Prato Textile Museum


Textile Museum – Prato

Prato Textile Museum
A Contemporary Perspective of a Historical Industry

By Marissa Acey (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Prato is renowned for its industry of textiles, supplying a high percentage to the top fashion industry. The Textile Museum is an institution that defies expectation. Illustrating a city that’s textile and fashion history began in the Middle Ages but still thrives today, the institution is not only an informative but engaging display of educational Italian history. Built on a restored space of a textile factory, the museum initially boasts the process and machinery used throughout the
twentieth century to make garments of all types. The design of the museum itself is a walk through the industry beginnings to today while also evolving throughout with appealing display techniques and technology as you make your way throughout the two floors.
The first room of the museum demonstrates this history by showing a huge machine that was traditionally used in the industry. Moving along the path, we encounter royal garments and famous portrait counterparts that match the material: a striking display with dramatic lighting and enlarged paintings but otherwise a flat presentation. The room itself is dim and the lighting
consists of bright spotlights or illumination inside glass cases to show the importance of each piece. The diagonal layering of cases in the second room illustrates the history of velvet and other such Renaissance royalty high-end fashions, along with paintings of aristocrats wearing those materials. While the display is attractive and informative, the enthusiasm comes out in the
following rooms.
Along the hallway leading up to the second floor of the museum, there are tangible displays that emphasize textiles in the best way that can be explained – through touch. A hallway filled with stations of material that can be embraced and experienced, with the help of the accompanying wall text, is a highlight of the museum experience so we all can really understand, for example, where silk came from and why it feels so great when we touch and wear it. Not only does this long hallway make use of an otherwise awkward space for display with clear boxes filled with material to explore, but the graphics and wall text are modern and engaging. Though there is quite a lot of text explaining the history of each material and how it is made into a garment, the appealing design layers the information in a way that doesn’t overwhelm the eye. This area is especially intriguing for younger audiences by placing the boxes at a level that even smaller children can interact with.
After this brilliantly tactile display, the visitor is invited upstairs where they can engage in a video presentation of the city’s industrial history. I strongly recommend this activity, which in its totality can take up to 30 minutes, though no one would be disappointed to sit and watch this story unfold. The room is constructed masterfully, bottlenecking to a point where the visitor can
go through the doorway into the next room or sit and take a break while watching the video display. In my opinion, it is difficult to walk past without examination because of the uniquely individual manner of display.
On all the screens (they are physically split up into 3 encompassing projections) there is a cohesive story that is told while highlighting a different physical object on the center display; whether it be a Chinese lantern, a pair of running shoes, or a wall clock. Though there seems to be no connection to these items a narrative is eventually formed: that of how the citizens and industries of Prato form the importance of the country. The screens are about ten feet high and
fivteen-twenty feet wide, splitting in a way that encompasses the viewer in front and peripherally. By projecting not only a history of the city but also designs and patterns that please the eye, the museum is standing as an educational entity and as an aesthetic one. I especially enjoyed one screen that had a hanging mannequin and dress as a blank canvas to project different patterns on it throughout the runtime. All in all, this place of industry prospers as a business trade as well as an artistic one. The integration of not only tactile and historical technique but also that of advanced technology reveals that this museum should be examined with an eye that is appreciative of the past and optimistic about the future. The overall design and layout is diverse and engaging to an amateur
museum visitor, and even an avid one. An institution that can not only examine and emphasize its past but also run headlong into the future is a museum (and city) that I am well behind. By taking a city’s history and adapting it for future outcomes, there is not only an acceptance and appreciation of tradition, but an evolution projected that will help to progress the city into the
next decade.

 


Museo del Tessuto – Prato

Il Museo del Tessuto di Prato
Una lettura contemporanea dell’industria storica

Di Marissa Acey (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Prato è famosa per la sua industria tessile, che costituisce un’alta percentuale dell’industria dell’alta moda italiana. Il Museo del Tessuto è un’istituzione che supera ogni aspettativa: mostrando alla città come la storia del tessuto e della moda, iniziata nel Medioevo, è ancora oggi fiorente: l’istituzione non solo offre informazioni ma anche una coinvolgente esposizione della storia dell’educazione italiana. Costruito negli ambienti ristrutturati di una fabbrica tessile, il museo inizialmente mostra i processi e i macchinari utilizzati nel XX secolo per realizzare abiti di tutti i tipi. La struttura stessa del museo è pensata come un percorso attraverso la storia dell’industria dalla sua nascita fino ad oggi, presentando via via accattivanti tecniche di allestimento e tecnologie che si incontrano mentre si cammina attraversi i due i piani.
La prima stanza del museo illustra questa storia con l’esposizione di un grande macchinario tradizionalmente utilizzato nell’industria. Muovendosi lungo il percorso, incontriamo mantelli e ritratti famosi posti in posizione speculare ad essi così da creare una corrispondenza con il materiale esposto: uno straordinario allestimento con una scenografica illuminazione e grandi dipinti ma tuttavia una presentazione piatta. La stanza è buia e l’illuminazione avviene attraverso faretti o luci poste nelle teche di vetro che mettono in mostra l’importanza di ogni singolo pezzo esposto. La disposizione diagonale delle teche nella seconda stanza illustra la storia del velluto e di altri materiali di lusso di moda presso la nobiltà del Rinascimento insieme a dipinti di aristocratici che indossano questi tessuti. Sebbene l’allestimento sia avvincente e ricco di informazioni, l’entusiasmo aumenta nelle sale successive.
Lungo il corridoio che conduce al secondo piano del museo, sono presenti allestimenti tangibili che mettono in risalto i tessuti nel miglior modo possibile attraverso il tatto. Un corridoio riempito di materiali che possono essere toccati e provati, con l’ausilio di spiegazioni scritte sulle pareti, è il clou dell’esperienza museale in quanto tutti possiamo così davvero comprendere, per esempio, da dove proviene la seta e perché è così piacevole da toccare o indossare.
Questo lungo corridoio utilizza uno spazio, altrimenti angusto per l’esposizione, con teche trasparenti riempite di materiali da conoscere, per di più la grafica e i panelli esplicativi sulle pareti sono moderni e accattivanti.
Sebbene ci siano molti pannelli esplicativi che spiegano la storia di ogni materiale e il processo di lavorazione per trasformalo in un indumento, la calibrata struttura del testo propone le informazioni in modo da non stancare gli occhi.
Questa sezione è particolarmente interessante per il pubblico più giovane con i contenitori posizionati ad un’altezza tale che anche i bambini più piccoli possano interagirci.
Dopo questo affascinante allestimento tattile, il visitatore è invitato a salire al piano superiore dove può dedicarsi alla visione di un filmato di presentazione della storia industriale della città.
Consiglio vivamente questa attività, che in totale richiede al massimo 30 minuti, e ogni visitatore può avere il piacere di star seduto e guardare lo svolgersi della storia. La stanza è costruita con gran maestria, posizionata in un punto strategico dove il visitatore può scegliere di andare attraverso la porta nella sala successiva o sedersi e prendersi una pausa mentre guarda il filmato.
Per me è difficile passare oltre senza esaminarlo per la forma straordinariamente singolare dell’esposizione. In tutti gli schermi (sono fisicamente separati in tre proiezioni) c’è una storia coesiva che è narrata mentre si mette in luce un diverso oggetto al centro del display: che sia una lanterna cinese, un paio di scarpe da corsa, o un orologio da muro. Sebbene non sembri esserci una connessione fra questi oggetti, alla fine se ne comprende la storia comune: come i cittadini e le industrie di Prato costituiscano l’importanza del paese. Gli schermi sono alti circa 10 piedi e larghi 15-20 piedi, suddivisi in un modo che coinvolge lo spettatore frontalmente e da ogni lato.
Attraverso non solo la proiezione di una storia della città ma anche grazie alla progettazione e alle forme piacevoli da vedersi, il museo si attesta come un soggetto educativo e allo stesso tempo di valore estetico.
Ho particolarmente apprezzato uno schermo con un manichino appeso e vestito con una tela bianca per poterci proiettare sopra diversi modelli per tutto il tempo.
Nel complesso, questa città industriale ha successo sia come luogo di affari che di arte.
L’integrazione non solo fra tecniche tattili e storiche ma anche della tecnologia più avanzata fa comprendere che questo museo dovrebbe essere osservato con uno sguardo che sia di apprezzamento per il passato e ottimista per il futuro.
La complessiva forma e struttura è diversa e indirizzata sia ad un visitatore principiante, sia ad uno più esperto di musei. Un’istituzione che non solo esamina ed enfatizza il suo passato ma che corre avanti nel futuro è un museo (e una città) che incontra il mio consenso.
Prendere la storia di una città e adattarla alle situazioni future comporta l’accettazione e l’apprezzamento della tradizione, ma anche una proiezione dell’evoluzione che aiuterà la città a progredire nel prossimo decennio.

Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)
Photo courtesy Marissa Acey

The Stefano Bardini Museum


Bardini Museum – Florence

The Stefano Bardini Museum
The Collection of the Prince of Antiquarians

By Lorenzo Orsini and Camilla Torracchi (Università di Firenze)

The Stefano Bardini museum is located in piazza de’ Mozzi in Florence, in the San Niccolò Oltrarno neighborhood.

The story of this museum is closely tied to Stefano Bardini, a key figure of the international antiquities market between the 19 th and 20 th centuries. Despite having been trained as a painter, Bardini distinguished himself as a restorer and art dealer. Thanks to the success of his business he was able to purchase the ex-convent of San Gregorio alla Pace, the home of today’s museum, and use the space as an exhibition gallery, transforming it into a neo-renaissance
palace.

The enormous quantity of the works in his possession led the dealer to develop an exhibiting system that would best enhance his collection. According to installations dictated by his imagination, Bardini united works of different age and nature in the same environment. At the same time tight sales rhythms led him to continuously change the arrangement of the works: sculptures, tapestries, stone fragments and archeological objects were set up together with balance and aesthetic order in a constant search for a better type of display.

His criteria of display garnered notable success, so much so that many of his clients were attracted by the entire artistic atmosphere that they could admire in the rooms of the building.
The walls were painted with a cornflower blue, noted as ‘Bardini blue’, that was greatly admired by important collectors and art historians of the period like Nélie Jacquemart who used it in his palace, the future Jacquemart-André Museum, and Isabella Stewart Gardner who chose it for the display of her collections in Boston.

On the eve of the First World War, Bardini closed his showroom and dedicated himself to his private collection until his death, in 1922, when he bequeathed it to the city and it became part of the Civic Museums of Florence. The collection was opened to the public in 1925, but substantial changes were made, for example many of the works were moved into storage and the walls were whitewashed.

Thanks to the project curated by the current director, Antonella Nesi, through a profound study of photographic and paper documentation, the museum today represents the Bardini Gallery according the layout conceived by the antiquarian himself.

Like visitors of the time, today the public can walk through the rooms letting themselves be transported by the eclectic setting: the rooms are dominated by a criterion of symmetry. The works are displayed in an aesthetic order consistent with the immediate understanding of the object and at the same time valorizing its characteristics.

Present in every room are explanatory panels in both English and Italian. These offer visitors information on the history of the gallery and the individual works displayed allowing the public to understand where they come from and how they were added to the collection.

One of the most notable rooms is the so-called Room of Charity which houses sculptural objects from the Roman period to the 17 th century. The painted wooden ceiling, its coffers transformed into skylights radiating light throughout the room, contribute a luminous lighting effect. The back wall houses a small space, called the Chiostrina, in which is held the famous statue of Charity by Tino da Camaino, sculpted in the second decade of the 14 th century.

Between the ground floor and first floor of the museum, the visitor gains access to the mezzanine. Surrounding a Tuscan crucifix from the second half of the 15 th century, suggestively leaning on a pillar of pietra serena, is an important collection of terracotta Madonnas and wedding chests. Bardini’s attention to artisanal details of the Renaissance, however, culminates in the next room, called the Room of the Frames, decorated with a surprising variety of frames
and objects made from gilt leather.

At the end of the first-floor hallway, the public finds themselves in the center of the hall of paintings. Here the works of great masters fill the walls, and yet again one remains entranced by the variety of eras and styles. Just to name a few one can see the detached frescoes by
Giovanni da San Giovanni, the wooden crucifix by Bernardo Daddi and the Martyrdom of Saint Christina attributed to Tintoretto.

In the path leading to the conclusion of the visit, one can see how the same staircase was decorated to host the prestigious collection of antique oriental carpets, the value of which amounted to a small fortune in the antiquities market of the end of the 19 th century.
Thus, the Stefano Bardini Museum offers visitors the possibility to get to know a unique and rare collection of objects through the filter and taste of the beginning of the 20 th century. The public, strolling through the rooms, can identify themselves with the great collectors of a century ago who visited Florence to get to know, and at times buy, the beautiful objects of the ‘Prince of Antiquities.’

Translation by Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

 


Museo Bardini – Firenze

Il Museo Stefano Bardini
La collezione del Principe degli antiquari

Di Lorenzo Orsini e Camilla Torracchi (Università di Firenze)

Il Museo Stefano Bardini si trova in piazza de’ Mozzi a Firenze, nel quartiere di San Niccolò Oltrarno.

La storia di questo museo è strettamente legata alla figura di Stefano Bardini, personalità cardine del mercato antiquario internazionale a cavallo fra Ottocento e Novecento. Pur avendo ricevuto una formazione di pittore, Bardini si contraddistinse per la sua professione di restauratore e mercante di opere
d’arte. Grazie al successo della sua impresa, acquistò l’ex convento di San Gregorio alla Pace, sede dell’odierno museo, e lo adibì a galleria espositiva, trasformandolo in un vero e proprio palazzo neo-rinascimentale.

La grande quantità di opere possedute, spinse il mercante ad elaborare un sistema espositivo in grado di valorizzare al meglio la sua collezione. Secondo allestimenti in cui dominava la sua fantasia, Bardini univa in uno stesso ambiente opere di natura ed epoca diversa. Al tempo stesso, i ritmi serrati di vendita lo portavano a cambiare continuamente la disposizione delle opere: sculture, arazzi, frammenti lapidei e manufatti archeologici venivano allestiti insieme con equilibrio e ordine estetico in una costante ricerca di
una migliore tipologia espositiva.

I suoi criteri di allestimento ebbero un notevole successo, tanto che molti suoi clienti erano attratti dall’intero ambiente artistico che potevano ammirare nelle sale del palazzo. Le pareti erano tinte con un blu fiordaliso, noto come “blu Bardini”, che fu molto apprezzato da importanti collezionisti e storici dell’arte dell’epoca come Nélie Jacquemart che lo utilizzò nel suo palazzo, futuro Museo Jacquemart-André, e Isabella Stewart Gardner che lo scelse per l’allestimento delle sue collezioni a Boston.

Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, Bardini chiuse il suo showroom ed iniziò a dedicarsi alla sua collezione privata che alla morte, nel 1922, lasciò in eredità alla città e divenne parte dei Musei Civici di Firenze. La collezione fu aperta al pubblico nel 1925, ma furono apportate modifiche sostanziali, ad esempio molte opere furono spostate nei depositi e le pareti scialbate.

Grazie al progetto curato dall’attuale direttrice, Antonella Nesi, attraverso uno studio approfondito della documentazione fotografica e cartacea, il Museo oggi presenta la Galleria Bardini secondo l’allestimento pensato dal mercante stesso.

Come i visitatori dell’epoca, oggi il pubblico può passeggiare fra le sale lasciandosi rapire dagli eclettici allestimenti: domina nelle sale un criterio di simmetria. Le opere sono esposte quindi secondo un ordine estetico che consente un’immediata comprensione dell’oggetto e allo stesso tempo ne valorizza le sue caratteristiche.

In ogni stanza sono presenti pannelli esplicativi, in lingua inglese e italiana. Questi offrono al visitatore informazioni sulla storia della galleria e sulle singole opere esposte, permettendo così al pubblico di conoscere da dove provengono e quando sono giunte nella collezione.

Una delle sale più note è la cosiddetta Sala della Carità che ospita oggetti scultorei dall’epoca romana al Seicento. Il soffitto ligneo dipinto, privato dei lacunari, irradia di luce tutta la sala, contribuendo ad un effetto di illuminazione originale. La parete di fondo ospita un piccolo ambiente, detto la Chiostrina, al cui interno spicca la famosa statua della Carità di Tino da Camaino, realizzata nel secondo decennio del XIV secolo.

Tra il piano terra e il primo piano del museo, il visitatore accede al mezzanino. Attorno ad un crocifisso di ambito toscano della metà del XV secolo, suggestivamente appoggiato ad un pilastro in pietra serena, ruota un’importante collezione di Madonne in terracotta e di cassoni nuziali. L’attenzione da parte di Bardini per aspetti dell’artigianato rinascimentale trova però il culmine nella sala successiva, detta Sale delle Cornici, allestita con una sorprendente varietà di cornici e di oggetti realizzati in cuoio dorato.

Al termine del corridoio del primo piano, il pubblico si ritrova al centro del salone dei dipinti. Qui opere di grandi maestri scandiscono le pareti, e ancora una volta si rimane estasiasti dalla varietà di epoche e di stili.
Solo per citarne alcuni si possono vedere gli affreschi staccati di Giovanni da San Giovanni, il crocifisso ligneo di Bernardo Daddi o Il Martirio di Santa Cristina attribuito al Tintoretto.

Nel percorso che porta alla conclusione della visita, si può vedere come lo stesso scalone è stato adibito ad ospitare la pregevole collezione di antichi tappeti orientali, i quali ebbero un’enorme fortuna nel mercato antiquario di fine Ottocento.

Il museo Stefano Bardini offre così ai visitatori la possibilità di conoscere una raccolta di opere unica e rara, attraverso il filtro e il gusto del mercato antiquario di primo Novecento. Il pubblico, passeggiando nelle sale, potrà immedesimarsi nei grandi collezionisti che un secolo fa visitavano Firenze per conoscere, e
all’occorrenza comprare, le bellezze del “Principe degli Antiquari”.

Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)
Photo courtesy Camilla Torracchi

The Palatine Gallery and the Rooms of the Planets


Florence, Palazzo Pitti, Palatine Gallery

The Palatine Gallery and the Rooms of the Planets
An Immersion into Baroque Florence in the 21st century

By Camilla Torracchi (Università di Firenze)

For centuries Palazzo Pitti was home to the rulers of Florence, first the Medici, then the Lorraine, and finally the kings of Italy until 1919 when the palace was donated to the Italian state.

A place of power and display, to this day it is characterized by the richly decorated rooms with frescoed ceilings, white and gold stucco ornamentation, and sumptuously decorated walls covered in precious tapestries and fabrics.

The first floor contains the Palatine Gallery, a painting gallery opened to the public in 1828.

Between the end of the 18th and beginning of the 19th centuries the Lorena carried out various modifications inside the palazzo and the palace’s winter rooms were transformed into the painting gallery. The Lorena selected masterworks from the Medici collections to decorate the rooms according to 17th century painting gallery tastes. To this day the museum is characterized by its loyalty to maintaining the arrangement from the time in which it was opened.

Visitors find themselves walking between the rooms whose walls are entirely covered in paintings hung on multiple vertical rows. This type of arrangement creates a strong scenography: the spectator is submerged in the abundance of works they are surrounded in. In fact, they do not find themselves in a gallery with partially bare walls, but with a huge quantity of works surrounding them, hung in splendid gilded frames. The paintings are in dialogue with sculptures and skillfully decorated tables realized in traditional artisanal Florentine school, a decorative technique defined by its valuable semiprecious stones.

Explanatory panels can be found in each room indicating the name of the room and its function inside the building both while the palace was occupied by the Medici and in the successive years. The visitor can thus be informed of the previous use of each space, how the building once appeared, and what changes the galleries have undergone.

The collection exhibited in the museum us rich with celebrated masterworks from notable artist including examples from Titian, Perugino, Rubens and Caravaggio. The painting gallery also is distinguished for holding the largest nucleus of Rafael’s works, concentrated in the so-called Saturn Room. August of 2018 foresaw movements of works between the Uffizi and the Palatine Galleries, during which Raphael’s Portrait of Julius II was brought back to the Palatine Gallery, Titian’s copy of which is also displayed in the gallery.

Included in the museum are the so-called Rooms of the Planets, one of the most important examples of Baroque painting in Florence. It is composed of five consecutive rooms that were frescoes for the Grand Duke Ferdinando II by Pietro da Cortona and concluded by his student Ciro Ferri in circa 1665. The name derived from the fact that every room is dedicated to a planet: Venus, Apollo, Mars, Jupiter, and Saturn. It was an interesting choice of theme that was connected to the four moons of Jupiter discovered by Galileo Galilei in 1610 and called the ‘Medicean stars’ in homage to Ferdinando II’s father, Cosimo II.

Every room contains a mythological scene decorating the vaulted ceilings which celebrate Ferdinando II’s rise to the Grand Duchy of Tuscany, and the prince is symbolically represented in the frescoes as Hercules. Moving between rooms visitors retrace idealised moments of a sovereign’s life. It begins with his adolescence in the Venus room and continues through to that of Apollo. They tell the story of the virtuous formation required to become a successful prince. The vault depicts Hercules, Ferdinando’s alter ego, supporting the terrestrial globe, a symbol of the responsibility that a sovereign must support. The Mars room eludes to the prince’s triumph in the art of war and culminates in the center of the ceiling with a crowned Medici crest inscribed with Ferdinando’s name. In the successive room the prince has finally concluded his apprenticeship, he is crowned by Jupiter and recognized as the legitimate heir of the Grand Ducal throne. In the last room, that of Saturn, the prince has aged and is waiting to be crowned by an allegory of Fame to join the realm of eternity.

The room of Saturn is the ideal conclusion to the celebratory path through Medicean glory, but is the first room that visitors enter reversing the museum path I in respect to the 17th century project.

Visitors can stroll through the works of art finding themselves immersed in a space in which the frescoes, thanks to their illusionistic perspective, seem to break through the roof, and in an environment reflecting a baroque painting gallery, evoking the splendid display of the Medici court.

Translation by Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

 


Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina

La Galleria Palatina e le Sale dei Pianeti
Un’immersione nel barocco nella Firenze del XXI secolo

Di Camilla Torracchi (Università di Firenze)

Palazzo Pitti ha ospitato per secoli i regnanti di Firenze, i Medici prima, i Lorena poi e i Re d’Italia fino al 1919 quando l’intero complesso fu donato allo Stato italiano.

Luogo di potere e di fasto, ancora oggi si presenta caratterizzato da sale riccamente ornate con soffitti affrescati, stucchi bianchi e dorati e pareti rivestite da decorazioni sontuose, come arazzi e stoffe pregiate.

Ospita al primo piano la Galleria Palatina, una pinacoteca aperta al pubblico nel 1828.

Fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento i Lorena operarono alcune modifiche all’interno del palazzo e le sale disposte in facciata divennero la sede della Quadreria. I Lorena selezionarono alcuni capolavori provenienti dalle collezioni medicee allestendo le stanze secondo il gusto delle quadrerie seicentesche. Ad oggi il museo si caratterizza proprio per la fedeltà con cui ha mantenuto l’allestimento che presentava alla sua apertura.

Il visitatore si trova così a passeggiare fra le sale le cui pareti sono interamente coperte di dipinti disposti su più file verticali. Questa tipologia di allestimento produce un forte effetto scenografico: lo spettatore è così sommerso dall’abbondanza di opere che lo circondano. Non troviamo infatti in galleria pareti vuote, ma una gran quantità di dipinti racchiusi in sfarzose cornici dorate. I quadri dialogano con sculture e tavoli maestosi realizzati secondo l’arte del commesso fiorentino, tecnica decorativa di pietre dure di grande pregio.

In ogni sala vi sono dei pannelli esplicativi che indicano il nome della stanza e quale funzione essa svolgesse all’interno del palazzo sia in epoca medicea che successiva. Il visitatore può così essere informato sia sulle precedenti destinazioni d’uso di ogni ambiente sia di come dovesse presentarsi un tempo il palazzo e quali modiche abbia subito la pinacoteca.

La collezione esposta nel museo è ricca di celebri capolavori di noti artisti fra i quali ad esempio Tiziano, Perugino, Rubens e Caravaggio. La pinacoteca si distingue inoltre per ospitare il più grande nucleo di opere di Raffaello, concentrate nella Sala detta di Saturno. Nell’agosto del 2018 sono avvenuti alcuni spostamenti di opere tra le Gallerie degli Uffizi e la Galleria Palatina e in Palazzo Pitti è stato riportato il Ritratto di Giulio II di Raffaello, la cui copia realizzata da Tiziano è esposta nella stessa Galleria Palatina.

Comprese nel museo vi sono le cosiddette Sale dei Pianeti, uno dei maggiori esempi di pittura barocca a Firenze. Si tratta di cinque ambienti consecutivi fra loro, fatti affrescare per volere del Granduca Ferdinando II da Pietro da Cortona e conclusi dal suo allievo Ciro Ferri nel 1665 circa. Il nome deriva dal fatto che ogni sala è dedicata ad un pianeta: Venere, Apollo, Marte, Giove e Saturno. Interessante è la scelta del tema che si collega ai quattro satelliti di Giove scoperti da Galileo Galilei nel 1610 e chiamati “astri medicei” in omaggio al padre di Ferdinando II, Cosimo II.

In ciascuna di queste stanze, sulle volte, è raffigurata una scena mitologica che celebra l’ascesa al Granducato di Toscana dello stesso Ferdinando II e negli affreschi il principe è rappresentato simbolicamente come Ercole. Spostandosi da una sala all’altra si ripercorrono così idealmente i momenti della vita di un sovrano. Si inizia dalla sua adolescenza nella sala di Venere e si prosegue in quella di Apollo. In questa si tratta della sua educazione alla virtù per diventare un buon principe. Sulla volta si rappresenta infatti Ercole, alter ego di Ferdinando, che sorregge il globo terrestre, simbolo delle responsabilità che un sovrano deve affrontare. Nella sala di Marte si allude al trionfo del principe nell’arte della guerra e spicca al centro del soffitto lo stemma mediceo con sopra una corona e all’interno scritto il nome stesso di Ferdinando. Nella sala successiva il principe ha finalmente concluso il suo percorso formativo e viene incoronato da Giove e riconosciuto come legittimo erede al trono granducale. Nell’ultima sala, quella di Saturno, il principe è ormai anziano e attende di essere incoronato dalla Fama per raggiungere in cielo l’eternità.

La Sala di Saturno è la conclusione di questo ideale cammino celebrativo della gloria medicea, ma è la prima stanza che il visitatore vede poiché oggi il percorso museale è in senso inverso rispetto al progetto del XVII secolo.

Il visitatore può passeggiare fra le opere d’arte trovandosi immerso in un luogo in cui gli affreschi, grazie all’uso della prospettiva illusionistica, sembrano sfondare il soffitto, e in un ambiente che è lo specchio di una quadreria barocca, capace di evocare il fasto della corte medicea.

Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)
Photo courtesy Camilla Torracchi

Museo Palazzo Davanzati


Museo Palazzo Davanzati
The Changing Face of Florentine Patrimony

By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

In a city abundant with Renaissance architecture Palazzo Davanzati provides rare insight to Florence’s Medieval past. The museum offers visitors an opportunity to discover a household predating the grand palazzi found around the majority of the city center. Originally constructed for the Davizzi family in the mid 14th century, the space has since passed through many successive owners. Though threatened by radical changes in interior design, early 20th century redevelopment, and ballistic attacks during WWII, Palazzo Davanzati has survived to the present day.

The museum was originally opened to the public in 1910 by Elia Volpi, an Italian art dealer, who restored the building and used it to stage elaborate displays of his collection. The exhibitions proved to be hugely successful for his commercial ventures drawing visitors and clients from all over Europe and America. The modern permanent collection, comprised of a vast array of domestic goods ranging primarily from the 15th to 20th centuries, emulates the displays created by Volpi and his successors by combining the restored interiors with much later antique art and furnishings used as decoration.

After being acquired by the Italian state in the early 1950’s, the palazzo remained open until extensive structural restorations became necessary in the 1990’s, after which it was finally reopened to the public in 2005. The renovations included the addition of a small space in the museum’s entrance to house temporary exhibitions, and a didactic area for visitors located in the rear of the Atrium on the ground floor. The darkened room is dominated by a video screen playing a short film on loop throughout the museum’s opening hours. It describes the modifications carried out on the building and surrounding area since its construction. While the narration is engaging, the audio is only available in Italian with English subtitles limiting the audience of visitors that can enjoy this feature. The room also contains explanatory panels with historical information and photographs that elaborate the information conveyed by the film. These might be more effective in a separate room, but the overall impact of the historical displays would be comprised if they were moved into any of the refurbished spaces.

The architecture of the palazzo represents the shift from the defensive Medieval tower house to the combined commercial and domestic space in which the rising mercantile class of Florentines lived before the construction of the grand urban palaces of the later Renaissance. In the atrium one is immediately struck by the vertical orientation of the building emphasized by the open courtyard and central axis around which it is built. At first glance the ground floor may seem sparsely decorated, the public function of the space dictated its relatively austere ornamentation, but the neutral masonry is adorned with the red and white Davizzi family crest declaring their proud ownership.

After passing through the courtyard, visitors climb a narrow staircase to reach the increasingly luxurious domestic spaces on the upper floors. The first and second floors both combine communal areas and the most intimate living spaces. Each has its own sumptuously frescoed bedroom, study, great hall, and bathroom, all of which are indicative of the luxury allowed by the family’s successful commercial ventures. While brilliantly restored frescoes can be found throughout the private quarters, those decorating the nuptial bedroom of Paolo Davizzi and Lisa degli Alberti are the most evocative of the period. The painted frieze illustrates Chatelain of Vergy, a popular medieval moralizing tale of love, betrayal, death, a suitable choice to remind the couple of the dangers of extramarital affairs.

The ground and first floors can be accessed during regular opening hours. However, it is necessary to be accompanied by staff members to view the second and third floors. This can be done at no additional cost by contacting the museum prior to visiting.

Palazzo Davanzati offers visitors the chance to experience centuries of Florentine domestic life in a lush historical space. While the museum collection can at times feel sporadic in its presentation, the palazzo offers visitors the rare chance to immerse themselves in the visual display of Medieval domestic life.

 

 

Museo di Palazzo Davanzati
Le evoluzioni del patrimonio fiorentino

By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

In una città ricca di architetture rinascimentali, Palazzo Davanzati offre una rara immagine del passato medievale di Firenze. Il museo fornisce ai visitatori l’opportunità di scoprire un’antica dimora di epoca precedente ai grandi palazzi che si trovano attorno, per lo più nel centro della città. Originariamente costruito per la famiglia Davizzi all’inizio del XIV secolo, il palazzo è da allora passato attraverso molti proprietari. Pur minacciato da cambiamenti radicali nell’arredo interno, ristrutturato all’inizio del XX secolo e bombardato durante la seconda guerra mondiale, Palazzo Davanti  si è conservato fino ad oggi.

Il Museo fu originariamente aperto al pubblico nel 1910 da Elia Volpi, un commerciante d’arte italiano, che restaurò l’edificio e lo utilizzò per disporre elaborati allestimenti della sua collezione.  Le esposizioni si dimostrarono essere un enorme successo per le sue imprese commerciali attirando visitatori e clienti da tutta Europa e America. L’attuale collezione permanente del museo, costituita da una vasta serie di beni domestici che spazia prevalentemente dal XV al XX secolo, riflette gli allestimenti pensati da Volpi e dai suoi successori attraverso un allestimento degli ambienti interni restaurati con molte opere e arredamenti d’antiquariato utilizzati come decorazioni.

Dopo essere stato acquistato dallo stato italiano agli inizi degli anni Cinquanta, il palazzo è rimasto aperto fino all’ampio restauro strutturale divenuto necessario negli anni Novanta, dopo il quale fu finalmente riaperto al pubblico nel 2005. Fra i rinnovamenti apportati è inclusa l’aggiunta di un piccolo spazio all’ingresso del museo per ospitare collezioni temporanee, e un’area didattica per i visitatori situata nel retro dell’atrio a piano terra.

La stanza, buia, è dominata da uno schermo che riproduce in loop un breve filmato durante l’orario di apertura del museo. Questo descrive le modifiche apportate all’edificio e all’area limitrofa sin dalla sua costruzione. Sebbene il racconto sia coinvolgente, l’audio è disponibile solo in italiano con i sottotitoli in inglese restringendo il pubblico dei visitatori che possono apprezzare questo servizio del museo. Nella stanza vi sono inoltre pannelli esplicativi con notizie e fotografie storiche che integrano le informazioni fornite dal filmato. Questi potrebbero essere di maggior efficacia in una stanza separata, ma l’effetto generale dell’esposizione storica sarebbe compromesso se fossero spostati all’interno degli spazi rinnovati.

L’architettura del palazzo rappresenta il passaggio dalle case-torri medievali di difesa alle abitazioni con compresenza di spazi commerciali e domestici nelle quali la fiorente classe mercantile di Firenze viveva prima della costruzione dei grandi palazzi urbani del tardo rinascimento.

Nell’atrio si è immediatamente colpiti dall’orientamento verticale dell’edificio evidenziato dal cortile aperto e dall’asse centrale intorno al quale il palazzo è costruito. A prima vista il piano terra può sembrare scarsamente decorato, la funzione pubblica di questo ambiente esige una decorazione piuttosto austera, ma la muratura neutra è adornata con lo stemma bianco e rosso della famiglia Davizzi che indica il loro orgoglio in quanto proprietari.

Una volta attraversato il cortile, i visitatori salgono un’angusta scalinata per giungere agli ambienti sempre più sfarzosi dei piani più alti. Sia il primo che il secondo piano uniscono le aree comuni e gli spazi domestici più intimi. Ciascuno ospita una sontuosissima camera da letto affrescata, uno studio, un salone principale, e un bagno, tutti ambienti che sono indicativi della ricchezza per il successo della famiglia nelle imprese commerciali.

Mentre gli affreschi restaurati splendidamente sono visibili nei quartieri privati, quelli che decorano la camera nuziale di Paolo Davizzi e Lisa degli Alberti si attestano come le più evocative dell’epoca. Il fregio dipinto rappresenta La Castellana di Vergi, una storia, popolare nel medioevo, che parla di amore, tradimenti, morte, una scelta appropriata a ricordare alla coppia i pericoli di legami extraconiugali.

Il piano terra e il primo piano sono accessibili regolarmente durante l’orario di apertura. Ma è necessario essere accompagnati da membri dello staff per visitare il secondo e terzo piano. Ciò può essere fatto senza costi aggiuntivi contattando il museo e informandolo in tempo per la visita.

Palazzo Davanzati offre ai visitatori la possibilità di scoprire secoli di vita quotidiana fiorentina in un lussuoso luogo storico. Mentre la collezione museale può talvolta dare la sensazione di essere sporadica nella sua presentazione, il palazzo propone ai visitatori la rara possibilità di immergersi totalmente nella vita domestica medievale.

Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)
Photo courtesy Marie-Claire Desjardin 

Santa Croce Museum


Santa Croce and the Angeli del Fango: museum stories
By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Upon entering the Basilica of Santa Croce it is easy to be overwhelmed by the spectacular beauty of the Early Renaissance frescoes, the cavernous space, and the many famed Florentines who are entombed in the Franciscan church. The museum, which can be found to the left of the courtyard near the exit to the complex, reminds us that not long ago these treasures risked being lost forever.

Visitors are invited to reflect upon the temperamental nature of the Arno. For centuries rising water levels threatened the city’s residents and the many priceless masterpieces throughout the city. The river has been recorded to have flooded 56 times since 1177, something which the museum communicates to visitors almost immediately with makers showing the various water levels of particularly devastating occasions. Over the last 5 centuries the worst occurrence began the 4th of November 1966, killing 101 people and destroying countless artworks, books, and historical documents preserved around the city. The basilica of Santa Croce was extensively damaged, and restorations in the church continue to the present day.

Opened in 1900, the museum space occupies what was once the dining hall, and several successive smaller rooms, for the Franciscan friars. The collection is made of centuries of decorations that have been removed for conservation or replaced with later works throughout the long history of the church. Restorative efforts after the 1966 flood forced the museum to close to the public until 1975, the year when Cimabue’s crucifix was returned to the complex. The space now host various events including conferences and concerts outside of visiting hours.

Housed in what was originally the refectory, the museum’s entrance hall preserves Taddeo Gaddi’s Last Supper. Between 1334 and 1366 Gaddi dedicated 30 years of his life to decorating the cavernous space, and his passionate labour is evident in the spectacular fresco that remains. The intricate decorative pattern, divided into 6 individual narratives, immediately draws visitor’s attention in the otherwise sparsely decorated space. The extent of the damage is hard to imagine when observing the vibrant pigments conserved in the 14th century masterpiece. However, a closer examination shows the watermark 5 meters above ground level indicated by a horizontal band running across the wall. The lowest section, that depicting the last supper, bares the most significant signs of damage. After the flood the fresco was in such terrible condition that it had to be detached from the wall for restoration, but thankfully has been returned to its original location.

Giorgio Vasari’s monumental 1545 Last Supper can also be found in the museum’s main entrance hall. Damage to the enormous painting was so severe that only after a 2016 collaborative restoration involving the Opificio delle Pietre Dure and the Getty Foundation was the painting finally returned to public view. 50 years after the flood damage occurred restoration techniques had advanced enough to allow for the panels to be reunited, and the painting was returned to Santa Croce. It is now displayed alongside a small scale model illustrating the counterweights specially designed and manufactured for the painting that allow for it to be mechanically raised in case of future flood warnings.

Freestanding wall texts throughout the museum remind visitors of what risked being completely lost after the flood, and of the heroic restorative efforts that helped to preserve the church. Just before leaving the museum’s main room visitors are invited to use an interactive display screen to examine historical photographs and read more extensively about the devastating flood. While the effect of the images is shocking, the overall message of the museum is both proud and hopeful for the collaborative effort that helped to restore and maintain priceless masterpieces throughout the city. Immediately after the flood a group of national and international volunteers dubbed the ‘Angeli del Fango’, or ‘Angels of the Mud’, assembled to help with relief all over Florence and the other cities hit particularly hard by the flooding. Comprised mainly of young volunteers, the group provided not only essential aid to recuperate art and restore the city, but helped to connect across a generational divide restoring faith for the future.

More than 50 years after the disaster preservation efforts continue. During the entire month of November visitors to the church were able to observe conservation specialists from the Opificio delle Pietre Dure restoring Vasari’s 1572 Christ meeting Veronica on the Way to Calvary, the Altarpiece that marks Michelangelo Buonarroti’s family tomb. While the church itself may be a monument to Italian greats, the museum stands as a monument to restoration, conservation and the possibility to overcome disaster.

 

Museo di Santa Croce


Santa Croce e gli Angeli del Fango: racconti museali
Di Marie-Claire Desjarin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Entrando nella Basilica di Santa Croce è facile essere travolti dalla spettacolare bellezza degli affreschi del primo Rinascimento, dall’ambiente monumentale, e dai molti famosi fiorentini sepolti nella chiesa francescana. Il museo, che si trova alla sinistra del cortile vicino all’uscita del complesso, ci ricorda che non molto tempo fa questi tesori rischiavano di essere perduti per sempre.

I visitatori sono invitati a riflettere sulla natura imprevedibile dell’Arno. Per secoli l’alzarsi del livello dell’acqua ha minacciato gli abitanti della città e gli inestimabili capolavori di Firenze. Il Museo pone fin da subito l’attenzione sulla portata dell’alluvione, attraverso i segni che indicano i vari livelli raggiunti dall’acqua nella sala d’ingresso in occasione di eventi particolarmente devastanti.

I pannelli esplicativi, posti all’interno del museo e nel cortile esterno, illustrano la storia delle inondazioni nel corso dei secoli attraverso testi scritti e fotografie storiche. Il Museo di Santa Croce chiede ai visitatori di confrontarsi con il tragico evento dell’alluvione del 1966 che ha spazzato via la città distruggendo innumerevoli opere d’arte, libri, e documenti storici.

La Basilica di Santa Croce fu gravemente danneggiata, e i restauri nella chiesa continuano tutt’oggi.

Aperto nel 1900, il museo occupa uno spazio che in precedenza comprendeva la sala da pranzo dei frati francescani e altre stanze limitrofe più piccole. La collezione consta di opere realizzate nel corso dei secoli che sono state rimosse per motivi conservativi o sostituite da opere più tarde durante la lunga storia della chiesa. I necessari interventi di restauro a seguito della devastante alluvione costrinsero il museo a chiudere al pubblico fino al 1975, anno in cui il Crocifisso di Cimabue fu ricollocato in sede.

Lo spazio oggi ospita molti eventi comprese conferenze e concerti che si svolgono fuori dall’orario delle visite.

Situata nel refettorio, la sala di ingresso del museo ospita L’Ultima Cena di Taddeo Gaddi.

Fra il 1334 e il 1366 Gaddi dedicò trent’anni della sua vita a decorare il monumentale ambiente, e la sua dedizione al lavoro è evidente nel grandioso affresco che si è conservato. Il complesso schema decorativo, diviso in sei diverse scene, cattura immediatamente l’attenzione dei visitatori rispetto al restante spazio, altrimenti poco decorato. L’estensione del danno è difficile da concepire quando si osservano i vibranti pigmenti ancora oggi visibili nel capolavoro del XIV secolo. Ma un esame ravvicinato dell’opera mostra il segno dell’acqua che era arrivata a 5 metri sopra il livello del pavimento indicato da una linea orizzontale che corre lungo il muro. Attraverso il restauro conservativo, che ha mantenuto le lacune dell’affresco, il museo mostra l’entità del danno che ha rischiato di distruggerlo completamente.

Nella sala di ingresso del museo, si può osservare anche la monumentale Ultima Cena di Giorgio Vasari del 1545.

Il grande dipinto fu sommerso quasi interamente dall’acqua, e i pannelli di legno che lo compongono dovettero essere separati al fine di conservare ciò che era rimasto.

Solo nel 2016 dopo un restauro eseguito in collaborazione fra l’Opificio delle Pietre Dure e la Getty Foundation il dipinto tornò finalmente ad essere visibile al pubblico. Il museo espone l’opera a fianco di un piccolo modello in scala che illustra gli speciali contrappesi progettati e realizzati per il dipinto che permettono alla stessa opera di alzarsi meccanicamente in caso di future minacce di inondazione.

Appena prima di lasciare la sala principale, i visitatori sono invitati ad interagire con un display multimediale per vedere fotografie storiche e leggere documenti che descrivono la devastante alluvione. Il dispositivo serve a coinvolgere coloro che potrebbero essersi fatti sfuggire i pannelli esplicativi del cortile. Se l’effetto provocato dalle immagini è scioccante, tuttavia il messaggio generale del museo è sia d’orgoglio che di speranza per l’impegno di collaborazione che ha aiutato a restaurare e conservare inestimabili capolavori di tutta la città.

A distanza di più di 50 anni dal disastro, l’impegno nel campo del restauro prosegue. Durante tutto il mese di Novembre i visitatori possono osservare, in chiesa, specialisti della conservazione dell’Opificio delle Pietre Dure che restaurano Cristo incontra Veronica sulla via del Calvario di Vasari, del 1572, la pala d’altare sulla tomba di famiglia di Michelangelo Buonarroti. Mentre la chiesa stessa può essere considerata un monumento della grandezza italiana, il museo rappresenta un pilastro della storia del restauro, della conservazione e della capacità di affrontare i disastri naturali.

Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)

Photo courtesy Marie-Claire Desjarin

Banksy – This is not a photo opportunity

Palazzo Medici Riccardi, Florence
October 19, 2018 – February 24, 2019 

The artist who goes beyond the limit… between play and provocation
by Anna Legnani (University of Florence)

There couldn’t have been a better moment! Every major newspaper has been talking about him after one of his works, Girl with a Balloon, self-destructed while being sold at auction by Sotheby’s for a million pounds. Now a selection of his best images, which have declared his worldwide success, are being displayed in Florence, in Palazzo Medici Riccardi, a unique and historically rich building.

We’re talking about Banksy, considered one of the most important figures in street art at the moment, who is introduced to the general public with the exhibition: “Banksy. This is not a photo opportunity” curated by Gianluca Marziani and Stefano S. Antonelli, open from the 19th of October to the 24th of February 2019.

From the main entrance on via Cavour, in a 15th century context, visitors enter the exhibition dedicated entirely to the great English artist and writer, whose identity remains unknown. The element of mystery increases and stimulates the contemporary public’s curiosity, overwhelmed by the immediate images, elementary and fun, but at the same time full of provocation and feeling.

Four small dark rooms display serigraphs of an artist who communicated, beginning with his murals, and then later with graphic-prints, a physical and psychological sign in cities all over the world. His works, in fact, are born in relation to the urban space in which he expresses himself and after starting in the mid-nineties on the walls and bridges of Bristol, the artist’s home city, Banksy broadened his horizons. His ‘urban frescos’, the artist’s preferred medium, have reached areas afflicted with conflict and war where other forms of protest and communication have struggled to arrive, like in the case of his mural on the long wall that separates the state of Israel.

Between 2002 and 2009 forty of his works were published and sold from his print house in London.

The visitor enters an evocative setting, with strong contrasts and bright colors, and slowly discovers the artist’s identity through his most famous graphics, the extensive explanatory texts and infographics of the artistic chronology, original posters from his exhibitions, and a selection of counterfeit videos and bank notes. Visitors can also examine the black books, small books published in the early 2000’s that contain a selection of images, aphorisms, poetry, and the artist’s reflections.

In contrast to the artist’s custom of creating of creating live works in a public setting, allowing visibility for everyone, the Palazzo Medici Riccardi exhibition does not connect the works in an urban context. The absolute contrast with Michelozzo’s meditated architecture is striking, and viewers are confronted with the contrast between the Renaissance courtyard, the contemporary context of the works, and their proposed layout.

The artist is controversial and complex, but compositionally extremely organized, and the using visual impact between images and cultural themes creates discussion and debate. The spectator is surprised by the union of craft production or industrial images that include and powerful sense of “british humor”, which the artist himself has baptized “brandalism”. Banksy, like a great magician, aims to create a “wow factor” in his works by including monkeys, mice, Mickey Mouse and Ronald McDonald, and military helicopters wrapped with bows. What at first glance seems to be only a great publicity-slogan instead hides a profoun message. In fact, the writer’s choices are all focused on visual protest. His works, through fusion of images and words, deal with universal arguments about politics, ethics, and mass culture.

He himself declares: “I like to think I have the guts to stand up anonymously in a western democracy and call for things no-one else believes in – like peace, justice and freedom”. There in lies his intent and polemic regarding the arrogance of the establishment and power, forced military intervention, homologation, pollution, consumerism and conformism of the Western matrix.

Moreover, as often reconfirmed by many scholars, Banksy represents the higher evolution of Pop Art, and is unique in his fusion of serial multiplication, hip hop culture, 1980’s style graffiti, and an approach distinctly from the digital age.

What is most evident in the Palazzo Medici exposition is how the great street artist is perfectly at home and active in contemporary society. Pushing himself to unimaginable limits, renewing his work, and inviting us to reflect on society and politics with his trademark touch of irony and challenge.

Translation by Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Banksy – This is not a photo opportunity

Palazzo Medici Riccardi, Firenze
19 ottobre 2018 – 24 febbraio 2019

L’artista che va oltre il limite… tra gioco e provocazione
di Anna Legnani (Università degli studi di Firenze)

Momento migliore non poteva esserci! Ha fatto parlare di sé sulle maggiori testate del mondo dopo aver autodistrutto una sua opera, Girl with a Balloon, venduta ad un’asta di Sotheby’s per un milione di sterline. Ora una selezione delle migliori immagini, che hanno decretato il suo successo mondiale, viene esposta a Firenze, in un luogo unico e ricco di storia quale è Palazzo Medici-Riccardi.

Stiamo parlando di Banksy, considerato uno dei maggiori street artist del momento, che viene presentato al grande pubblico nella mostra: “Banksy. This is not a photo opportunity” a cura di Gianluca Marziani e Stefano S. Antonelli, visitabile dal 19 ottobre al 24 febbraio 2019.

Dall’ingresso principale di via Cavour, in un contesto quattrocentesco, si accede alla mostra interamente dedicata al grande artista e writer inglese, la cui identità è ancora sconosciuta. Questa aura di mistero incrementa e stuzzica ancora di più il pubblico moderno che si lascia sopraffare dalle sue immagini immediate, elementari e divertenti ma, allo stesso tempo, cariche di provocazioni e sentimento.

In quattro sale piccole e buie spiccano le serigrafie d’un grande artista che ha cercato, innanzitutto attraverso i suoi murales, successivamente anche in opere grafiche-stampe, di lasciare un segno fisico e psicologico nelle città di tutto il mondo. I suoi lavori, infatti, nascono in relazione con lo spazio urbano nel quale lui si esprime e dopo aver iniziato, a metà degli anni Novanta, dai muri e ponti di Bristol, città di origine dell’artista, Banksy ha allargato i suoi confini. I suoi “affreschi urbani”, il mezzo di comunicazione preferito dall’artista, raggiungono le zone di conflitto e guerra dove altri mezzi di protesta e comunicazione fanno fatica ad arrivare come è avvenuto sul lungo muro che separa lo stato di Israele.

Tra il 2002 e il 2009 vengono pubblicate su carta, vendute tramite la sua print house a Londra, quaranta delle sue opere.

Il visitatore in un suggestivo allestimento, dai colori forti e accesi, scopre piano piano l’identità dell’artista attraverso la visione dei suoi interventi grafici più famosi, la lettura delle ampie schede esplicative e dell’infografica sulla cronologia artistica, la visione dei poster originali delle sue mostre, di una selezione di video e di banconote contraffatte. Il visitatore può inoltre conoscere i black books, piccoli libri pubblicati ad inizio duemila che raccolgono una selezione di immagini, aforismi, poesie e riflessioni del writer.

In contrasto con la consuetudine dell’artista che rende vive le sue creazioni inserendole nel contesto cittadino, ponendole accessibili e visibili a tutti, nell’esposizione a Palazzo Medici Riccardi il contatto con lo spazio espositivo ed urbano non si percepisce. Vige il contrasto assoluto con l’architettura meditata di Michelozzo e si rimane positivamente stupiti della forte opposizione tra il cortile rinascimentale e il contesto contemporaneo delle opere e dell’allestimento proposto.

Autore controverso e complesso ma estremamente ordinato nella capacità compositiva, nell’impatto segnico ribalta l’immagine e i temi culturali creando discussione e dibattito. Lo spettatore è sorpreso dal connubio di rappresentazioni di produzione artigianale o di immagini industriali con un nascosto ma allo stesso tempo potente british humor, che lo stesso artista ha battezzato con il nome di “brandalism”. Banksy, come un grande mago, vuole puntare a creare un “effetto wow” dell’immagine inserendo nelle sue produzioni scimmie, topolini, Mickey mouse e McDonald, elicotteri da guerra abbelliti con fiocchi. Quello che ad un primo sguardo sembra solamente una grande pubblicità-slogan, nasconde invece un profondo messaggio, infatti, le scelte del writer sono tutte incentrate in una protesta visiva. Le sue opere, attraverso fusione di immagini e parole, trattano argomenti universali quali la politica, l’etica, la cultura di massa.

Lui stesso dichiara: “Mi piace pensare di avere il fegato di far sentire la mia voce in forma anonima in una democrazia occidentale ed esigere cose in cui nessun altro crede come la pace, la giustizia e la libertà”. Egli manifesta tutto il suo intento e la sua polemica riguardo all’arroganza dell’establishment e del potere, della guerra e dell’intervento forzato militare, dell’omologazione, dell’inquinamento, del consumismo e conformismo di matrice occidentale.

Inoltre, come spesso ribadito da molti studiosi, Banksy rappresenta la miglior evoluzione della Pop Art originaria, l’unico che ha fuso assieme la moltiplicazione seriale, la cultura hip hop, il graffitismo anni Ottanta e gli approcci del tempo digitale.

Quello che più emerge nell’esposizione di Palazzo Medici è come il grande street artist sia perfettamente inserito e attivo nella società contemporanea, spingendosi oltre i limiti inimmaginabili, aggiornando la sua produzione e invitandoci a riflettere sulla società, sulla politica sempre con quel pizzico di ironia e sfida.

Video produced by the Istituto Lorenzo de’ Medici
Photo courtesy Anna Legnani

Giacomo Zaganelli. Grand Tourismo

Uffizi Galleries, Florence
July 30, 2018 – February 24, 2019

The Uffizi describes the Uffizi
by Camilla Torracchi (University of Florence)

Near the Statue of Lorenzo the Magnificent, at the entrance to the Uffizi Galleries, the words Grand Tourismo stand out on a green banner. It is the title of the exhibition of artist Giacomo Zaganelli currently open and available until 24 february 2019.

The exhibition, in room 56 of the museum, offers visitors the chance to view three videos by the Florentine artist.

In the first work, Everywhere but nowhere, we are shown a young man sitting behind Palazzo Strozzi in Florence who seems totally alienated from the real world and immersed in virtual reality. In Illusion the streets of the city center of Florence are the protagonists, and are reduced to a background for tourists morbidly taking pictures of the beautiful city. Uffizi Oggi, realized exclusively for the Uffizi Galleries, shows a flood of people amassed in front of Botticelli’s works only long enough to take a picture.

To create the last video, the artist visited the museum on a Sunday with free admission and filmed visitors behaviour in the Botticelli room for three hours. Zaganelli, who I interviewed, explained that he used a smartphone to film so that he would be confused amongst the tourists and remain unobserved.

The video Uffizi Oggi suggests a different way to read the famous masterpieces. Spring and The Birth of Venus have in fact become icons to be observed through the lens of a camera, they seem to no longer exist, transformed into digital images that prove the single visitors presence in the museum so that they can say: ‘I’ve been there, I’ve seen it’.

The exhibition is curated by the director of the Uffizi Eike Schmidt and Chiara Toti and the strong impact of the video is tied to a precise choice of music. At the entrance of the room there is no indication of the presence of the exhibition. Visitors enter the room and are surprised to find a semi-empty room, with irregular white walls and a few benches placed in front of the videos inviting visitors to sit down and reflect with total liberty the break in reality that Zaganelli filmed.

The protagonists of the video are the visitors that we have shared the first part of the visit with, or ourselves, who like looking in a mirror, are shown and recognize our behaviour projected on the wall. Only at the end of the room do we find a panel that allows us to learn the name of the artist and some information about the exhibition.

Grand Tourismo offers visitors the opportunity to question the approach of reality with the invention of devices and the modern way in which we experience and museum and its collection.

The choice of the room is interesting, number 56, which previous held the collection of Hellenistic marbles that today are conserved in the Verone rooms. It is a space that must be crossed in follow the museum visit, and instead of turning the room into a mere place of passage, it was decided that the exhibition should be set up there. In doing so the museum offers all of its visitors the possibility to compare themselves with the artist’s videos, and maybe to continue the visit with less of a filter between themselves and the works.

If on one hand the ban of taking photographs inside museums has brought advantages, on the other it has changed the behaviour of the visitors. As Eike Schmidt, the director of the Uffizi Galleries has said: ‘Starting with a reflection of the entirety of the Uffizi and focusing on the most visited room, where Botticelli’s masterpieces are housed, through the interpretation of Giacomo Zaganelli we wanted to focus on a phenomenon that, changing the relationship between the spectator and the work of art, implies a rethinking of the functions of the museum itself.

The ideal traveller of the Grand Tour is transformed in the artist’s videos in that of Grand Tourismo, a frantic collector of images. The work of art is deprived of its artistic value, as documented by the videos on display, giving us the impression of being in the halls of a museum or on the streets of Florence, but it is only an illusion of being in any place when in reality it is nowhere.

Translation by Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Giacomo Zaganelli. Grand Tourismo

Gallerie degli Uffizi, Firenze
30 luglio 2018 – 24 febbraio 2019

Gli Uffizi raccontano gli Uffizi
di Camilla Torracchi (Università degli studi di Firenze)

Vicino la statua di Lorenzo il Magnifico, all’ingresso delle Gallerie degli Uffizi, spicca su un telo verde la scritta Grand Tourismo. Questo è il titolo della mostra dell’artista Giacomo Zaganelli attualmente in corso e visitabile fino al 24 febbraio 2019.
Il percorso espositivo allestito nella Sala 56 del museo propone la visione di tre video  dell’artista fiorentino.
Nel primo lavoro, Everywhere but nowhere, vediamo un ragazzo seduto alle spalle di Palazzo Strozzi di Firenze che sembra alienato dal mondo reale e totalmente immerso in quello virtuale. In Illusion le vie del centro di Firenze sono protagoniste e ridotte a sfondo per turisti che morbosamente si fotografano fra le bellezze della città. Uffizi Oggi, realizzato in esclusiva per le Gallerie degli Uffizi, mostra una fiumana di persone ammassate di fronte alle opere di Botticelli solo il tempo sufficiente per scattare una foto.
Per realizzare quest’ultimo video, l’artista si è recato al museo in una domenica con ingresso gratuito e ha filmato per tre ore il comportamento dei visitatori presenti nella Sala di Botticelli. Zaganelli, da me intervistato, spiega di aver utilizzato per le riprese uno smartphone così da confondersi fra i turisti e passare inosservato.
Il video Uffizi Oggi vuole suggerire un modo diverso di leggere questi famosi capolavori;  La Primavera e la Nascita di Venere infatti sono divenute icone da osservare attraverso il filtro di una fotocamera, sembrano quasi non esistere più, trasformate in immagini digitali che testimoniano la presenza nel museo del singolo visitatore per poter dire: “ci sono stato, l’ho vista”.
La mostra è curata dal direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt e Chiara Toti e il forte impatto dei video è legato ad una scelta museale precisa.  All’ingresso della sala niente allude a ciò che vi sarà dentro, non ci sono cartelli o pannelli che indichino la presenza della mostra. Si entra nella stanza e si rimane sorpresi in una sala semivuota, con pareti bianche dal profilo irregolare e alcuni divanetti posti di fronte ai video che ci invitano ad accomodarci e a riflettere in totale libertà su spaccati di realtà che Zaganelli ha filmato.
Protagonisti dei video sono i visitatori con cui abbiamo condiviso la prima parte della visita, o noi stessi che, come di fronte ad uno specchio, rivediamo e riconosciamo i nostri comportamenti proiettati sul muro.
Solo al termine della sala troviamo il pannello che ci permette di conoscere il nome dell’artista e alcune informazioni sulla mostra.

Grand Tourismo offre al visitatore la possibilità di interrogarsi sull’approccio al reale con l’avvento dei devices e sul modo con cui oggi si vive un museo e le collezioni che  esso contiene.

Interessante è la scelta della sala, la numero 56, che prima della mostra ospitava la collezione di marmi ellenistici oggi conservati nel Verone. Si tratta di un luogo che è necessario attraversare per proseguire la visita al museo, e invece di trasformare la sala in un mero luogo di passaggio, si è scelto di allestire qui la mostra. In questo modo il museo offre a tutti i suoi visitatori la possibilità di confrontarsi con i video dell’artista, e forse di proseguire la visita con un filtro in meno fra l’uomo e l’opera.

Se da un lato l’abolizione del divieto di fotografare all’interno dei musei ha portato dei  vantaggi, dall’altro ha cambiato il comportamento del pubblico che vi si reca in visita. Come dichiara il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt: “partendo da una riflessione intera agli Uffizi e incentrata sulla sala più frequentata, quella dei capolavori di Botticelli, attraverso l’interpretazione di Giacomo Zaganelli abbiamo voluto porre l’attenzione su un fenomeno che, mutando la relazione tra spettatore e opera d’arte, implica un ripensamento delle funzioni del museo stesso”.

L’ideale viaggiatore del Grand Tour  si è trasformato nei video dell’artista in quello del Grand Tourismo, un collezionista frenetico di immagini. L’opera d’arte è privata del suo valore artistico, come documentano i video in mostra, dandoci l’impressione di essere nelle sale di un museo o fra le vie di Firenze, ma è solo l’illusione di essere in qualunque posto e nessun posto realmente.

Photo courtesy Camilla Torracchi

 

Marina Abramović. The Cleaner

Palazzo Strozzi, Florence
September 21, 2018 – January 20, 2019

The process is more important than the result
By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Palazzo Strozzi Foundation presents the first female solo exhibition in their institution, a retrospective of Marina Abramović entitled The Cleaner. Throughout the exploration of Abramović’s five decade long career, the exhibition addresses the issue of the impermanence of performance art, and how to conserve works dependent on the ‘here and now’. Abramović has explored the temporal restraints of her chosen medium in previous retrospectives in the United States, and continues the narrative at Palazzo Strozzi.

‘Reperfomances’ play a key role in the exhibition. Throughout the day a team of performance artists, trained in the strict Abramović method taught in coordination with the artist’s foundation MAI, rotate several of her most recognizable works. The fleeting nature of Performance Art presents an unusual dilemma for a retrospective as the medium itself is transitory. Although the original energy and the artist’s charismatic dedication to her craft could never be reproduced, the solemnity of her apprentices, and their sheer dedication conveyed by physical endurance, creates a doctrinal atmosphere throughout the exhibition.

Many of the reperformances are not done for the entire duration of the foundation’s opening hours, although a schedule is provided electronically in the cortile so that visitors are able to plan around the performances they wish to see. Guided tours are available, but must be pre-booked through the institution. Notably, for 12 days in November ‘The House with the Ocean View’ will be reperformed. This will be the second reperformance of a particularly trying exhibit where an artist will live in across 3 completely open loft-style rooms without eating or speaking for the duration of the performance.

The exhibition itself is composed of reperformances, photographs, videos and objects giving visitors a multisensory experience. The foundation’s wall texts, providing historical information about the performances and Abramović’s life, are accompanied by narrative written by the artist herself. The two act in tandem both informing and personalizing the experience. Participation is actively encouraged, if not necessary, to immerse the visitor in the physicality that is intrinsic for so much of Abramović’s work.

The show itself spans over both levels of the Palazzo Strozzi Foundation, the piano nobile and the lower level in the Strozzina. While the relegation of Abramović’s earlier works to the lower level of the museum may seem counterintuitive, some of the more controversial pieces are displayed in the Strozzina in an effort to create a more inclusive experience on the upper floor. Visitors are warned from the entrance that the recommended age is 14 and above. Aside from nudity, an integral part of Abramović’s vulnerability and interaction with the audience, her work explores the limits of her own physicality through self-harm justifying the suggested age limit.

Since the early stages of her career Abramović has had a close relationship with Italy. Some of her earliest performances took place on the peninsula. ‘Imponderabilia’, repreformed in the first room of the piano nobile of Palazzo Strozzi, presents the artist and her then partner and collaborator Ulay standing naked in the doorway of an entrance of a gallery in Bologna. During the original performance visitors were forced to squeeze through to enter the space. The performance, projected to last 6 hours, lasted only 90 minutes before the police were called and it was shut down. As an introduction to the exhibition, ‘Imponderabilia’ helps to tie the retrospective to Abramović’s early roots in Italy, but also introduces the visitor of the schema of display consistent throughout the exhibition. Visitors can interact with a reperformance, see photos and videos of the 1977 original, and read the historical account of the performance alongside Abramović’s personal recollection of the site specific experience.

Abramović is concerned not only with the preservation and documentation of her own work, but also that of her colleagues. A small portion of the Strozzina displays videos of the artists own reperformances of her contemporaries works in the Guggenheim in 2005. Abramović’s narration through wall texts explains her motivation in recalling the early stages of modern performance art, little of which was documented at the time.

The Cleaner offers visitors not only an exploration into the life and work an intrinsic figure of performance art, but asks viewers to challenge their own beliefs of what constitutes art and what makes art worthy of conservation. The exhibition provides a platform for Abramović to proliferate her longstanding objective in validating the genre of performance art in popular culture while maintaining her narrative challenging the boundaries of the contemporary art scene.

 

Marina Abramović. The Cleaner

Palazzo Strozzi, Firenze
21 Settembre 2018 – 20 Gennaio 2019

Il processo è più importante del risultato
di Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

La Fondazione Palazzo Strozzi presenta per la prima volta una mostra dedicata ad una donna, una retrospettiva di Marina Abramović intitolata The Cleaner. Attraverso una disamina della carriera dell’artista durata cinque decenni, la mostra indaga il problema della temporalità della performance art e di come conservare opere che dipendono da un “qui ed ora”.

Abramović ha esplorato i limiti temporali del mezzo con cui ha espresso il suo messaggio artistico nelle precedenti retrospettive negli Stati Uniti e adesso porta avanti questa indagine a Palazzo Strozzi.

Le ‘Reperformances’ giocano un ruolo chiave nella mostra: durante il giorno un gruppo di performers, formati secondo il rigoroso metodo di Ambramović insegnato loro in collaborazione con la fondazione dell’artista MAI, propone in modo alternato molti dei suoi più identificativi lavori. La natura transitoria della Performance Art presenta un particolare problema per la realizzazione di una retrospettiva in quanto il mezzo espressivo scelto dall’artista è esso stesso transitorio. Inoltre l’originale energia e la dedizione carismatica di Abramovic ai suoi lavori non potranno mai essere riprodotte con la stessa solennità dai suoi allievi, e il loro impegno assoluto, rappresentato dalla resistenza fisica, crea un clima didascalico per tutta l’esibizione.

Molte ‘Reperformances’ hanno una durata inferiore rispetto all’orario di apertura della Fondazione, così è fornito un programma elettronico nel cortile in modo che i visitatori abbiano la possibilità di decidere quali performances desiderano vedere. Sono disponibili visite guidate, ma devono essere prenotate tramite la Fondazione. Si segnala che per dodici giorni in Novembre ‘The House with the Ocean Views” sarà presentata come re-performance. Questa sarà la ri-esecuzione di un’esibizione particolarmente complessa nella quale un’artista vivrà in tre stanze completamente aperte senza mangiare o parlare per la durata della performance. La mostra stessa è composta da re-performances, fotografie, video e oggetti che offrono ai visitatori una esperienza multisensoriale.

Le scritte sulle pareti, che forniscono informazioni riguardo le opere e la vita di Marina, sono accompagnate da testi scritti dall’artista stessa e la loro unione fa sì che l’esperienza sia ricca di informazioni e allo stesso tempo personalizzata. La partecipazione è fortemente incoraggiata, se non imposta, per far sì che il visitatore si immerga nella fisicità che è intrinseca in molti lavori dell’artista.

La mostra si estende su tutti i piani della Fondazione Palazzo Strozzi, al piano nobile e al piano inferiore nella Strozzina. Sebbene la collocazione delle opere giovanili dell’artista al piano inferiore possa sembrare illogica, alcune delle opere più controverse sono allestite proprio nella Strozzina nel tentativo di creare un’esperienza più inclusiva al piano superiore. I visitatori sono avvisati che l’ingresso alla mostra è consigliato ad un pubblico maggiore di 14 anni. Oltre alle nudità, parte integrante del concetto della vulnerabilità dell’artista e della sua interazione con il pubblico, il suo lavoro indaga i limiti della sua stessa fisicità attraverso l’autolimitazione, il che giustifica l’età consigliata d’ingresso.

Fin dall’inizio della sua carriera, Marina  ha avuto un rapporto molto stretto con l’Italia. Alcune delle sue prime performances si sono svolte nella penisola. ‘Imponderabilia’, riproposta nella prima stanza del piano nobile di Palazzo Strozzi, vede l’artista e il suo compagno e collaboratore dell’epoca Ulay stare nudi in piedi sulla porta d’ingresso di una galleria di Bologna. Durante la performance originale i visitatori erano costretti a passare attraverso i due artisti per entrare in galleria. Pensata per una durata di 6 ore, la performance durò soltanto 90 minuti prima che la polizia fosse avvisata e la interrompesse. Come inizio della mostra, ‘Imponderabilia’ aiuta a collegare la retrospettiva alle prime esperienze dell’artista in Italia, ma introduce anche il visitatore all’impostazione della mostra che si mantiene coerente per tutto il percorso. I visitatori possono interagire con la re-performance, vedere foto e video originali del 1977, e leggere un resoconto storico della performance insieme alla memoria personale dell’artista di una esperienza site specific.

Abramović non si preoccupa solo della conservazione e della documentazione dei suoi stessi lavori, ma anche di quelli dei suoi colleghi. Una piccola porzione della Strozzina mostra video di re-performances di artisti presentati da Marina al Museo Guggenheim nel 2005.

La storia di Marina illustrata sulle pareti spiega perché si faccia riferimento alle prime forme di performance art, poche delle quali sono state documentate all’epoca dell’esecuzione.

The Cleaner offre ai visitatori non solo una disamina sulla vita e il lavoro di una figura fondamentale della performance art, ma chiede loro di riflettere su ciò che credono sia arte e che cosa rende l’arte degna di essere conservata. La mostra fornisce un’opportunità per Marina per diffondere il suo obiettivo di affermare il genere della performance art nella cultura popolare mantenendo la sua storia e sfidando i limiti del mondo dell’arte contemporanea.


 Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)

Video produced by the Istituto Lorenzo de’ Medici
Photo courtesy Marie-Claire Desjardin

Collezione Roberto Casamonti

Dagli inizi del XX secolo agli anni ’60
Da Picasso a Warhol, da De Chirico a Fontana

Di Costanza Peruzzi (Università degli Studi di Firenze)

Palazzo Bartolini Salimbeni, Firenze
24 Marzo 1018 – 10 Marzo 2019

Lo scorso 24 Marzo è stata aperta al pubblico la collezione di opere d’arte di Roberto Casamonti, fondatore della celebre galleria Tornabuoni Arte. Come sede espositiva è stato scelto il piano nobile di Palazzo Bartolini Salimbeni, in Piazza Santa Trinita, all’imbocco di via Tornabuoni, “uno dei punti di riferimento della città”, spiega Casamonti sul sito internet della Collezione, “considerato uno tra i più belli e noti [edifici] della nostra città”. Il palazzo venne costruito nel 1520 da Baccio d’Agnolo, in un luogo divenuto affettivamente caro a Roberto Casamonti, in quanto proprio in via Tornabuoni, inaugurò la sua prima galleria, nel 1981. “Questa circolarità che nel ritorno definisce la mia storia, segna il mio percorso umano e professionale dalle origini ad oggi e la nascita della Collezione ne rappresenta l’epilogo”.

Le sale presentano al pubblico un’attenta e ragionata selezione di opere, scelte dallo stesso Casamonti e dal curatore della mostra e del catalogo, Bruno Corà, tra tutte le opere acquistate negli anni di attività dal gallerista.

L’esposizione è sviluppata in cinque sale, che ruotano attorno al cortile dell’edificio. Le diverse sezioni non hanno introduzioni, non vi è alcuna spiegazione che giustifica la progressione delle opere in mostra, ma questo non genera alcuna sensazione di spaesamento. Come in una galleria, ci si lascia guidare dalle sensazioni che i colori, i soggetti e le forme suscitano nel visitatore. Spostandosi tra le opere si capisce poi che il filo seguito è di tipo cronologico, e parte da Fattori, la prima tela in esposizione, per arrivare a Kounellis, che chiude l’ultima sala.

Fuori dalle porte a vetro che ci immettono nel percorso espositivo, il Grande metafisico, la grande scultura in bronzo scuro e dorato di Giorgio De Chirico, accoglie il visitatore.

Nella prima sala, come abbiamo accennato sopra, sono presenti le opere della collezione cronologicamente più antiche: l’opera di Giovanni Fattori, appunto, In ricognizione, datata 1899, un Ritratto femminile, di Giovanni Boldini del 1890 circa e Uomini sulla panchina, di Lorenzo Viani, del 1907-1909. In questa sala, oltre a opere di Balla, Birolli, Boccioni, Campigli, Carrà, Casorati, Guttuso, Licini, Magnelli, Marini, Morandi, Paresce, Prampolini, Pirandello, de Pisis, Savinio, Severini, Sironi, Soldati, Tozzi, sono esposti altri quattro capolavori di De Chirico, La passeggiata o il Tempio di Apollo a Delfi, 1909-10, Combattimento di gladiatori, 1932, Ettore e Andromaca, 1950 e Piazza d’Italia con piedistallo vuoto, 1955, e un’opera di Ottone Rosai molto cara al mecenate, un ritratto del padre realizzato nel 1952.

L’ambiente successivo è invece dedicato ai Maestri Europei della prima metà del XX Secolo e ai movimenti d’avanguardia di cui furono protagonisti. A testimonianza dell’interesse del collezionista per il Cubismo sono esposte opere di Picasso, di Braque e di Léger; l’astrattismo è in mostra nelle opere di Klee e di Kandinsky, entrambi esponenti del Bauhaus, e poi Hartung e Mathieu, per dirne solo alcuni.

La terza sala è dedicata al gruppo Forma 1, una delle prime aggregazioni nel secondo dopoguerra. Sono presenti opere di Piero Dorazio, realizzate tra il 1948 e il 1968, di Carla Accardi, di Antonio Sanfilippo, di Achille Perilli e Giulio Turcato. Nella quarta sala: Afro, Giuseppe Capogrossi, Ettore Colla, Tancredi, Emilio Vedova, mentre nella quinta e ultima sala sono esposti  i capolavori di Lucio Fontana, testimoni della passione di Casamonti per questo artista, le opere di Manzoni, di Castellani, Bonalumi e Dadamaino.

L’esposizione termina con l’opera Senza Titolo di Jannis Kounellis del 1961, che anticipa il nucleo tematico della secondo mostra, prevista per la primavera del prossimo anno, in cui verranno svelate al pubblico le opere della collezione realizzate dagli anni Sessanta ai giorni nostri.

Ad occuparsi della gestione della collezione è l’Associazione per l’Arte e la Cultura denominata “Collezione Roberto Casamonti”, guidata da Sonia Zampini, storica dell’arte collaboratrice da anni della galleria Tornabuoni Arte.

L’Associazione ha stabilito che per i primi due mesi di apertura al pubblico (fino a Maggio 2018) la visita sarà gratuita, ma è richiesta la prenotazione.

Informazioni e prenotazioni: www.collezionecasamonti.it

 

Roberto Casamonti Collection

From the early twentieth century to the 60s
From Picasso to Warhol, from De Chirico to Fontana

Palazzo Bartolini Salimbeni, Firenze
24 March 2018 – 10 March 2019

Translated by Nona Debenham (Istituto Lorenzo de’ Medici)

On March 24th the collection of artworks by Roberto Casamonti, founder of the famous Tornabuoni Arte gallery, opened to the public. Chosen as one of the exhibition venues is Palazzo Bartolini Salimbeni, in Piazza Santa Trinita. The grand entrance on Via Tornabuoni is  “one of the city’s landmarks”, explains Casamonti on the Collection’s website, and “considered one of the most beautiful and well-known [buildings] of our city “. The palace was built in 1520 by Baccio d’Agnolo, in a place that became dear to Roberto Casamonti. In 1981, he inaugurated his first gallery, in via Tornabuoni. In choosing this location for the museum Casamonti states,  “This circularity that defines my story in the return, marks my human and professional journey from the origins to today and the birth of the Collection represents the epilogue.”

The rooms present to the public a careful and reasoned selection of works, all acquired during his time as a gallery owner, and chosen by Casamonti himself as well as by the curator of the exhibition and catalog, Bruno Corà. Outside the glass doors that lead us into the exhibition path, the Great Metaphysic, the large dark bronze sculpture by Giorgio De Chirico, welcomes the visitor. The exhibition itself is developed in five rooms, which revolve around the courtyard of the building. The different sections do not have introductions, there is no explanation that justifies the progression of the works on display, but this does not generate any sensation of disorientation. Like in a gallery, we let ourselves be guided by the sensation that colors, subjects, and shapes evoke in the visitor. Moving between the works it is clear that the thread is chronological, and starts from Fattori, the first canvas on display, to get to Kounellis, which closes the last room.

The first room, as we have mentioned above, chronologically contains the oldest works of art on display. The visitor can see work of Giovanni Fattori, In recognition, dated 1899, a female portrait, by Giovanni Boldini circa 1890 and Men on the bench, completed by Lorenzo Viani, from around 1907-1909. Also in this room, in addition to works by Balla, Birolli, Boccioni, Campigli, Carrà, Casorati, Guttuso, Licini, Magnelli, Marini, Morandi, Paresce, Prampolini, Pirandello, de Pisis, Savinio, Severini, Sironi, Soldati, Tozzi, are exhibited four other masterpieces by De Chirico, The Walk or the Temple of Apollo at Delphi, 1909-10, Combat of gladiators, 1932, Ettore and Andromache, 1950 and Piazza d’Italia with empty pedestal, 1955, and a work by Ottone Rosai very dear to the patron, a portrait of his father made in 1952.

The next environment is instead dedicated to the European Masters of the first half of the twentieth century and to the avant-garde movements of which they were protagonists. As evidence of the interest of the collector for Cubism, works by Picasso, Braque and Léger are exhibited; abstractionism is on display in the works of Klee and Kandinsky, both members of the Bauhaus, and then Hartung and Mathieu, to name but a few.

The third room is dedicated to the Forma 1, one of the first groups to emerge after World War II. There are works by Piero Dorazio, made between 1948 and 1968, as well as works by Carla Accardi, Antonio Sanfilippo, Achille Perilli and Giulio Turcato. In the fourth room, are works by Afro, Giuseppe Capogrossi, Ettore Colla, Tancredi and Emilio Vedova.  Finally in the fifth and last room are the masterpieces of Lucio Fontana, witnesses of Casamonti’s passion for this artist, the works of Manzoni, Castellani, Bonalumi and Dadamaino.

The exhibition ends with the work Untitled by Jannis Kounellis of 1961, which leaves the visitor with a thematic glimpse of the second exhibition, scheduled for the spring of next year, in which the works of the collection from the 1960s to the present day will be put on display.

Taking care of the management of the collection is the Association for Art and Culture called “Roberto Casamonti Collection”, led by Sonia Zampini, art historian collaborator of the Tornabuoni Arte gallery for years.

The Association has established that for the first two months of opening to the public (until May 2018) the visit will be free, but a reservation is required.

Information and reservations: www.collezionecasamonti.it

 

Marie Antoinette: the Oscar-Winning Costumes of a Queen

Museo del Tessuto, Prato
February 11 – May 27, 2018

By Nona Debenham (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Recently opened on February 9, 2018, and on display until May 27, 2018, at the Textile Museum (Museo del Tessuto) in Prato is Marie Antoinette: The Oscar-Winning Costumes of a Queen.  The exhibition brings together more than 20 costumes worn in the 2006 film Marie Antoinette by American director Sofia Coppola. The costumes are on loan from Sartoria The One, the costume tailoring company in Rome that helped to create the pieces.  The renowned costume designer Milena Canonero, who won the 2007 Oscar for Best Costume Design, created the all pieces on display at the museum.

The exhibition starts with a video installation dedicated to Marie Antoinette showing the most important moments in her life as well as important historical events happening in France at the time. The next room, the main section of the show, contains various costumes from the film along with detailed descriptions of late 18th century dresses.  Besides the costumes at the end of the room, scenes from the film play in a loop, so the visitor can see the costumes as they were worn in the film.

The show is small, occupying only two rooms of the museum, yet the visitor is immersed in different styles of 18th-century dress. The exhibition provides in-depth wall texts both in Italian and English that inform the visitor about the life of Marie Antoinette and the fashion culture of an 18th-century socialite and Queen. On display is a wide range of different types of dresses that were worn in the movie, ranging from casual outfits to more extravagant ball gowns. This gives the visitor an understanding not only the importance but how much fashion varied during this time period.

The museum not only displays the dresses used in the film but also some of the suits worn by the male characters as well as the undergarments.  Seeing the undergarments on display one begins to really understand how intricate and lavish the dress of this time period was.  The movie was met with high praise for the depiction of royal excess, which can be seen in the costumes on display.

The exhibition is running concurrently with another show, on the ground floor of the museum, Whimsy and Reason: Elegance in Eighteenth-Century Europe.  Together these shows work to offer the visitor a complete picture of the dress in the 1700s. Having these two shows run at the same time is an interesting comparison.  Whimsy and Reason contains historical pieces, which the visitor must walk through in order to visit Marie Antoinette: The Oscar-Winning Costumes of a Queen, which is a contemporary interpretation of late 18th-century dress. Overall between these two exhibitions, the visitor gains a better understanding of dress in the 1700s.

For more information visit www.museodeltessuto.it
 

Marie Antoinette. I Costumi di una Regina da Oscar

Museo del Tessuto, Prato
11 Febbraio – 27 Maggio 2018

Tradotto da Costanza Peruzzi (Università degli Studi di Firenze)

Aperta il 9 Febbraio 2018 e visitabile fino al 27 Maggio 2018 al Museo del Tessuto di Prato, la mostra “Marie Antoinette: i costumi di una ragina da Oscar”, che presenta al pubblico più di venti abiti indossati nel film Marie Antoinette, diretto da Sofia Coppola.

I costumi esposti sono un prestito concesso dalla sartoria romana The One, che contribuì alla realizzazione dei pezzi disegnati dalla stilista Milena Canonero, che per questi vinse l’Oscar per i Miglior Costumi, nel 2007.

La mostra inizia con una video installazione dedicata appunto alla Regina e riproduce i momenti salienti della sua vita e gli eventi più significativi della Francia dell’epoca.

La sala successiva, la principale dell’intera esposizione, mette in mostra  vari abiti del film accompagnati da dettagliate descrizioni della moda del tardo XVIII secolo. Dietro gli abiti, in loop, i visitatori possono ammirare brevi scene tratte dal film, dando così vita agli abiti bloccati sui manichini.

La mostra è piccola, occupa solamente due sale del museo, ma proietta il visitatore nell’universo della moda settecentesca, offrendo notizie dettagliate, attraverso didascalie in doppia lingua, italiano e inglese, sulla vita di Maria Antonietta e sulla cultura della moda di una regina e della suasocietà. Diversi i tipi di abiti in mostra, da quelli più casual a quelli da ballo più stravaganti, tutti però recuperati dalle scene del film. Questo permette al visitatore di comprendere la moda dell’epoca e constatarne la volubilità.
Il museo espone anche alcuni dei vestiti indossati dai personaggi maschili, così come i sotto-abiti. Osservando gli indumenti intimi in mostra si comincia a capire quanto fosse intricato e sontuoso il vestiario settecentesco.

Il film all’epoca venne accolto con immensa lode per la rappresentazione dello sfarzo e dell’eccesso reale, e queste caratteristiche si ritrovano pienamente negli abiti esposti per questa occasione.
La mostra si svolge in concomitanza con un’altra mostra, al piano terra del museo: Capriccio e Ragione: Eleganza nell’Europa del XVIII secolo.  Insieme, queste mostre offrono al visitatore un quadro completo dell’abito del Settecento e, al contempo, rappresentano un interessante confronto. Capriccio e Ragione espone pezzi storici attraverso i quali il visitatore passa per visitare poi la mostra di Marie Antoinette. Complessivamente attraverso queste due mostre, il visitatore ottiene un’ottima consapevolezza dell’abito e della moda nel Settecento.

Per maggiori informazioni: http://www.museodeltessuto.it