used as a tobacco manufacturer, amongst several other successive redevelopments. Eventually the interior would be sectioned by the addition of large metal slabs creating platforms to divide the space, the remnants of which can still be observed in the museums entrance.

Instead of disguising the colored history of the site, the 1982 renovation project, a collaboration between architects Lorenzo Papi and Bruno Sacchi, embraced the centuries of stratified usage that recount the city’s evolution leading up to the modern day. Pre-existing architectural elements are encompassed in the museum’s current form giving a voice to their respective-eras. The addition of large windows throughout the upper floors of the museum allow for a steady stream of natural light and create a dialogue with the surrounding city scape by providing unexpected views onto the surrounding Florentine palazzi. The permanent collection, displayed across three of the four floors, can be seen from innovative perspectives thanks to observation points provided by the conceptual use of open space. Escheresque wooden staircases wrap around the interior walls facilitating elevated views of Marini’s gargantuan equestrian sculpture placed in the transept of the former church, a showpiece of the collection. Glass cases, free standing sculptures, and unexpectedly placed works give a playful feel to the curation and encourage visitors to explore the entirety of the museum space.

One of the most striking structural elements of the museum in the underground crypt which has been restored and is now, along with the museum’s other spaces, is used for temporary exhibitions, conferences, and even as show space for Reebok’s collection during Pitti Uomo in January of 2017.

The permanent collection is composed of drawings, painting, engravings and sculptures spanning fifty years of the artist’s career. Present within are representative examples of reoccurring themes in his portfolio: the ever-present equestrian sculptures emblematic of his work, small portrait sculptures, and colorful paintings representing the theatrical dynamism of dance. Surprisingly the museum is devoid of any biographical information of the artist, or texts explaining the collection, and visitors without prior knowledge of the artist are left to their own observations. The museum provides guided tours, but only of the Rucellai chapel.

As of September 2019, the museum will offer an innovative daycare program for children 3-5 years old called ‘L’Asilo nel Museo’ proposed by acting president Patrizia Asproni. The program, aiming for inclusivity with particular attention on underprivileged families, offers the opportunity for children to be educated amongst the sculptors works with hopes of inspiring creativity in future generations.

The Marino Marini Museum, along with the foundation based in the artist’s home town of Pistoia, create a space for Modern and Contemporary Art to engage in a dialogue with the city’s history, both that of the distance and more recent past.

Museo Marino Marini
Guardare avanti ricordando il passato: il primo museo di arte contemporanea di Firenze.
Di Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Orari: Sabato-Lunedì 10:00-19:00
Ingresso gratuito

Appena dietro la vivace Piazza di Santa Maria Novella e a pochi passi da via Tornabuoni, il museo Marino Marini permette ai visitatori un ristoro tranquillo dalle strade affollate del centro cittadino.
La collezione permanente del museo, donata in parte alla città dall’artista e moglie Marina Marini dopo la sua morte nel 1980, offre uno spazio per contemplare il lavoro di uno dei più rinomati scultori contemporanei d’Italia all’interno di un edificio dalla storia complessa.
Il contrasto fra l’esterno in pietra grezza e il moderno ingresso industriale al primo piano colpisce subito. Dopo essere saliti sulla scala esterna, che apparteneva alla chiesa oggi sconsacrata di San Pancrazio, i visitatori sono accolti in un grande spazio con travi in metallo e legno al naturale che richiamano i materiali utilizzati nelle sue sculture da Marini.
La planimetria aperta dell’edificio riadattato è stata resa possibile dalle molteplici e diverse incarnazioni della sua funzione. Con l’attestazione del suo utilizzo per scopi ecclesiastici documentato sin dal lontano IX secolo, l’edificio ha ospitato un convento di suore benedettine, che è stato poi utilizzato da frati vallombrosani, e ha subito la prima radicale ristrutturazione nel XV secolo con un progetto diretto dal celebre architetto rinascimentale Leon Battista Alberti. Questa prima rinnovazione è stata resa possibile dal patronato della famiglia Rucellai, e dal 2013 il sepolcro Rucellai, un monumento funerario di piccole dimensioni ma decorato, può essere visitato attraverso il museo con l’acquisto di un biglietto aggiuntivo.
Durante il XIX secolo, sotto l’occupazione dell’Italia da parte di Napoleone, la chiesa fu privata della sua funzione religiosa, fu sconsacrata, e sarebbe stata poi utilizzata come manifattura di tabacco, attraverso molti altri sviluppi successivi. Alla fine, l’interno sarebbe stato sezionato con l’aggiunta di grandi lastre metalliche creando un solaio per dividere lo spazio, i cui resti possono ancora essere visti all’ingresso del museo.
Invece di nascondere la pittoresca storia del sito, il progetto di ristrutturazione del 1982, una collaborazione fra gli architetti Lorenzo Papi e Bruno Sacchi, ha abbracciato la stratificazione secolare degli utilizzi dell’edificio che raccontano l’evoluzione della città fino ai nostri giorni. Gli elementi architettonici preesistenti sono inclusi nell’odierna forma del museo dando voce alle rispettive epoche. L’aggiunta di grandi finestre in tutti i piani superiori permette un flusso costante di luce naturale e crea un dialogo con il paesaggio urbano, offrendo una vista inaspettata sui palazzi fiorentini circostanti. La collezione permanente, disposta su tre dei quattro piani, può essere vista da prospettive innovative grazie a punti di vista forniti dall’uso concettuale dello spazio aperto. Le scale in legno, che richiamano lo stile di Escher, avvolgono le pareti interne facilitando una vista dall’alto della gigantesca scultura equestre di Marini collocata nel transetto dell’ex Chiesa, uno dei capolavori della collezione. Teche in vetro, sculture libere e opere disposte in modo inaspettato danno un tocco giocoso all’esposizione e incoraggiano i visitatori ad esplorare l’intero spazio museale.
Uno degli elementi più sorprendenti del museo è la cripta sotterranea che è stata restaurata ed è oggi, insieme agli altri ambienti del museo, adibita ad ospitare mostre temporanee, conferenze, ed è stata utilizzata perfino come luogo di lancio della collezione Reebok in occasione di Pitti Uomo nel gennaio 2017.
La collezione permanente è composta da disegni, dipinti, incisioni e sculture che coprono cinquant’anni di carriera dell’artista. All’interno sono presentati esempi rappresentativi di temi ricorrenti del suo portfolio: le sempre presenti statue equestri emblematiche del suo lavoro, piccoli ritratti in scultura, e dipinti colorati rappresentanti il dinamismo teatrale della danza. Sorprendentemente il museo è privo di qualsiasi informazione biografica sull’artista, o di testi che spieghino la collezione, e i visitatori senza una conoscenza preliminare dell’artista sono lasciati alle loro considerazioni. Il museo offre visite guidate, ma solo all’interno della Cappella Rucellai.
A partire da settembre 2019, il museo offrirà un innovativo programma di asilo per bambini dai 3 ai 5 anni, chiamato ‘L’Asilo nel Museo’ proposto dal presidente in carica Patrizia Asproni. Il programma, che mira all’inclusività con particolare attenzione alle famiglie svantaggiate, offre l’opportunità per i bambini di essere educati fra le opere scultoree con la speranza di ispirare la creatività nelle generazioni future.
Il museo Marino Marini, insieme alla fondazione situata nella città natale dell’artista, Pistoia, crea uno spazio per l’arte moderna e contemporanea per dialogare con la storia della città, sia del passato che più recente.

Traduzione di Camilla Torracchi, Università di Firenze

Photo courtesy Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Verrocchio at Palazzo Strozzi



Verrocchio at Palazzo Strozzi
The First Retrospecitve of Leonardo’s Master
9 March -14 July 2019
By Raffaella Fappiani (University of Florence)

Palazzo Strozzi Foundation is hosting the first retrospective dedicated to Andrea del Verrocchio, entitled ‘Verrocchio, the master of Leonardo,’ open until July 14th. The exhibition, curated by two of the leading experts in the Quattrocento period, Francesco Caglioti and Andrea De Marchi, has gathered over 120 works from museums and private collections all over the world which are being displayed on the first floor of the museum. These are displayed in nine sections and offer the public a chronological course through the exhibition so that visitors discover room by room the evolution of Verrocchio’s art and the era in which he lived. The exhibition presents the different facets of his works, from sculptures, including his David and the Putto with Dolphin, to painting, with the Madonna with Child on loan from Berlin, a work with which the public will certainly already be familiar with since its effigy, chosen to publicize the exhibition. There is also a brief inclusion of his activity as a fresco painter in San Girolamo of Pistoia, the city from which the Madonna of the Piazza comes, exhibited here for the first time together with two compartments by Lorenzo di Credi which originally composed part of the predella of the painting.

A noteworthy aspect of the retrospective is the attention paid to Verrocchio’s workshop, a veritable hotbed of talent, from which emerged the famed figures of Sandro Botticelli, Pietro Perugino, Bartolomeo della Gatta and Domenico Ghirlandaio. Some of the works of these artists are included in the display and reveal their value in helping the public understand the Verrocchian language diffused thanks to contributions of his students in major centers of Italy, reaching even Rome thanks to an anonymous sculptor of Florentine origins, an active follower of the master who was active in the eternal city. Leonardo da Vinci was among the students trained in Verrocchio’s workshop and the Dialogue between master and pupil is a key theme of the exhibition included as a leading event of celebrations organized all over the world in 2019, the year marking the 500th anniversary of the artist’s death. The first room, for example, shows how Leonardo was inspired by Verrocchio’s Lady with a Bouquet and was able to grasp the most innovative aspect of this portrait-bust, that is the insertion of arms and hands, for his Portrait of Ginevra de’ Benci, a study of which is displayed in the exhibition. The presence of the Madonna and Child by Leonardo, the only terracotta sculpture attributable to the great artist presented in the last room in dialogue with a series of linen drapes painted by Leonardo himself, is a notable inclusion in the exhibition.

The works are spaciously distributed. The paintings, like most of the drawings, are arranged along the walls, while many of the sculptures present, some of which are enclosed in glass cases, are positioned so as to allow the public a 360 degree view. Every room includes large explanatory panels, both in English and Italian, that play a key role in narrating the exhibition. In fact, these present the themes proposed in various sections of the building and offer information on the artists and works exhibited. They accompany the public in an ideal chronological journey aiming to restore justifiable importance to Verrocchio, one of the most influential Renaissance artists. To better understand his art, guided tours are also available, which can be booked through the Foundation. Many activities have been planned for the public, with a rich program involving schools, families, children and adults.

Furthermore, it should be noted that the exhibition extends beyond the physical space of Palazzo Strozzi: two rooms have been set up on the ground floor of the Bargello National Museum where it is possible to admire Christ and St. Thomas, a Verrocchio’s masterpiece created for the church of Orsanmichele in Florence, and a room dedicated entirely to Verrocchian Crucifixes. Among these the Bargello Crucifix dominates the display exhibited in dialogue with artists contemporary to Verrocchio, like Benedetto da Maiano and Giuliano da Sangallo.

The exhibitions offers, for the first time, the opportunity to get to know Verrocchio’s multifaceted art in depth and at the same time allows visitors to relive the atmosphere of the Florentine Renaissance from a particular point of view, a rare opportunity not to be missed!

The exhibition will travel on to the National Gallery of Art in Washington DC, where it will be possible to visit as of September 29th.

Translated by Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Verrocchio a Palazzo Strozzi
La prima retrospettiva del Maestro di Leonardo
9 marzo-14 luglio 2019
Di Raffaella Fappiani (Università di Firenze)

Fino al 14 luglio la Fondazione Palazzo Strozzi ospita la prima retrospettiva dedicata ad Andrea del Verrocchio, intitolata “Verrocchio, il maestro di Leonardo”. La mostra, curata da due tra i maggiori esperti del Quattrocento, Francesco Caglioti e Andrea De Marchi, raccoglie al piano nobile del palazzo rinascimentale oltre 120 opere provenienti da musei e collezioni di tutto il mondo. Queste sono disposte in nove sezioni e si propone al pubblico un percorso cronologico in modo che il visitatore stanza dopo stanza possa scoprire l’evoluzione dell’arte di Verrocchio e allo stesso tempo l’intera epoca in cui è vissuto. Sono infatti prese in esame le diverse sfaccettature della sua produzione, dalla scultura, con la presenza del David e del Putto col delfino, alla pittura, con la Madonna col Bambino di Berlino, opera familiare al pubblico poiché si sarà sicuramente già imbattuto nella sua effigie, scelta proprio per pubblicizzare la mostra. Non manca inoltre un breve accenno alla sua attività di frescante con il San Girolamo di Pistoia, città da cui proviene anche la Madonna di Piazza qui per la prima volta esposta insieme a due scomparti di Lorenzo di Credi che originariamente componevano una parte della predella del dipinto.

Un aspetto molto interessante di questa retrospettiva è l’attenzione posta sulla bottega di Verrocchio, una vera e propria fucina di talenti, fra cui Sandro Botticelli, Pietro Perugino, Bartolomeo della Gatta e Domenico del Ghirlandaio. Alcune opere di questi artisti sono qui esposte e si rivelano preziose per far capire al pubblico come il linguaggio verrocchiesco si diffuse proprio con il contribuito dei suoi allievi nei maggiori centri d’Italia, fino a conquistare Roma grazie ad un anonimo scultore di origini fiorentine, seguace del maestro e attivo proprio nell’Urbe. Nella bottega di Verrocchio si formò anche Leonardo da Vinci e il dialogo fra maestro e allievo risulta un tema cardine dell’esposizione, tanto che la mostra si inserisce come evento di punta delle celebrazioni leonardiane organizzate in tutto il mondo proprio nel 2019, anno in cui ricorre il cinquecentenario dalla morte dell’artista. Nella prima sala ad esempio si mostra come Leonardo si sia ispirato alla Dama con il mazzolino del Verrocchio e abbia saputo cogliere dal maestro l’aspetto più innovativo di questo busto-ritratto, ovvero l’inserimento di braccia e mani, per il suo Ritratto di Ginevra de’ Benci, della quale è qui esposto uno studio preliminare. Si segnala inoltre la presenza in mostra della Madonna col Bambino di Leonardo, l’unica scultura in terracotta attribuibile al grande artista e presentata nell’ultima sala in dialogo con una serie di drappeggi dipinti su lino dallo stesso Leonardo.

Le opere sono distribuite in maniera spaziosa, i dipinti, così come la maggior parte dei disegni, sono disposti lungo le pareti, mentre molte delle sculture presenti, alcune delle quali racchiuse in teche di vetro, sono posizionate in modo da permetterne al pubblico una visione a 360 gradi. In ogni sala sono presenti grandi pannelli esplicativi, in lingua italiana e inglese, che svolgono un ruolo chiave per la comprensione della mostra. Questi presentano infatti i temi proposti nelle diverse sezioni del palazzo e offrono informazioni sugli artisti e sulle opere esposte, accompagnando il pubblico in un ideale percorso cronologico che mira a restituire la giusta importanza a Verrocchio, uno dei più influenti artisti del Rinascimento. Per comprendere al meglio la sua arte vengono messe a disposizione anche visite guidate che devono essere prenotate presso la Fondazione e sono previste molte attività rivolte a tutto il pubblico, con un ricco programma che coinvolge scuole, famiglie, ragazzi e adulti.

Inoltre, si segnala che la mostra valica i confini di Palazzo Strozzi: sono state infatti allestite due sale al pian terreno del Museo Nazionale del Bargello dove è possibile ammirare l’Incredulità di san Tommaso, capolavoro del Verrocchio realizzato per la chiesa di Orsanmichele a Firenze, e una sala interamente dedicata a Crocifissi verrocchieschi. Tra questi domina il Crocifisso del Bargello esposto in dialogo con quelli di artisti contemporanei a Verrocchio, come Benedetto da MaianoGiuliano da Sangallo.

La rassegna complessiva offre dunque per la prima volta l’opportunità di conoscere approfonditamente l’arte poliedrica di Verrocchio e allo stesso tempo permette di rivivere l’atmosfera del rinascimento fiorentino da un particolare punto di vista, un’occasione unica da non perdere!

Si segnala infine che la mostra si traferirà alla Nation Gallery of Art di Washington DC, dove sarà possibile visitarla a partire dal 29 settembre.

Photo courtesy Raffaella Fappiani

Orsanmichele Museum



Orsanmichele Museum
A Temple of Early Renaissance Ingenuity
Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Opening Hours:
Monday: 10:00 – 16:50
Saturday: 10:00 – 12:30

Housed in one of Florence’s most noteworthy Early Renaissance buildings, the Museum of Orsanmichele allows visitors the chance to have an intimate view of sculptures realized by the city’s legendary 15th and 16th century artists.
Constructed between 1337 and 1380, the colorful history of the building itself is enough to attract those with an affinity for the rich cultural past of the city center. Originally acting as a facility to store and distribute gain, and at times used as a rudimentary welfare system to protect citizens against famine, the building was converted to a church by the mid 14th century. The roughly-hewn stone of the exterior façade, Florence’s emblematic pietraforte, is punctuated by evenly spaced marble niches decorated with delicate gothic spires. These were designed to hold statues commissioned by Florence’s mercantile guilds, each representing their respective patron saints. While replicas now hold the place of the original works, helping to maintain the aesthetic integrity of the building’s exterior, the originals are conserved on the first floor of the church’s museum.
Entering the museum is not for the faint of heart. Once inside the dimly lit ground floor of the church one can easily be distracted by sumptuous 14th century interior decorations. These include colorfully frescoed ceilings and an intricate tabernacle enclosing Bernardo Daddi’s Madonna that was once believed to have miraculous powers of healing for devout pilgrims flocking to the site. However, informed visitors will notice a short set of stairs leading to a nondescript opening marked only by a small sign indicating ‘museum’.
To gain access visitors must enter through the narrow doorway which leads to a tightly wound spiral staircase that, to first time patrons, may seem never-ending. However, those brave enough to confront the challenge are rewarded with the high exposed brick ceilings revealing the building’s architectural skeleton and light streaming from the enormous windows evenly spaced around the central floorplan.
The simplicity of the first-floor gallery allows visitors to focus their attention on the 14 original statues that are displayed on a slightly raised platform. This provides hardly any obstruction to the rare 360-degree view of the free-standing works. By allowing visitors to see behind the statues the museum offers glimpses into the artist’s process, occasional restoration efforts visible from behind, and the ingenuity of the use of costly materials which at times was sacrificed in areas that the intended audience would not be able to see.
The display itself mirrors the original context of the statues. Each is positioned to reflect its placement on the street below, the names of which are indicated on the platforms where they are positioned. The statues, which were completed between 1399 and 1601, invite visitors to observe the chronological stylistic development of Renaissance sculptures. The seated Madonna and child, the earliest of the group which was sculpted by Pietro di Giovanni Tedesco, parallels the tranquil serenity of the painted icon of the ground floor. While walking through the centuries the competitive nature of the guilds is apparent in variation of material, adornments, and the employment of artists such as Donatello, Andrea del Verrocchio, Lorenzo Ghiberti, and finally culminating with Giambologna. By the time that the last statue was completed, Giambologna’s St. Luke, the style has become much more dynamic, at times they reach out of the niches themselves to engage the audience on the street though a series of gestures and gazes that transport them into the surrounding contemporary space.
The museum’s second floor holds the minor statues that decorated the exterior which have been moved prevent further erosion. Arguably the most notable feature is the panoramic view that allows visitors a unique perspective of the city of Florence, its major monuments, and the surrounding Tuscan hills.
A brief introductory panel, written in English and Italian, is employed to give visitors an overview of the history of the building and statues. However, the additional information cards providing further details about the sculptures have yet to be translated for international visitors.
Orsanmichele offers visitors a chance to confront centuries of Florentine history and craftsmanship from an intimate perspective. While the opening hours and arduous entrance may deter some visitors, the free admission and treasures housed within offer ample incentive for those up for the challenge!

Il Museo di Orsanmichele
Un tempio dell’ingegno del primo Rinascimento
di Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici

Orario di apertura
Lunedì: 10:00 – 16:50
Sabato: 10:00 – 12:30

Collocato in uno dei più importanti edifici del primo Rinascimento, il Museo di Orsanmichele offre ai visitatori l’opportunità di poter vedere dal vivo le sculture realizzate dai grandi artisti fiorentini del XV e XVI secolo.
Costruito fra il 1337 e 1380, la ricca storia del palazzo stesso è sufficiente ad attirare coloro che nutrono interesse per il rigoglioso passato culturale del centro della città. Originariamente utilizzato come struttura per immagazzinare e distribuire il grano, e talvolta utilizzato come un sistema rudimentale di assistenza sociale per proteggere i cittadini dalle carestie, l’edificio è stato convertito in una chiesa nella metà del XIV secolo. La pietra grossolanamente tagliata nella facciata esterna, la tipica pietraforte di Firenze, è scandita da nicchie in marmo uniformemente distanziate e decorate con raffinate guglie gotiche. Queste sono state progettate per ospitare statue commissionate dalle corporazioni dei mestieri di Firenze, ciascuna delle quali rappresenta il rispettivo santo patrono. Mentre le repliche sono oggi collocate al posto delle opere originali, contribuendo a mantenere l’integrità estetica dell’esterno dell’edificio, le statue originali sono conservate al primo piano della Chiesa, nel Museo.
Entrare nel museo non è per i deboli di cuore. Una volta all’interno del piano terra della chiesa, scarsamente illuminato, si può essere facilmente distratti dalle decorazioni interne risalenti al XIV secolo. Queste includono soffitti vivacemente affrescati e un complesso tabernacolo che ospita la Madonna di Bernardo Daddi, che un tempo si riteneva avesse poteri miracolosi di guarigione per i pellegrini devoti che vi si recavano.
Tuttavia, i visitatori più informati noteranno alcuni gradini che conducono ad un’anonima apertura segnalata solo da una piccola targhetta con scritto “museo”.
Per potervi accedere, i visitatori devono entrare attraverso la stretta porta che conduce ad un’angusta scala a chiocciola che, la prima volta, può sembrare senza fine. Tuttavia, coloro che sono sufficientemente coraggiosi da affrontare la sfida sono ricompensati da alti soffitti con i mattoni a vista che rivelano lo scheletro architettonico dell’edificio e dalla luce che entra dalle monumentali finestre distanziate uniformemente intorno al piano centrale.
La semplicità della galleria del primo piano consente ai visitatori di riporre la loro attenzione sulle statue originali del XIV secolo che sono disposte su una piattaforma leggermente rialzata. Questa non fornisce quasi mai un impedimento alla rara possibilità offerta di vedere le opere a sé stanti a 360°. Permettendo ai visitatori di vedere il retro delle statue, il museo offre uno scorcio sul modus operandi dell’artista, su eventuali interventi di restauro visibili da dietro, e sull’ingegnosità nell’utilizzo di materiali costosi che talvolta è stata sacrificata nelle zone che l’ipotetico pubblico non dovrebbe essere in grado di vedere.
L’allestimento stesso rispecchia il contesto originario delle statue. Ciascuna è posizionata in modo da riflettere la sua collocazione sulla strada sottostante, i cui nomi sono indicati sulla piattaforma dove sono posizionate.
Le statue, completate fra il 1399 e il 1601, invitano i visitatori ad osservare lo sviluppo stilistico nel tempo delle sculture rinascimentali. La Madonna e il bambino seduti, i più antichi del gruppo scolpito da Pietro di Giovanni Tedesco, sono posizionati parallelamente alla tranquilla serenità dell’icona dipinta del piano terra. Mentre si cammina attraverso i secoli la natura competitiva delle Arti si fa evidente nel cambiamento di materiali, decorazioni, e nel coinvolgimento di artisti quali Donatello, Andrea del Verrocchio, Lorenzo Ghiberti, e infine culmina con Giambologna. Al tempo in cui fu completata l’ultima statua, il San Luca di Giambologna, lo stile è diventato molto più dinamico, talvolta le opere raggiungono le nicchie stesse per coinvolgere il pubblico sulla strada, sebbene alcuni gesti e sguardi le trasportino fuori nello spazio circostante contemporaneo.
Il secondo piano del museo conserva le statue minori che decorano l’esterno e che sono state lì spostate per prevenire ulteriori erosioni. Probabilmente la peculiarità più rilevante è la vista panoramica che offre ai visitatori una prospettiva unica della città di Firenze, dei suoi principali monumenti, e delle colline toscane circostanti.
Un breve pannello introduttivo, scritto in lingua inglese e italiana, è utilizzato per fornire ai visitatori una panoramica della storia dell’edificio e delle statue. Tuttavia, schede informative aggiuntive con ulteriori dettagli sulle sculture devono ancora essere tradotte per il pubblico internazionale.
Orsanmichele offre ai visitatori la possibilità di conoscere secoli di storia fiorentina e maestria artistica da una prospettiva intima. Sebbene l’orario di apertura e il faticoso ingresso possono scoraggiare alcuni visitatori, l’ingresso gratuito e i tesori collocati all’interno offrono un grande incentivo per coloro che sono pronti ad accettare la sfida.

Translated by Camilla Torracchi (Università di Firenze)

Photo courtesy Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Animalia fashion



Animalia fashion
A Zoo at Palazzo Pitti 

Museum of Costume and Fashion, Palazzo Pitti, Florence
8 January – 5 May 2019
By Federica Borselli (Università di Firenze)

Insects, birds, shells, coral, reptile, common mammals and crustaceans: the animal world is an inexhaustible source of inspiration for fashion designers. It is Precisely this bond between the animal word and contemporary fashion is examined in the exhibition Animalia Fashion, curated by Patricia Lurati, currently exhibited at the Museum of Costume and Fashion at Palazzo Pitti, open until the 5th of May 2019. Approximately a hundred master works of Haute Couture, created between 2000 and 2018, that in shape, textile or color recall the most surprising species of animals are being exhibited amongst the elegant rooms of the House of the Meridian.
These marvelous dresses, shoes, purses and jewellery, on loan from the most celebrated fashion houses and emerging designers, are brought together in the 18 rooms with taxidermy animals, preserved insects, reptiles immersed in formaldehyde, reproductions of drawings from ancient bestiaries and medieval tacuina sanitates giving life to the suggestive idea of a ‘cabinet of curiosities’.
The House of the Meridian, beside the southern wing of Palazzo Pitti, bares traces in the furnishing and decorative scheme of all of the previous dynasties, from the Lorena to the Savoy, passing through the regency of Maria Luisa of Borbone Parma and the brief reign of Elisa Baciocchi.
The exhibition creates a suggestive and fascinating journey that invites the visitor to reflect on the wonders of the universe and the surprising creativity expressed by the biggest names in fashion, including Chanel, Valentino, Prada, Christian Dior, Jean Paul Gautier, Dolce & Gabbana, Roberto Cavalli, Armani, Emilio Pucci, and Yves Saint Laurent.
The relationship established between fashion houses and animals is investigated poetically. It engages with a moment in which climate change and the decline in interest from global superpowers surrounding problems with the environment puts many species at risk, as is outlined in an accompanying text, written in both English and Italian, included in the exhibition. Each room includes a panel with important attributing information for every item on display, but unfortunately the only information provided for the clothing and accessories is the attribution of the designer and the year of the collection; no information regarding the materials and techniques used for their production is included.
After an introductory panel, also translated into English, the zoological catwalk opens with an imposing black dress designed for Maison Margiela by John Galliano recalling the rotund shape of a tarantula, accompanied by a large case filled with spiders from the Italian Arachnology Association. The theme of spiders continues as visitors enter the second room, where a spiderweb, with its spider included, becomes part of an evening dress by Maison Schiapparelli.
The third room is transformed into a sparkling pond with the feathered creations of Karl Lagerfeld for Chanel, Saint Laurent by Anthony Vaccarello, Ralph & Russo, Dolce & Gabbana and the presence of a majestic stuffed swan, one of the many items of loan from the Florentine Museum of Natural History La Specola.
Karl Lagerfeld’s designs for Chanel invoke the spiral form and iridescence of a nautilus shell creating an elegant clutch that in the exhibition is displayed, creating an amusing confrontation, together with a XVI century goblet from the Treasury of the Grand Dukes realized with an authentic nautilus shell on a metal base.
The stinging quills of a hedgehog, on the other hand, are paralleled with a creation by Iris van Herpen, a very short total black dress with a polished sleeveless bodice and a skirt covered with strips of semi-rigid material curving upwards.
The depiction of a gutted fish, a miniature reproduction by Giovanni de’ Grassi taken from the Historia Plantarum, is used as a background for four sparkling dresses, among them a Prada mini dress whose colored plexiglass circles imitate the shining fish scales.
A flock of stuffed parrots accompanies a regal Dolce & Gabbana dress, with a full skirt and short bubble sleeves, totally covered in brightly colored feathers. In the twelfth room snakes immersed in formaldehyde blend with the precious ‘Cobra’ coller by Roberto Coin or with the golden snake climbing the nude back in Roberto Cavalli’s timeless creation. A dreamlike and timeless fashion show in a natural history museum with elegant seventeenth century furnishings is what awaits visitors among the Meridian Rooms of Palazzo Pitti.

Translated by Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Animalia fashion
Uno zoo a Palazzo Pitti

Museo della Moda e del Costume, Palazzo Pitti, Firenze
8 gennaio – 5 maggio 2019
di Federica Borselli (Università di Firenze)

Insetti, volatili, pesci, conchiglie, coralli, rettili, mammiferi comuni e crostacei: il mondo animale è un’inesauribile fonte d’ispirazione per gli stilisti. Proprio questo legame tra mondo animale e moda contemporanea è indagato nella mostra Animalia Fashion, a cura di Patricia Lurati, attualmente in corso presso il Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti e visitabile fino al 5 maggio 2019.
Nelle eleganti stanze della Palazzina della Meridiana sono esposti circa cento capolavori di haute couture, creati tra il 2000 e il 2018, che nelle forme, nei tessuti o nel colore richiamano le più sorprendenti specie animali.
Questi meravigliosi abiti, scarpe, borse e gioielli, in prestito dalle case di moda più celebri e da stilisti emergenti, convivono nelle 18 sale con animali impagliati, insetti dentro teche, rettili immersi nella formaldeide o riproduzioni di disegni tratti da antichi bestiari e da tacuina sanitatis medievali dando vita ad un ideale e suggestivo “cabinet de curiosités”.
La Palazzina della Meridiana, addossata all’ala meridionale di Palazzo Pitti, porta traccia nell’arredamento e nell’apparato decorativo di tutte le dinastie che vi si sono succedute, dai Lorena ai Savoia passando attraverso la reggenza di Maria Luisa di Borbone Parma e il breve regno di Elisa Baciocchi.
L’allestimento dà vita a un suggestivo e affascinante percorso che invita il visitatore a riflettere sulle meraviglie dell’universo e sulla sorprendente creatività espressa dai grandi nomi della moda, tra cui Chanel, Valentino, Prada, Christian Dior, Jean Paul Gautier, Dolce & Gabbana, Roberto Cavalli, Armani, Emilio Pucci, Yves Saint Lauren.
Il rapporto che la moda instaura con gli animali è indagato in modo poetico ma anche impegnato in un momento in cui i cambiamenti climatici e un calo d’interesse delle superpotenze per i problemi dell’ambiente mettono molte specie in pericolo, come sottolinea un pannello, con testo in italiano ed inglese, presente in mostra. In ogni sala è presente un cartellino con riportati i dati principali per ogni oggetto esposto, per quanto riguarda abiti e accessori sono indicati il nome dello stilista e l’anno della collezione; mancano, purtroppo, informazioni sui materiali e sulle tecniche di lavorazione.
Dopo un pannello di introduzione, anche questo tradotto in lingua inglese, apre la passerella zoologica un imponente abito nero di Maison Margiela by John Galliano che richiama la forma rotondeggiante della tarantola, fronteggiato da una grande teca popolata di ragni in prestito dall’Associazione Italiana di Aracnologia. Il mondo degli aracnidi è ancora protagonista della seconda sala, dove una ragnatela, con annesso ragno, diventa parte stessa dell’abito da sera della Maison Schiapparelli.
La terza sala si trasforma in uno stagno scintillante con le creazioni dal candido piumaggio di Karl Lagerfeld per Chanel, Saint Laurent by Anthony Vaccarello, Ralph & Russo e Dolce & Gabbana e con la presenza di un maestoso cigno impagliato, uno dei tanti prestiti concessi dal Museo fiorentino di Storia Naturale La Specola.
Karl Lagerfeld per Chanel riprendere la forma a spirale e l’iridescenza della conchiglia del nautilus creando un elegante clutch che in mostra viene esposta, generando un diverte confronto, insieme ad una coppa del XVI secolo proveniente dal Tesoro dei Granduchi realizzata con un vero guscio di nauntilus montata su una base di metallo.
Ai pungenti aculei del riccio rimanda, invece, la creazione di Iris van Herpen, un abito total black molto corto con corpino lucido senza spalline e con gonna ricoperta da strisce di materiale semi-rigido curvate verso l’alto.
La raffigurazione di un pesce sventrato, riproduzione di una miniatura di Giovanni de’ Grassi tratta dall’Historia Plantarum, fa da sfondo a quattro sfavillanti abiti, tra cui un mini dress di Prada in cui i colorati cerchietti di plexiglass richiamano le lucide squame del pesce.
Uno stormo di pappagalli impagliati accompagna il principesco abito di Dolce & Gabbana, con ampia gonna e maniche corte a palloncino, totalmente ricoperto di coloratissime piume. Nella dodicesima sala i serpenti immersi nella formaldeide si confondono con il prezioso collier “Cobra” di Roberto Coin o con il serpente dorato che risale la nuda schiena nella creazione senza tempo di Roberto Cavalli.
Una onirica e mirabolante sfilata di alta moda in un museo di storia naturale con elegante mobilia ottocentesca, ecco cosa attende il visitatore nelle sale della Palazzina della Meridiana di Palazzo Pitti.

Photo courtesy Federica Borselli

Prato Textile Museum


Textile Museum – Prato

Prato Textile Museum
A Contemporary Perspective of a Historical Industry

By Marissa Acey (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Prato is renowned for its industry of textiles, supplying a high percentage to the top fashion industry. The Textile Museum is an institution that defies expectation. Illustrating a city that’s textile and fashion history began in the Middle Ages but still thrives today, the institution is not only an informative but engaging display of educational Italian history. Built on a restored space of a textile factory, the museum initially boasts the process and machinery used throughout the
twentieth century to make garments of all types. The design of the museum itself is a walk through the industry beginnings to today while also evolving throughout with appealing display techniques and technology as you make your way throughout the two floors.
The first room of the museum demonstrates this history by showing a huge machine that was traditionally used in the industry. Moving along the path, we encounter royal garments and famous portrait counterparts that match the material: a striking display with dramatic lighting and enlarged paintings but otherwise a flat presentation. The room itself is dim and the lighting
consists of bright spotlights or illumination inside glass cases to show the importance of each piece. The diagonal layering of cases in the second room illustrates the history of velvet and other such Renaissance royalty high-end fashions, along with paintings of aristocrats wearing those materials. While the display is attractive and informative, the enthusiasm comes out in the
following rooms.
Along the hallway leading up to the second floor of the museum, there are tangible displays that emphasize textiles in the best way that can be explained – through touch. A hallway filled with stations of material that can be embraced and experienced, with the help of the accompanying wall text, is a highlight of the museum experience so we all can really understand, for example, where silk came from and why it feels so great when we touch and wear it. Not only does this long hallway make use of an otherwise awkward space for display with clear boxes filled with material to explore, but the graphics and wall text are modern and engaging. Though there is quite a lot of text explaining the history of each material and how it is made into a garment, the appealing design layers the information in a way that doesn’t overwhelm the eye. This area is especially intriguing for younger audiences by placing the boxes at a level that even smaller children can interact with.
After this brilliantly tactile display, the visitor is invited upstairs where they can engage in a video presentation of the city’s industrial history. I strongly recommend this activity, which in its totality can take up to 30 minutes, though no one would be disappointed to sit and watch this story unfold. The room is constructed masterfully, bottlenecking to a point where the visitor can
go through the doorway into the next room or sit and take a break while watching the video display. In my opinion, it is difficult to walk past without examination because of the uniquely individual manner of display.
On all the screens (they are physically split up into 3 encompassing projections) there is a cohesive story that is told while highlighting a different physical object on the center display; whether it be a Chinese lantern, a pair of running shoes, or a wall clock. Though there seems to be no connection to these items a narrative is eventually formed: that of how the citizens and industries of Prato form the importance of the country. The screens are about ten feet high and
fivteen-twenty feet wide, splitting in a way that encompasses the viewer in front and peripherally. By projecting not only a history of the city but also designs and patterns that please the eye, the museum is standing as an educational entity and as an aesthetic one. I especially enjoyed one screen that had a hanging mannequin and dress as a blank canvas to project different patterns on it throughout the runtime. All in all, this place of industry prospers as a business trade as well as an artistic one. The integration of not only tactile and historical technique but also that of advanced technology reveals that this museum should be examined with an eye that is appreciative of the past and optimistic about the future. The overall design and layout is diverse and engaging to an amateur
museum visitor, and even an avid one. An institution that can not only examine and emphasize its past but also run headlong into the future is a museum (and city) that I am well behind. By taking a city’s history and adapting it for future outcomes, there is not only an acceptance and appreciation of tradition, but an evolution projected that will help to progress the city into the
next decade.

 


Museo del Tessuto – Prato

Il Museo del Tessuto di Prato
Una lettura contemporanea dell’industria storica

Di Marissa Acey (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Prato è famosa per la sua industria tessile, che costituisce un’alta percentuale dell’industria dell’alta moda italiana. Il Museo del Tessuto è un’istituzione che supera ogni aspettativa: mostrando alla città come la storia del tessuto e della moda, iniziata nel Medioevo, è ancora oggi fiorente: l’istituzione non solo offre informazioni ma anche una coinvolgente esposizione della storia dell’educazione italiana. Costruito negli ambienti ristrutturati di una fabbrica tessile, il museo inizialmente mostra i processi e i macchinari utilizzati nel XX secolo per realizzare abiti di tutti i tipi. La struttura stessa del museo è pensata come un percorso attraverso la storia dell’industria dalla sua nascita fino ad oggi, presentando via via accattivanti tecniche di allestimento e tecnologie che si incontrano mentre si cammina attraversi i due i piani.
La prima stanza del museo illustra questa storia con l’esposizione di un grande macchinario tradizionalmente utilizzato nell’industria. Muovendosi lungo il percorso, incontriamo mantelli e ritratti famosi posti in posizione speculare ad essi così da creare una corrispondenza con il materiale esposto: uno straordinario allestimento con una scenografica illuminazione e grandi dipinti ma tuttavia una presentazione piatta. La stanza è buia e l’illuminazione avviene attraverso faretti o luci poste nelle teche di vetro che mettono in mostra l’importanza di ogni singolo pezzo esposto. La disposizione diagonale delle teche nella seconda stanza illustra la storia del velluto e di altri materiali di lusso di moda presso la nobiltà del Rinascimento insieme a dipinti di aristocratici che indossano questi tessuti. Sebbene l’allestimento sia avvincente e ricco di informazioni, l’entusiasmo aumenta nelle sale successive.
Lungo il corridoio che conduce al secondo piano del museo, sono presenti allestimenti tangibili che mettono in risalto i tessuti nel miglior modo possibile attraverso il tatto. Un corridoio riempito di materiali che possono essere toccati e provati, con l’ausilio di spiegazioni scritte sulle pareti, è il clou dell’esperienza museale in quanto tutti possiamo così davvero comprendere, per esempio, da dove proviene la seta e perché è così piacevole da toccare o indossare.
Questo lungo corridoio utilizza uno spazio, altrimenti angusto per l’esposizione, con teche trasparenti riempite di materiali da conoscere, per di più la grafica e i panelli esplicativi sulle pareti sono moderni e accattivanti.
Sebbene ci siano molti pannelli esplicativi che spiegano la storia di ogni materiale e il processo di lavorazione per trasformalo in un indumento, la calibrata struttura del testo propone le informazioni in modo da non stancare gli occhi.
Questa sezione è particolarmente interessante per il pubblico più giovane con i contenitori posizionati ad un’altezza tale che anche i bambini più piccoli possano interagirci.
Dopo questo affascinante allestimento tattile, il visitatore è invitato a salire al piano superiore dove può dedicarsi alla visione di un filmato di presentazione della storia industriale della città.
Consiglio vivamente questa attività, che in totale richiede al massimo 30 minuti, e ogni visitatore può avere il piacere di star seduto e guardare lo svolgersi della storia. La stanza è costruita con gran maestria, posizionata in un punto strategico dove il visitatore può scegliere di andare attraverso la porta nella sala successiva o sedersi e prendersi una pausa mentre guarda il filmato.
Per me è difficile passare oltre senza esaminarlo per la forma straordinariamente singolare dell’esposizione. In tutti gli schermi (sono fisicamente separati in tre proiezioni) c’è una storia coesiva che è narrata mentre si mette in luce un diverso oggetto al centro del display: che sia una lanterna cinese, un paio di scarpe da corsa, o un orologio da muro. Sebbene non sembri esserci una connessione fra questi oggetti, alla fine se ne comprende la storia comune: come i cittadini e le industrie di Prato costituiscano l’importanza del paese. Gli schermi sono alti circa 10 piedi e larghi 15-20 piedi, suddivisi in un modo che coinvolge lo spettatore frontalmente e da ogni lato.
Attraverso non solo la proiezione di una storia della città ma anche grazie alla progettazione e alle forme piacevoli da vedersi, il museo si attesta come un soggetto educativo e allo stesso tempo di valore estetico.
Ho particolarmente apprezzato uno schermo con un manichino appeso e vestito con una tela bianca per poterci proiettare sopra diversi modelli per tutto il tempo.
Nel complesso, questa città industriale ha successo sia come luogo di affari che di arte.
L’integrazione non solo fra tecniche tattili e storiche ma anche della tecnologia più avanzata fa comprendere che questo museo dovrebbe essere osservato con uno sguardo che sia di apprezzamento per il passato e ottimista per il futuro.
La complessiva forma e struttura è diversa e indirizzata sia ad un visitatore principiante, sia ad uno più esperto di musei. Un’istituzione che non solo esamina ed enfatizza il suo passato ma che corre avanti nel futuro è un museo (e una città) che incontra il mio consenso.
Prendere la storia di una città e adattarla alle situazioni future comporta l’accettazione e l’apprezzamento della tradizione, ma anche una proiezione dell’evoluzione che aiuterà la città a progredire nel prossimo decennio.

Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)
Photo courtesy Marissa Acey

The Stefano Bardini Museum


Bardini Museum – Florence

The Stefano Bardini Museum
The Collection of the Prince of Antiquarians

By Lorenzo Orsini and Camilla Torracchi (Università di Firenze)

The Stefano Bardini museum is located in piazza de’ Mozzi in Florence, in the San Niccolò Oltrarno neighborhood.

The story of this museum is closely tied to Stefano Bardini, a key figure of the international antiquities market between the 19 th and 20 th centuries. Despite having been trained as a painter, Bardini distinguished himself as a restorer and art dealer. Thanks to the success of his business he was able to purchase the ex-convent of San Gregorio alla Pace, the home of today’s museum, and use the space as an exhibition gallery, transforming it into a neo-renaissance
palace.

The enormous quantity of the works in his possession led the dealer to develop an exhibiting system that would best enhance his collection. According to installations dictated by his imagination, Bardini united works of different age and nature in the same environment. At the same time tight sales rhythms led him to continuously change the arrangement of the works: sculptures, tapestries, stone fragments and archeological objects were set up together with balance and aesthetic order in a constant search for a better type of display.

His criteria of display garnered notable success, so much so that many of his clients were attracted by the entire artistic atmosphere that they could admire in the rooms of the building.
The walls were painted with a cornflower blue, noted as ‘Bardini blue’, that was greatly admired by important collectors and art historians of the period like Nélie Jacquemart who used it in his palace, the future Jacquemart-André Museum, and Isabella Stewart Gardner who chose it for the display of her collections in Boston.

On the eve of the First World War, Bardini closed his showroom and dedicated himself to his private collection until his death, in 1922, when he bequeathed it to the city and it became part of the Civic Museums of Florence. The collection was opened to the public in 1925, but substantial changes were made, for example many of the works were moved into storage and the walls were whitewashed.

Thanks to the project curated by the current director, Antonella Nesi, through a profound study of photographic and paper documentation, the museum today represents the Bardini Gallery according the layout conceived by the antiquarian himself.

Like visitors of the time, today the public can walk through the rooms letting themselves be transported by the eclectic setting: the rooms are dominated by a criterion of symmetry. The works are displayed in an aesthetic order consistent with the immediate understanding of the object and at the same time valorizing its characteristics.

Present in every room are explanatory panels in both English and Italian. These offer visitors information on the history of the gallery and the individual works displayed allowing the public to understand where they come from and how they were added to the collection.

One of the most notable rooms is the so-called Room of Charity which houses sculptural objects from the Roman period to the 17 th century. The painted wooden ceiling, its coffers transformed into skylights radiating light throughout the room, contribute a luminous lighting effect. The back wall houses a small space, called the Chiostrina, in which is held the famous statue of Charity by Tino da Camaino, sculpted in the second decade of the 14 th century.

Between the ground floor and first floor of the museum, the visitor gains access to the mezzanine. Surrounding a Tuscan crucifix from the second half of the 15 th century, suggestively leaning on a pillar of pietra serena, is an important collection of terracotta Madonnas and wedding chests. Bardini’s attention to artisanal details of the Renaissance, however, culminates in the next room, called the Room of the Frames, decorated with a surprising variety of frames
and objects made from gilt leather.

At the end of the first-floor hallway, the public finds themselves in the center of the hall of paintings. Here the works of great masters fill the walls, and yet again one remains entranced by the variety of eras and styles. Just to name a few one can see the detached frescoes by
Giovanni da San Giovanni, the wooden crucifix by Bernardo Daddi and the Martyrdom of Saint Christina attributed to Tintoretto.

In the path leading to the conclusion of the visit, one can see how the same staircase was decorated to host the prestigious collection of antique oriental carpets, the value of which amounted to a small fortune in the antiquities market of the end of the 19 th century.
Thus, the Stefano Bardini Museum offers visitors the possibility to get to know a unique and rare collection of objects through the filter and taste of the beginning of the 20 th century. The public, strolling through the rooms, can identify themselves with the great collectors of a century ago who visited Florence to get to know, and at times buy, the beautiful objects of the ‘Prince of Antiquities.’

Translation by Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

 


Museo Bardini – Firenze

Il Museo Stefano Bardini
La collezione del Principe degli antiquari

Di Lorenzo Orsini e Camilla Torracchi (Università di Firenze)

Il Museo Stefano Bardini si trova in piazza de’ Mozzi a Firenze, nel quartiere di San Niccolò Oltrarno.

La storia di questo museo è strettamente legata alla figura di Stefano Bardini, personalità cardine del mercato antiquario internazionale a cavallo fra Ottocento e Novecento. Pur avendo ricevuto una formazione di pittore, Bardini si contraddistinse per la sua professione di restauratore e mercante di opere
d’arte. Grazie al successo della sua impresa, acquistò l’ex convento di San Gregorio alla Pace, sede dell’odierno museo, e lo adibì a galleria espositiva, trasformandolo in un vero e proprio palazzo neo-rinascimentale.

La grande quantità di opere possedute, spinse il mercante ad elaborare un sistema espositivo in grado di valorizzare al meglio la sua collezione. Secondo allestimenti in cui dominava la sua fantasia, Bardini univa in uno stesso ambiente opere di natura ed epoca diversa. Al tempo stesso, i ritmi serrati di vendita lo portavano a cambiare continuamente la disposizione delle opere: sculture, arazzi, frammenti lapidei e manufatti archeologici venivano allestiti insieme con equilibrio e ordine estetico in una costante ricerca di
una migliore tipologia espositiva.

I suoi criteri di allestimento ebbero un notevole successo, tanto che molti suoi clienti erano attratti dall’intero ambiente artistico che potevano ammirare nelle sale del palazzo. Le pareti erano tinte con un blu fiordaliso, noto come “blu Bardini”, che fu molto apprezzato da importanti collezionisti e storici dell’arte dell’epoca come Nélie Jacquemart che lo utilizzò nel suo palazzo, futuro Museo Jacquemart-André, e Isabella Stewart Gardner che lo scelse per l’allestimento delle sue collezioni a Boston.

Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, Bardini chiuse il suo showroom ed iniziò a dedicarsi alla sua collezione privata che alla morte, nel 1922, lasciò in eredità alla città e divenne parte dei Musei Civici di Firenze. La collezione fu aperta al pubblico nel 1925, ma furono apportate modifiche sostanziali, ad esempio molte opere furono spostate nei depositi e le pareti scialbate.

Grazie al progetto curato dall’attuale direttrice, Antonella Nesi, attraverso uno studio approfondito della documentazione fotografica e cartacea, il Museo oggi presenta la Galleria Bardini secondo l’allestimento pensato dal mercante stesso.

Come i visitatori dell’epoca, oggi il pubblico può passeggiare fra le sale lasciandosi rapire dagli eclettici allestimenti: domina nelle sale un criterio di simmetria. Le opere sono esposte quindi secondo un ordine estetico che consente un’immediata comprensione dell’oggetto e allo stesso tempo ne valorizza le sue caratteristiche.

In ogni stanza sono presenti pannelli esplicativi, in lingua inglese e italiana. Questi offrono al visitatore informazioni sulla storia della galleria e sulle singole opere esposte, permettendo così al pubblico di conoscere da dove provengono e quando sono giunte nella collezione.

Una delle sale più note è la cosiddetta Sala della Carità che ospita oggetti scultorei dall’epoca romana al Seicento. Il soffitto ligneo dipinto, privato dei lacunari, irradia di luce tutta la sala, contribuendo ad un effetto di illuminazione originale. La parete di fondo ospita un piccolo ambiente, detto la Chiostrina, al cui interno spicca la famosa statua della Carità di Tino da Camaino, realizzata nel secondo decennio del XIV secolo.

Tra il piano terra e il primo piano del museo, il visitatore accede al mezzanino. Attorno ad un crocifisso di ambito toscano della metà del XV secolo, suggestivamente appoggiato ad un pilastro in pietra serena, ruota un’importante collezione di Madonne in terracotta e di cassoni nuziali. L’attenzione da parte di Bardini per aspetti dell’artigianato rinascimentale trova però il culmine nella sala successiva, detta Sale delle Cornici, allestita con una sorprendente varietà di cornici e di oggetti realizzati in cuoio dorato.

Al termine del corridoio del primo piano, il pubblico si ritrova al centro del salone dei dipinti. Qui opere di grandi maestri scandiscono le pareti, e ancora una volta si rimane estasiasti dalla varietà di epoche e di stili.
Solo per citarne alcuni si possono vedere gli affreschi staccati di Giovanni da San Giovanni, il crocifisso ligneo di Bernardo Daddi o Il Martirio di Santa Cristina attribuito al Tintoretto.

Nel percorso che porta alla conclusione della visita, si può vedere come lo stesso scalone è stato adibito ad ospitare la pregevole collezione di antichi tappeti orientali, i quali ebbero un’enorme fortuna nel mercato antiquario di fine Ottocento.

Il museo Stefano Bardini offre così ai visitatori la possibilità di conoscere una raccolta di opere unica e rara, attraverso il filtro e il gusto del mercato antiquario di primo Novecento. Il pubblico, passeggiando nelle sale, potrà immedesimarsi nei grandi collezionisti che un secolo fa visitavano Firenze per conoscere, e
all’occorrenza comprare, le bellezze del “Principe degli Antiquari”.

Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)
Photo courtesy Camilla Torracchi

The Palatine Gallery and the Rooms of the Planets


Florence, Palazzo Pitti, Palatine Gallery

The Palatine Gallery and the Rooms of the Planets
An Immersion into Baroque Florence in the 21st century

By Camilla Torracchi (Università di Firenze)

For centuries Palazzo Pitti was home to the rulers of Florence, first the Medici, then the Lorraine, and finally the kings of Italy until 1919 when the palace was donated to the Italian state.

A place of power and display, to this day it is characterized by the richly decorated rooms with frescoed ceilings, white and gold stucco ornamentation, and sumptuously decorated walls covered in precious tapestries and fabrics.

The first floor contains the Palatine Gallery, a painting gallery opened to the public in 1828.

Between the end of the 18th and beginning of the 19th centuries the Lorena carried out various modifications inside the palazzo and the palace’s winter rooms were transformed into the painting gallery. The Lorena selected masterworks from the Medici collections to decorate the rooms according to 17th century painting gallery tastes. To this day the museum is characterized by its loyalty to maintaining the arrangement from the time in which it was opened.

Visitors find themselves walking between the rooms whose walls are entirely covered in paintings hung on multiple vertical rows. This type of arrangement creates a strong scenography: the spectator is submerged in the abundance of works they are surrounded in. In fact, they do not find themselves in a gallery with partially bare walls, but with a huge quantity of works surrounding them, hung in splendid gilded frames. The paintings are in dialogue with sculptures and skillfully decorated tables realized in traditional artisanal Florentine school, a decorative technique defined by its valuable semiprecious stones.

Explanatory panels can be found in each room indicating the name of the room and its function inside the building both while the palace was occupied by the Medici and in the successive years. The visitor can thus be informed of the previous use of each space, how the building once appeared, and what changes the galleries have undergone.

The collection exhibited in the museum us rich with celebrated masterworks from notable artist including examples from Titian, Perugino, Rubens and Caravaggio. The painting gallery also is distinguished for holding the largest nucleus of Rafael’s works, concentrated in the so-called Saturn Room. August of 2018 foresaw movements of works between the Uffizi and the Palatine Galleries, during which Raphael’s Portrait of Julius II was brought back to the Palatine Gallery, Titian’s copy of which is also displayed in the gallery.

Included in the museum are the so-called Rooms of the Planets, one of the most important examples of Baroque painting in Florence. It is composed of five consecutive rooms that were frescoes for the Grand Duke Ferdinando II by Pietro da Cortona and concluded by his student Ciro Ferri in circa 1665. The name derived from the fact that every room is dedicated to a planet: Venus, Apollo, Mars, Jupiter, and Saturn. It was an interesting choice of theme that was connected to the four moons of Jupiter discovered by Galileo Galilei in 1610 and called the ‘Medicean stars’ in homage to Ferdinando II’s father, Cosimo II.

Every room contains a mythological scene decorating the vaulted ceilings which celebrate Ferdinando II’s rise to the Grand Duchy of Tuscany, and the prince is symbolically represented in the frescoes as Hercules. Moving between rooms visitors retrace idealised moments of a sovereign’s life. It begins with his adolescence in the Venus room and continues through to that of Apollo. They tell the story of the virtuous formation required to become a successful prince. The vault depicts Hercules, Ferdinando’s alter ego, supporting the terrestrial globe, a symbol of the responsibility that a sovereign must support. The Mars room eludes to the prince’s triumph in the art of war and culminates in the center of the ceiling with a crowned Medici crest inscribed with Ferdinando’s name. In the successive room the prince has finally concluded his apprenticeship, he is crowned by Jupiter and recognized as the legitimate heir of the Grand Ducal throne. In the last room, that of Saturn, the prince has aged and is waiting to be crowned by an allegory of Fame to join the realm of eternity.

The room of Saturn is the ideal conclusion to the celebratory path through Medicean glory, but is the first room that visitors enter reversing the museum path I in respect to the 17th century project.

Visitors can stroll through the works of art finding themselves immersed in a space in which the frescoes, thanks to their illusionistic perspective, seem to break through the roof, and in an environment reflecting a baroque painting gallery, evoking the splendid display of the Medici court.

Translation by Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

 


Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina

La Galleria Palatina e le Sale dei Pianeti
Un’immersione nel barocco nella Firenze del XXI secolo

Di Camilla Torracchi (Università di Firenze)

Palazzo Pitti ha ospitato per secoli i regnanti di Firenze, i Medici prima, i Lorena poi e i Re d’Italia fino al 1919 quando l’intero complesso fu donato allo Stato italiano.

Luogo di potere e di fasto, ancora oggi si presenta caratterizzato da sale riccamente ornate con soffitti affrescati, stucchi bianchi e dorati e pareti rivestite da decorazioni sontuose, come arazzi e stoffe pregiate.

Ospita al primo piano la Galleria Palatina, una pinacoteca aperta al pubblico nel 1828.

Fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento i Lorena operarono alcune modifiche all’interno del palazzo e le sale disposte in facciata divennero la sede della Quadreria. I Lorena selezionarono alcuni capolavori provenienti dalle collezioni medicee allestendo le stanze secondo il gusto delle quadrerie seicentesche. Ad oggi il museo si caratterizza proprio per la fedeltà con cui ha mantenuto l’allestimento che presentava alla sua apertura.

Il visitatore si trova così a passeggiare fra le sale le cui pareti sono interamente coperte di dipinti disposti su più file verticali. Questa tipologia di allestimento produce un forte effetto scenografico: lo spettatore è così sommerso dall’abbondanza di opere che lo circondano. Non troviamo infatti in galleria pareti vuote, ma una gran quantità di dipinti racchiusi in sfarzose cornici dorate. I quadri dialogano con sculture e tavoli maestosi realizzati secondo l’arte del commesso fiorentino, tecnica decorativa di pietre dure di grande pregio.

In ogni sala vi sono dei pannelli esplicativi che indicano il nome della stanza e quale funzione essa svolgesse all’interno del palazzo sia in epoca medicea che successiva. Il visitatore può così essere informato sia sulle precedenti destinazioni d’uso di ogni ambiente sia di come dovesse presentarsi un tempo il palazzo e quali modiche abbia subito la pinacoteca.

La collezione esposta nel museo è ricca di celebri capolavori di noti artisti fra i quali ad esempio Tiziano, Perugino, Rubens e Caravaggio. La pinacoteca si distingue inoltre per ospitare il più grande nucleo di opere di Raffaello, concentrate nella Sala detta di Saturno. Nell’agosto del 2018 sono avvenuti alcuni spostamenti di opere tra le Gallerie degli Uffizi e la Galleria Palatina e in Palazzo Pitti è stato riportato il Ritratto di Giulio II di Raffaello, la cui copia realizzata da Tiziano è esposta nella stessa Galleria Palatina.

Comprese nel museo vi sono le cosiddette Sale dei Pianeti, uno dei maggiori esempi di pittura barocca a Firenze. Si tratta di cinque ambienti consecutivi fra loro, fatti affrescare per volere del Granduca Ferdinando II da Pietro da Cortona e conclusi dal suo allievo Ciro Ferri nel 1665 circa. Il nome deriva dal fatto che ogni sala è dedicata ad un pianeta: Venere, Apollo, Marte, Giove e Saturno. Interessante è la scelta del tema che si collega ai quattro satelliti di Giove scoperti da Galileo Galilei nel 1610 e chiamati “astri medicei” in omaggio al padre di Ferdinando II, Cosimo II.

In ciascuna di queste stanze, sulle volte, è raffigurata una scena mitologica che celebra l’ascesa al Granducato di Toscana dello stesso Ferdinando II e negli affreschi il principe è rappresentato simbolicamente come Ercole. Spostandosi da una sala all’altra si ripercorrono così idealmente i momenti della vita di un sovrano. Si inizia dalla sua adolescenza nella sala di Venere e si prosegue in quella di Apollo. In questa si tratta della sua educazione alla virtù per diventare un buon principe. Sulla volta si rappresenta infatti Ercole, alter ego di Ferdinando, che sorregge il globo terrestre, simbolo delle responsabilità che un sovrano deve affrontare. Nella sala di Marte si allude al trionfo del principe nell’arte della guerra e spicca al centro del soffitto lo stemma mediceo con sopra una corona e all’interno scritto il nome stesso di Ferdinando. Nella sala successiva il principe ha finalmente concluso il suo percorso formativo e viene incoronato da Giove e riconosciuto come legittimo erede al trono granducale. Nell’ultima sala, quella di Saturno, il principe è ormai anziano e attende di essere incoronato dalla Fama per raggiungere in cielo l’eternità.

La Sala di Saturno è la conclusione di questo ideale cammino celebrativo della gloria medicea, ma è la prima stanza che il visitatore vede poiché oggi il percorso museale è in senso inverso rispetto al progetto del XVII secolo.

Il visitatore può passeggiare fra le opere d’arte trovandosi immerso in un luogo in cui gli affreschi, grazie all’uso della prospettiva illusionistica, sembrano sfondare il soffitto, e in un ambiente che è lo specchio di una quadreria barocca, capace di evocare il fasto della corte medicea.

Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)
Photo courtesy Camilla Torracchi

Museo Palazzo Davanzati


Museo Palazzo Davanzati
The Changing Face of Florentine Patrimony

By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

In a city abundant with Renaissance architecture Palazzo Davanzati provides rare insight to Florence’s Medieval past. The museum offers visitors an opportunity to discover a household predating the grand palazzi found around the majority of the city center. Originally constructed for the Davizzi family in the mid 14th century, the space has since passed through many successive owners. Though threatened by radical changes in interior design, early 20th century redevelopment, and ballistic attacks during WWII, Palazzo Davanzati has survived to the present day.

The museum was originally opened to the public in 1910 by Elia Volpi, an Italian art dealer, who restored the building and used it to stage elaborate displays of his collection. The exhibitions proved to be hugely successful for his commercial ventures drawing visitors and clients from all over Europe and America. The modern permanent collection, comprised of a vast array of domestic goods ranging primarily from the 15th to 20th centuries, emulates the displays created by Volpi and his successors by combining the restored interiors with much later antique art and furnishings used as decoration.

After being acquired by the Italian state in the early 1950’s, the palazzo remained open until extensive structural restorations became necessary in the 1990’s, after which it was finally reopened to the public in 2005. The renovations included the addition of a small space in the museum’s entrance to house temporary exhibitions, and a didactic area for visitors located in the rear of the Atrium on the ground floor. The darkened room is dominated by a video screen playing a short film on loop throughout the museum’s opening hours. It describes the modifications carried out on the building and surrounding area since its construction. While the narration is engaging, the audio is only available in Italian with English subtitles limiting the audience of visitors that can enjoy this feature. The room also contains explanatory panels with historical information and photographs that elaborate the information conveyed by the film. These might be more effective in a separate room, but the overall impact of the historical displays would be comprised if they were moved into any of the refurbished spaces.

The architecture of the palazzo represents the shift from the defensive Medieval tower house to the combined commercial and domestic space in which the rising mercantile class of Florentines lived before the construction of the grand urban palaces of the later Renaissance. In the atrium one is immediately struck by the vertical orientation of the building emphasized by the open courtyard and central axis around which it is built. At first glance the ground floor may seem sparsely decorated, the public function of the space dictated its relatively austere ornamentation, but the neutral masonry is adorned with the red and white Davizzi family crest declaring their proud ownership.

After passing through the courtyard, visitors climb a narrow staircase to reach the increasingly luxurious domestic spaces on the upper floors. The first and second floors both combine communal areas and the most intimate living spaces. Each has its own sumptuously frescoed bedroom, study, great hall, and bathroom, all of which are indicative of the luxury allowed by the family’s successful commercial ventures. While brilliantly restored frescoes can be found throughout the private quarters, those decorating the nuptial bedroom of Paolo Davizzi and Lisa degli Alberti are the most evocative of the period. The painted frieze illustrates Chatelain of Vergy, a popular medieval moralizing tale of love, betrayal, death, a suitable choice to remind the couple of the dangers of extramarital affairs.

The ground and first floors can be accessed during regular opening hours. However, it is necessary to be accompanied by staff members to view the second and third floors. This can be done at no additional cost by contacting the museum prior to visiting.

Palazzo Davanzati offers visitors the chance to experience centuries of Florentine domestic life in a lush historical space. While the museum collection can at times feel sporadic in its presentation, the palazzo offers visitors the rare chance to immerse themselves in the visual display of Medieval domestic life.

 

 

Museo di Palazzo Davanzati
Le evoluzioni del patrimonio fiorentino

By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

In una città ricca di architetture rinascimentali, Palazzo Davanzati offre una rara immagine del passato medievale di Firenze. Il museo fornisce ai visitatori l’opportunità di scoprire un’antica dimora di epoca precedente ai grandi palazzi che si trovano attorno, per lo più nel centro della città. Originariamente costruito per la famiglia Davizzi all’inizio del XIV secolo, il palazzo è da allora passato attraverso molti proprietari. Pur minacciato da cambiamenti radicali nell’arredo interno, ristrutturato all’inizio del XX secolo e bombardato durante la seconda guerra mondiale, Palazzo Davanti  si è conservato fino ad oggi.

Il Museo fu originariamente aperto al pubblico nel 1910 da Elia Volpi, un commerciante d’arte italiano, che restaurò l’edificio e lo utilizzò per disporre elaborati allestimenti della sua collezione.  Le esposizioni si dimostrarono essere un enorme successo per le sue imprese commerciali attirando visitatori e clienti da tutta Europa e America. L’attuale collezione permanente del museo, costituita da una vasta serie di beni domestici che spazia prevalentemente dal XV al XX secolo, riflette gli allestimenti pensati da Volpi e dai suoi successori attraverso un allestimento degli ambienti interni restaurati con molte opere e arredamenti d’antiquariato utilizzati come decorazioni.

Dopo essere stato acquistato dallo stato italiano agli inizi degli anni Cinquanta, il palazzo è rimasto aperto fino all’ampio restauro strutturale divenuto necessario negli anni Novanta, dopo il quale fu finalmente riaperto al pubblico nel 2005. Fra i rinnovamenti apportati è inclusa l’aggiunta di un piccolo spazio all’ingresso del museo per ospitare collezioni temporanee, e un’area didattica per i visitatori situata nel retro dell’atrio a piano terra.

La stanza, buia, è dominata da uno schermo che riproduce in loop un breve filmato durante l’orario di apertura del museo. Questo descrive le modifiche apportate all’edificio e all’area limitrofa sin dalla sua costruzione. Sebbene il racconto sia coinvolgente, l’audio è disponibile solo in italiano con i sottotitoli in inglese restringendo il pubblico dei visitatori che possono apprezzare questo servizio del museo. Nella stanza vi sono inoltre pannelli esplicativi con notizie e fotografie storiche che integrano le informazioni fornite dal filmato. Questi potrebbero essere di maggior efficacia in una stanza separata, ma l’effetto generale dell’esposizione storica sarebbe compromesso se fossero spostati all’interno degli spazi rinnovati.

L’architettura del palazzo rappresenta il passaggio dalle case-torri medievali di difesa alle abitazioni con compresenza di spazi commerciali e domestici nelle quali la fiorente classe mercantile di Firenze viveva prima della costruzione dei grandi palazzi urbani del tardo rinascimento.

Nell’atrio si è immediatamente colpiti dall’orientamento verticale dell’edificio evidenziato dal cortile aperto e dall’asse centrale intorno al quale il palazzo è costruito. A prima vista il piano terra può sembrare scarsamente decorato, la funzione pubblica di questo ambiente esige una decorazione piuttosto austera, ma la muratura neutra è adornata con lo stemma bianco e rosso della famiglia Davizzi che indica il loro orgoglio in quanto proprietari.

Una volta attraversato il cortile, i visitatori salgono un’angusta scalinata per giungere agli ambienti sempre più sfarzosi dei piani più alti. Sia il primo che il secondo piano uniscono le aree comuni e gli spazi domestici più intimi. Ciascuno ospita una sontuosissima camera da letto affrescata, uno studio, un salone principale, e un bagno, tutti ambienti che sono indicativi della ricchezza per il successo della famiglia nelle imprese commerciali.

Mentre gli affreschi restaurati splendidamente sono visibili nei quartieri privati, quelli che decorano la camera nuziale di Paolo Davizzi e Lisa degli Alberti si attestano come le più evocative dell’epoca. Il fregio dipinto rappresenta La Castellana di Vergi, una storia, popolare nel medioevo, che parla di amore, tradimenti, morte, una scelta appropriata a ricordare alla coppia i pericoli di legami extraconiugali.

Il piano terra e il primo piano sono accessibili regolarmente durante l’orario di apertura. Ma è necessario essere accompagnati da membri dello staff per visitare il secondo e terzo piano. Ciò può essere fatto senza costi aggiuntivi contattando il museo e informandolo in tempo per la visita.

Palazzo Davanzati offre ai visitatori la possibilità di scoprire secoli di vita quotidiana fiorentina in un lussuoso luogo storico. Mentre la collezione museale può talvolta dare la sensazione di essere sporadica nella sua presentazione, il palazzo propone ai visitatori la rara possibilità di immergersi totalmente nella vita domestica medievale.

Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)
Photo courtesy Marie-Claire Desjardin 

Santa Croce Museum


Santa Croce and the Angeli del Fango: museum stories
By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Upon entering the Basilica of Santa Croce it is easy to be overwhelmed by the spectacular beauty of the Early Renaissance frescoes, the cavernous space, and the many famed Florentines who are entombed in the Franciscan church. The museum, which can be found to the left of the courtyard near the exit to the complex, reminds us that not long ago these treasures risked being lost forever.

Visitors are invited to reflect upon the temperamental nature of the Arno. For centuries rising water levels threatened the city’s residents and the many priceless masterpieces throughout the city. The river has been recorded to have flooded 56 times since 1177, something which the museum communicates to visitors almost immediately with makers showing the various water levels of particularly devastating occasions. Over the last 5 centuries the worst occurrence began the 4th of November 1966, killing 101 people and destroying countless artworks, books, and historical documents preserved around the city. The basilica of Santa Croce was extensively damaged, and restorations in the church continue to the present day.

Opened in 1900, the museum space occupies what was once the dining hall, and several successive smaller rooms, for the Franciscan friars. The collection is made of centuries of decorations that have been removed for conservation or replaced with later works throughout the long history of the church. Restorative efforts after the 1966 flood forced the museum to close to the public until 1975, the year when Cimabue’s crucifix was returned to the complex. The space now host various events including conferences and concerts outside of visiting hours.

Housed in what was originally the refectory, the museum’s entrance hall preserves Taddeo Gaddi’s Last Supper. Between 1334 and 1366 Gaddi dedicated 30 years of his life to decorating the cavernous space, and his passionate labour is evident in the spectacular fresco that remains. The intricate decorative pattern, divided into 6 individual narratives, immediately draws visitor’s attention in the otherwise sparsely decorated space. The extent of the damage is hard to imagine when observing the vibrant pigments conserved in the 14th century masterpiece. However, a closer examination shows the watermark 5 meters above ground level indicated by a horizontal band running across the wall. The lowest section, that depicting the last supper, bares the most significant signs of damage. After the flood the fresco was in such terrible condition that it had to be detached from the wall for restoration, but thankfully has been returned to its original location.

Giorgio Vasari’s monumental 1545 Last Supper can also be found in the museum’s main entrance hall. Damage to the enormous painting was so severe that only after a 2016 collaborative restoration involving the Opificio delle Pietre Dure and the Getty Foundation was the painting finally returned to public view. 50 years after the flood damage occurred restoration techniques had advanced enough to allow for the panels to be reunited, and the painting was returned to Santa Croce. It is now displayed alongside a small scale model illustrating the counterweights specially designed and manufactured for the painting that allow for it to be mechanically raised in case of future flood warnings.

Freestanding wall texts throughout the museum remind visitors of what risked being completely lost after the flood, and of the heroic restorative efforts that helped to preserve the church. Just before leaving the museum’s main room visitors are invited to use an interactive display screen to examine historical photographs and read more extensively about the devastating flood. While the effect of the images is shocking, the overall message of the museum is both proud and hopeful for the collaborative effort that helped to restore and maintain priceless masterpieces throughout the city. Immediately after the flood a group of national and international volunteers dubbed the ‘Angeli del Fango’, or ‘Angels of the Mud’, assembled to help with relief all over Florence and the other cities hit particularly hard by the flooding. Comprised mainly of young volunteers, the group provided not only essential aid to recuperate art and restore the city, but helped to connect across a generational divide restoring faith for the future.

More than 50 years after the disaster preservation efforts continue. During the entire month of November visitors to the church were able to observe conservation specialists from the Opificio delle Pietre Dure restoring Vasari’s 1572 Christ meeting Veronica on the Way to Calvary, the Altarpiece that marks Michelangelo Buonarroti’s family tomb. While the church itself may be a monument to Italian greats, the museum stands as a monument to restoration, conservation and the possibility to overcome disaster.

 

Museo di Santa Croce


Santa Croce e gli Angeli del Fango: racconti museali
Di Marie-Claire Desjarin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Entrando nella Basilica di Santa Croce è facile essere travolti dalla spettacolare bellezza degli affreschi del primo Rinascimento, dall’ambiente monumentale, e dai molti famosi fiorentini sepolti nella chiesa francescana. Il museo, che si trova alla sinistra del cortile vicino all’uscita del complesso, ci ricorda che non molto tempo fa questi tesori rischiavano di essere perduti per sempre.

I visitatori sono invitati a riflettere sulla natura imprevedibile dell’Arno. Per secoli l’alzarsi del livello dell’acqua ha minacciato gli abitanti della città e gli inestimabili capolavori di Firenze. Il Museo pone fin da subito l’attenzione sulla portata dell’alluvione, attraverso i segni che indicano i vari livelli raggiunti dall’acqua nella sala d’ingresso in occasione di eventi particolarmente devastanti.

I pannelli esplicativi, posti all’interno del museo e nel cortile esterno, illustrano la storia delle inondazioni nel corso dei secoli attraverso testi scritti e fotografie storiche. Il Museo di Santa Croce chiede ai visitatori di confrontarsi con il tragico evento dell’alluvione del 1966 che ha spazzato via la città distruggendo innumerevoli opere d’arte, libri, e documenti storici.

La Basilica di Santa Croce fu gravemente danneggiata, e i restauri nella chiesa continuano tutt’oggi.

Aperto nel 1900, il museo occupa uno spazio che in precedenza comprendeva la sala da pranzo dei frati francescani e altre stanze limitrofe più piccole. La collezione consta di opere realizzate nel corso dei secoli che sono state rimosse per motivi conservativi o sostituite da opere più tarde durante la lunga storia della chiesa. I necessari interventi di restauro a seguito della devastante alluvione costrinsero il museo a chiudere al pubblico fino al 1975, anno in cui il Crocifisso di Cimabue fu ricollocato in sede.

Lo spazio oggi ospita molti eventi comprese conferenze e concerti che si svolgono fuori dall’orario delle visite.

Situata nel refettorio, la sala di ingresso del museo ospita L’Ultima Cena di Taddeo Gaddi.

Fra il 1334 e il 1366 Gaddi dedicò trent’anni della sua vita a decorare il monumentale ambiente, e la sua dedizione al lavoro è evidente nel grandioso affresco che si è conservato. Il complesso schema decorativo, diviso in sei diverse scene, cattura immediatamente l’attenzione dei visitatori rispetto al restante spazio, altrimenti poco decorato. L’estensione del danno è difficile da concepire quando si osservano i vibranti pigmenti ancora oggi visibili nel capolavoro del XIV secolo. Ma un esame ravvicinato dell’opera mostra il segno dell’acqua che era arrivata a 5 metri sopra il livello del pavimento indicato da una linea orizzontale che corre lungo il muro. Attraverso il restauro conservativo, che ha mantenuto le lacune dell’affresco, il museo mostra l’entità del danno che ha rischiato di distruggerlo completamente.

Nella sala di ingresso del museo, si può osservare anche la monumentale Ultima Cena di Giorgio Vasari del 1545.

Il grande dipinto fu sommerso quasi interamente dall’acqua, e i pannelli di legno che lo compongono dovettero essere separati al fine di conservare ciò che era rimasto.

Solo nel 2016 dopo un restauro eseguito in collaborazione fra l’Opificio delle Pietre Dure e la Getty Foundation il dipinto tornò finalmente ad essere visibile al pubblico. Il museo espone l’opera a fianco di un piccolo modello in scala che illustra gli speciali contrappesi progettati e realizzati per il dipinto che permettono alla stessa opera di alzarsi meccanicamente in caso di future minacce di inondazione.

Appena prima di lasciare la sala principale, i visitatori sono invitati ad interagire con un display multimediale per vedere fotografie storiche e leggere documenti che descrivono la devastante alluvione. Il dispositivo serve a coinvolgere coloro che potrebbero essersi fatti sfuggire i pannelli esplicativi del cortile. Se l’effetto provocato dalle immagini è scioccante, tuttavia il messaggio generale del museo è sia d’orgoglio che di speranza per l’impegno di collaborazione che ha aiutato a restaurare e conservare inestimabili capolavori di tutta la città.

A distanza di più di 50 anni dal disastro, l’impegno nel campo del restauro prosegue. Durante tutto il mese di Novembre i visitatori possono osservare, in chiesa, specialisti della conservazione dell’Opificio delle Pietre Dure che restaurano Cristo incontra Veronica sulla via del Calvario di Vasari, del 1572, la pala d’altare sulla tomba di famiglia di Michelangelo Buonarroti. Mentre la chiesa stessa può essere considerata un monumento della grandezza italiana, il museo rappresenta un pilastro della storia del restauro, della conservazione e della capacità di affrontare i disastri naturali.

Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)

Photo courtesy Marie-Claire Desjarin

Banksy – This is not a photo opportunity

Palazzo Medici Riccardi, Florence
October 19, 2018 – February 24, 2019 

The artist who goes beyond the limit… between play and provocation
by Anna Legnani (University of Florence)

There couldn’t have been a better moment! Every major newspaper has been talking about him after one of his works, Girl with a Balloon, self-destructed while being sold at auction by Sotheby’s for a million pounds. Now a selection of his best images, which have declared his worldwide success, are being displayed in Florence, in Palazzo Medici Riccardi, a unique and historically rich building.

We’re talking about Banksy, considered one of the most important figures in street art at the moment, who is introduced to the general public with the exhibition: “Banksy. This is not a photo opportunity” curated by Gianluca Marziani and Stefano S. Antonelli, open from the 19th of October to the 24th of February 2019.

From the main entrance on via Cavour, in a 15th century context, visitors enter the exhibition dedicated entirely to the great English artist and writer, whose identity remains unknown. The element of mystery increases and stimulates the contemporary public’s curiosity, overwhelmed by the immediate images, elementary and fun, but at the same time full of provocation and feeling.

Four small dark rooms display serigraphs of an artist who communicated, beginning with his murals, and then later with graphic-prints, a physical and psychological sign in cities all over the world. His works, in fact, are born in relation to the urban space in which he expresses himself and after starting in the mid-nineties on the walls and bridges of Bristol, the artist’s home city, Banksy broadened his horizons. His ‘urban frescos’, the artist’s preferred medium, have reached areas afflicted with conflict and war where other forms of protest and communication have struggled to arrive, like in the case of his mural on the long wall that separates the state of Israel.

Between 2002 and 2009 forty of his works were published and sold from his print house in London.

The visitor enters an evocative setting, with strong contrasts and bright colors, and slowly discovers the artist’s identity through his most famous graphics, the extensive explanatory texts and infographics of the artistic chronology, original posters from his exhibitions, and a selection of counterfeit videos and bank notes. Visitors can also examine the black books, small books published in the early 2000’s that contain a selection of images, aphorisms, poetry, and the artist’s reflections.

In contrast to the artist’s custom of creating of creating live works in a public setting, allowing visibility for everyone, the Palazzo Medici Riccardi exhibition does not connect the works in an urban context. The absolute contrast with Michelozzo’s meditated architecture is striking, and viewers are confronted with the contrast between the Renaissance courtyard, the contemporary context of the works, and their proposed layout.

The artist is controversial and complex, but compositionally extremely organized, and the using visual impact between images and cultural themes creates discussion and debate. The spectator is surprised by the union of craft production or industrial images that include and powerful sense of “british humor”, which the artist himself has baptized “brandalism”. Banksy, like a great magician, aims to create a “wow factor” in his works by including monkeys, mice, Mickey Mouse and Ronald McDonald, and military helicopters wrapped with bows. What at first glance seems to be only a great publicity-slogan instead hides a profoun message. In fact, the writer’s choices are all focused on visual protest. His works, through fusion of images and words, deal with universal arguments about politics, ethics, and mass culture.

He himself declares: “I like to think I have the guts to stand up anonymously in a western democracy and call for things no-one else believes in – like peace, justice and freedom”. There in lies his intent and polemic regarding the arrogance of the establishment and power, forced military intervention, homologation, pollution, consumerism and conformism of the Western matrix.

Moreover, as often reconfirmed by many scholars, Banksy represents the higher evolution of Pop Art, and is unique in his fusion of serial multiplication, hip hop culture, 1980’s style graffiti, and an approach distinctly from the digital age.

What is most evident in the Palazzo Medici exposition is how the great street artist is perfectly at home and active in contemporary society. Pushing himself to unimaginable limits, renewing his work, and inviting us to reflect on society and politics with his trademark touch of irony and challenge.

Translation by Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Banksy – This is not a photo opportunity

Palazzo Medici Riccardi, Firenze
19 ottobre 2018 – 24 febbraio 2019

L’artista che va oltre il limite… tra gioco e provocazione
di Anna Legnani (Università degli studi di Firenze)

Momento migliore non poteva esserci! Ha fatto parlare di sé sulle maggiori testate del mondo dopo aver autodistrutto una sua opera, Girl with a Balloon, venduta ad un’asta di Sotheby’s per un milione di sterline. Ora una selezione delle migliori immagini, che hanno decretato il suo successo mondiale, viene esposta a Firenze, in un luogo unico e ricco di storia quale è Palazzo Medici-Riccardi.

Stiamo parlando di Banksy, considerato uno dei maggiori street artist del momento, che viene presentato al grande pubblico nella mostra: “Banksy. This is not a photo opportunity” a cura di Gianluca Marziani e Stefano S. Antonelli, visitabile dal 19 ottobre al 24 febbraio 2019.

Dall’ingresso principale di via Cavour, in un contesto quattrocentesco, si accede alla mostra interamente dedicata al grande artista e writer inglese, la cui identità è ancora sconosciuta. Questa aura di mistero incrementa e stuzzica ancora di più il pubblico moderno che si lascia sopraffare dalle sue immagini immediate, elementari e divertenti ma, allo stesso tempo, cariche di provocazioni e sentimento.

In quattro sale piccole e buie spiccano le serigrafie d’un grande artista che ha cercato, innanzitutto attraverso i suoi murales, successivamente anche in opere grafiche-stampe, di lasciare un segno fisico e psicologico nelle città di tutto il mondo. I suoi lavori, infatti, nascono in relazione con lo spazio urbano nel quale lui si esprime e dopo aver iniziato, a metà degli anni Novanta, dai muri e ponti di Bristol, città di origine dell’artista, Banksy ha allargato i suoi confini. I suoi “affreschi urbani”, il mezzo di comunicazione preferito dall’artista, raggiungono le zone di conflitto e guerra dove altri mezzi di protesta e comunicazione fanno fatica ad arrivare come è avvenuto sul lungo muro che separa lo stato di Israele.

Tra il 2002 e il 2009 vengono pubblicate su carta, vendute tramite la sua print house a Londra, quaranta delle sue opere.

Il visitatore in un suggestivo allestimento, dai colori forti e accesi, scopre piano piano l’identità dell’artista attraverso la visione dei suoi interventi grafici più famosi, la lettura delle ampie schede esplicative e dell’infografica sulla cronologia artistica, la visione dei poster originali delle sue mostre, di una selezione di video e di banconote contraffatte. Il visitatore può inoltre conoscere i black books, piccoli libri pubblicati ad inizio duemila che raccolgono una selezione di immagini, aforismi, poesie e riflessioni del writer.

In contrasto con la consuetudine dell’artista che rende vive le sue creazioni inserendole nel contesto cittadino, ponendole accessibili e visibili a tutti, nell’esposizione a Palazzo Medici Riccardi il contatto con lo spazio espositivo ed urbano non si percepisce. Vige il contrasto assoluto con l’architettura meditata di Michelozzo e si rimane positivamente stupiti della forte opposizione tra il cortile rinascimentale e il contesto contemporaneo delle opere e dell’allestimento proposto.

Autore controverso e complesso ma estremamente ordinato nella capacità compositiva, nell’impatto segnico ribalta l’immagine e i temi culturali creando discussione e dibattito. Lo spettatore è sorpreso dal connubio di rappresentazioni di produzione artigianale o di immagini industriali con un nascosto ma allo stesso tempo potente british humor, che lo stesso artista ha battezzato con il nome di “brandalism”. Banksy, come un grande mago, vuole puntare a creare un “effetto wow” dell’immagine inserendo nelle sue produzioni scimmie, topolini, Mickey mouse e McDonald, elicotteri da guerra abbelliti con fiocchi. Quello che ad un primo sguardo sembra solamente una grande pubblicità-slogan, nasconde invece un profondo messaggio, infatti, le scelte del writer sono tutte incentrate in una protesta visiva. Le sue opere, attraverso fusione di immagini e parole, trattano argomenti universali quali la politica, l’etica, la cultura di massa.

Lui stesso dichiara: “Mi piace pensare di avere il fegato di far sentire la mia voce in forma anonima in una democrazia occidentale ed esigere cose in cui nessun altro crede come la pace, la giustizia e la libertà”. Egli manifesta tutto il suo intento e la sua polemica riguardo all’arroganza dell’establishment e del potere, della guerra e dell’intervento forzato militare, dell’omologazione, dell’inquinamento, del consumismo e conformismo di matrice occidentale.

Inoltre, come spesso ribadito da molti studiosi, Banksy rappresenta la miglior evoluzione della Pop Art originaria, l’unico che ha fuso assieme la moltiplicazione seriale, la cultura hip hop, il graffitismo anni Ottanta e gli approcci del tempo digitale.

Quello che più emerge nell’esposizione di Palazzo Medici è come il grande street artist sia perfettamente inserito e attivo nella società contemporanea, spingendosi oltre i limiti inimmaginabili, aggiornando la sua produzione e invitandoci a riflettere sulla società, sulla politica sempre con quel pizzico di ironia e sfida.

Video produced by the Istituto Lorenzo de’ Medici
Photo courtesy Anna Legnani