Dinosaurs in the Flesh at the Museum of Natural History (Geology and Paleontology Section and Botanical Garden)

By Megan O’Connor ( Lorenzo de’ Medici)

Simply say the word, and children everywhere throw themselves into a frenzy.

No, on this occasion, we are not speaking of gelato, but of dinosaurs. What is it about these enigmatic creatures that excites the imagination of millions of humans, not just children, as they tie together adventurers of all ages and cultures? Perhaps it is the fact that they are so similar yet, so vastly different than any animals that we know today. Perhaps it is the mystery of their fate: if creatures that huge and powerful could suddenly be wiped out, what is to become of us? Would man still dominate the earth if we walked with dinosaurs?

In any case, those lucky enough to be in Tuscany before September 2, 2012 should prepare to have their imaginations excited. Though traces of dinosaurs have been found all over the world, this spring and summer, 40 have gathered right here at Florence’s Botanical Garden (Giardino dei Semplici) and Department of Geology and Paleontology. These two branches of the University of Florence’s Museum of Natural History join forces to host the temporary exhibition, Dinosaurs in the Flesh (Dinosauri in Carne e Ossa), which is touring throughout the country. Using the latest data and technology, the models were created by an expert team of paleontologists, sculptors, researchers, and graphic designers working for the Italian agency Geomodel.

Wandering among mammoth leg bones twice their height at the Department of Geology and Paleontology, visitors encounter the beguiling Glyptodon, a kind of ancient armadillo nearly the size of a Volkswagen beetle, with warm brown eyes and a sweet furry face difficult for children to resist. Outside, in the Garden, between creeping palm fronds and the Mesozoic branches of an ancient ginkgo tree, they catch glimpses of the long-necked Diplodocus, peacefully enjoying a leafy snack. Meters away, neither peaceful nor herbivorous, lurks the feared, famous Tyrannosaurus Rex. There is even a fantastically horned little dinosaur called the Dracorex hogwartsia which—you guessed it—is named after Harry Potter’s famous School of Witchcraft and Wizardry, where he seems to belong.

Along with the animals that died off long before written history could tell us why, the show also includes a section representing animals rendered extinct in recent memory by a cause that we do know. These include the Dodo and the Thylacine (the “Tasmanian Tiger”), which resembles a dog, but which has much more in common with a kangaroo; both went extinct in the last few centuries due to over-hunting at the hands of humans.

Geomodel and the Museum of Natural History not only present these 40 life-like models of dinosaurs and other prehistoric creatures, but they also take the epic project a step further with a peek behind the Cretaceous curtain. Although nothing can yet shed light on whether dinosaurs can truly be brought back to life, as the characters in Jurassic Park attempt to do, the show does provide photos and text to unveil how the dinosaurs on display were brought to “life” in a figurative sense. This Behind-the-Scenes section is set in the damp, suggestive main greenhouse of the Botanical Garden, strewn with large wooden transport crates and caution signs to further set the mood of mysterious discovery.

Even without didactic support, the exhibit would be an evocative, aesthetic success. But in addition to 110 educational panels, the Dinosaurs in the Flesh team offers numerous opportunities for visitors to enrich their experience even further. Every Thursday at 5 pm, the Department of Geology and Paleontology hosts free guest lectures on topics related to the exhibit. Families can check out interactive activities every Saturday and Sunday afternoon from 2 to 5 pm (free with entrance ticket), or schedule a themed group tour for a fee. Additionally, on Sunday mornings, there are guided children’s tours with workshops, such as “Paleodetective,” “In Front of the Mirror,” “Nature’s Tricks,” and more. These cost 2.50 euros, in addition to the entrance fee, and require a reservation.

Further and updated information, as well as lots of photos can be found on the exhibit’s blog:http://dinosauricarneossafirenze.tumblr.com/

 

Exhibit runs:

March 1-September 2, 2012.

Hours:

March 1-May 31: Open daily, 9 am-7 pm

June 1-September 2: Open daily, 10 am -7 pm

Location:

Department of Geology and Paleontology: Via La Pira, 4

Botanical Garden: Via Micheli, 3

Tickets (includes visit to both locations):

Full price 10 euro

Reduced price 8 or 4 euro

Family pass 22 euro (two adults + two children)

More Info:

www.msn.unifi.it

055.234.6760

 

Dinosauri in carne e ossa al Museo di Storia naturale (Sezione di Geologia e Paleontologia e Orto Botanico)

di Megan O’ Connor ( Lorenzo de’ Medici)

Semplicemente pronunciando la parola, i bambini di tutto il mondo sono pervasi dalla frenesia. No, in questo caso non stiamo parlando di gelato, ma di dinosauri. Che cosa in queste enigmatiche creature eccita l’immaginazione di milioni di esseri umani, non solo bambini, e accomuna gli avventurieri di tutte le età e culture? Forse il fatto che sono così simili eppure così diversi dagli animali che noi conosciamo oggi. Forse è il mistero del loro destino; se creature così enormi e potenti poterono essere annientate improvvisamente, cosa ne sarà di noi? L’uomo avrebbe dominato la terra se avesse convissuto con i dinosauri?

In ogni caso chi ha la fortuna di trovarsi in Toscana prima del 2 settembre 2012 dovrebbe prepararsi ad avere grandi emozioni. Sebbene siano state trovate tracce di dinosauri in tutto il mondo, questa primavera ed estate 40 esemplari sono stati riuniti  all’Orto Botanico di Firenze “Giardino dei Semplici” e nelle Sezioni di Geologia e Paleontologia. L’Università di Firenze e il Museo di Storia Naturale hanno unito le forze per ospitare questa mostra temporanea, Dinosauri in Carne e Ossa, che sta girando per tutto il paese.  Utilizzando tecnologie e dati recenti, i modelli sono stati realizzati da un esperto gruppo  di paleontologi, scultori, ricercatori e grafici che lavorano per l’agenzia italiana Geomodel.

Aggirandosi tra le ossa delle zampe dei Mammuth, alte il doppio dell’altezza di un uomo, situate nella sezione Paleontologia e Geologia, i visitatori incontrano l’accattivante Glyptodon, una specie di vecchio armadillo, simile nelle dimensioni ad un maggiolino Wolkswagen, con caldi occhi marroni e un muso dolce, irresistibile per i bambini. Fuori, nel Giardino, tra le fronde di palma e i rami mesozoici di un antico albero di ginko, si intravedono dei Diplodocus dal collo lungo, che pacificamente si godono uno spuntino nel verde. Più avanti, né pacifico né erbivoro, si nasconde il temuto e famoso Tirannosauro Rex. C’è anche un fantastico piccolo dinosauro con corna chiamato  Dracorex hogwartsia, il cui nome, come si può capire, deriva dalla famosa scuola stregoneria e magia di Harry Potter, a cui sembra appartenere.

Insieme agli animali estinti molto tempo prima che la storia scritta potesse dirci perché, la mostra include una sezione rappresentante gli animali estinti in tempi recenti, per cause sconosciute, tra cui il Dodo e la tigre della Tasmania, che assomiglia a un cane ma ha molto più in comune con il canguro; entrambi si sono estinti nei secoli recenti a causa della troppa caccia.

Geomodel e il Museo di storia naturale presentano non solo questi 40 modelli di dinosauri e creature preistoriche, ma portano questo epico progetto ad un passo ulteriore con uno sguardo verso l’era del cretaceo.

Sebbene niente possa spiegare come i dinosauri possano essere riportati alla vita, come provano a fare i personaggi di Jurassic Park; nell’esposizione sono riportati fotografie e racconti che svelano come i dinosauri sono stati costruiti.

Questa ricostruzione è stata preparata all’interno della serra, la più grande del giardino botanico, allestita con casse da trasporto in legno e segnali di pericolo per ricreare un’atmosfera idonea a rappresentare le misteriose scoperte.

Anche senza supporti didattici, la mostra sarebbe un successo a livello estetico ed evocativo. Ma oltre ai 110 pannelli esplicativi, il team organizzativo della mostra Dinosauri in carne e ossa offre numerose opportunità ai visitatori di arricchire ulteriormente la loro esperienza. Tutti i giovedì alle 17.00 la sezione di Paleontologia e Geologia ospita letture gratuite su argomenti correlati alla mostra. Le famiglie possono partecipare alle attività interattive tutti i sabati e domeniche pomeriggio dalle 14.00 alle 17.00 (le attività sono comprese nel biglietto) o programmare una visita a tema a pagamento. Inoltre, la domenica mattina ci sono visite guidate per bambini con laboratori, come “Paleodetective”, “ Allo specchio”, “ Scherzi della natura” eccetera…  Queste attività costano 2,50 euro in più rispetto al costo del biglietto e richiedono una prenotazione.

Molte più informazioni e fotografie si possono trovare sul blog della mostra:http://dinosauricarneossafirenze.tumblr.com.

 

 

Durata della mostra:

1 marzo – 2 settembre 2012

 

Orario della mostra:

1 marzo – 31 maggio: apertura giornaliera, 9.00 – 19.00

1 giugno – 2 settembre: apertura giornaliera, 10.00 – 19.00

Sedi della mostra:

Sezione Geologia e Paleontologia: Via La Pira, 4

Giardino Botanico: Via Micheli, 3

 

Biglietti (visita di entrambi gli ambienti)

Prezzo intero: 10 euro

Prezzo ridotto: 8 o 4 euro

Pass Famiglia: 22 euro (due adulti e due bambini)

 

Informazioni:

www.msn.unifi.it

055. 23. 46. 760

Gemito and Sculpture in Naples in the 19th and 20th Centuries

By Veronica Becattini (University of Florence)

In the completely restored exhibition space of the former “Ernesto Galeffi” museum of Montevarchi, there is a beautiful arrangement of 70 works made of bronze and terracotta, all created by some of the most important southern sculptors from the Italian regions of Campania, Puglia and Calabria; these artists were active in Naples between the second half of the nineteenth century and the first half of twentieth century.

This exhibition is curated by Diego Esposito and by the director of the Il Cassero museum, Alfonso Panzetta, and is promoted by the Municipality of Montevarchi and by the Association of the Friends of Il Cassero for nineteenth- and twentieth-century Italian sculpture. The aim is to promote the research and study of those plastic arts from the last two centuries that have never before been presented in Tuscany. The exhibition, open to the public until May 27, presents the public with the unique opportunity to admire  sculptures that have been recognized throughout the world. This is an event of great impact and visibility for the city of Montevarchi and for its cultural scene; it is the result of a collaboration between some of the most important private Neapolitan collectors.

The exhibition is dispersed amongst three rooms on two floors—the lower and upper galleries—where the works have been arranged not only according to chronological order, but also by grouping together those sculptors who have influenced one other, tracing the artistic trends of 19th- and 20th-century sculpture. The display aims to demonstrate how Naples has been an important center for the visual arts. Naples, in fact, is the place where many of these impressive exhibited works have been conceived and executed.

The display creates an impressive effect and is intended to intrigue the visitor. In some cases, the visitor can fully admire the works, as they can draw close to them and walk around them.

The lighting effects and the shadows that are created by the artificial lighting are very interesting, alongside the chromatic play between the blue curtains and walls, against which the bronze works stand out. The blue coloring is linked with that used for the walls of Il Cassero Museum of Montevarchi, which promoted the show’s success and which owns  the exhibition space.

On display are twelve works by Vincenzo Gemito, who is the pulsating heart of the exhibition and the central figure in southern Italian sculpture during the period between the 19th and 20th centuries. The most valued works include the Bust of Fisher, a work of great psychological intensity and high formal quality, as well as the Water Carrier, which represents the image of a Neapolitan urchin, a subject that has been the point of reference for generations of artists and that subsequently has been copied many times.

The success of the work is probably linked to the perfection of the figure, which is anatomically correct and which appears balanced and harmonious. The never before displayed work executed by Gemito is a smaller copy in bronze of the marble monument to Charles V, which was commissioned by Umberto I of Savoy in 1885 and which is located on the façade of the Palazzo Reale in Naples.

In 1909, Gemito’s artistic production focused on the creation of figures drawn from mythology and ancient history, and it is to this period that the medallion depicting  Alexander the Great belongs: the emperor is portrayed in profile with flowing hair, which is rendered by chiseling so perfect that the artist seems almost obsessed by the desire to reach a detailed definition of each individual strand.

Also displayed are some of the most important works by Giovan Battista Amendola:  Venus Twisting her Hair, as well as two bronzes, A Moment’s Rest, which here we can admire in all its beauty and sensuality, and Miss Lucy, who is wrapped in an elegant dress that accentuates her sinuous forms. This is a bronze version of the plaster cast that Amendola exhibited in 1881 at the XVII Exhibition of the “Società Promotrice” of Naples, gathering outstanding success. These three works, like the others by Amendola, refer to the English culture, to which the artist assimilated while in London.

Displayed in the exhibition are some works by Achille D’Orsi, who is another protagonist of the plastic arts of the Campania region: D’Orsi’s two works entitled Head of a Cart Driver and A Study of the Head of Proximus Tuusrefer to the difficult condition of the world of the lower classes, to hard work, and to the misery of workers, as the strong realism of the images demonstrates. A piece of life is represented by the great work, In Posillipo: the child seems to have just emerged from the water and he is portrayed while grabbing the recently caught octopus from the basket. The detailing of the models is very defined, thanks to an accurate study, particularly of the emotional aspect. A companion to this work, for its similarity in format and in the quality of its casting and chasing, is The Cat and the Mouse by Gesualdo Gatti, who pays great attention to the anatomical details and to the geometry of composition, which is balanced and harmonious.

Continuing the Neapolitan excursus, we can admire a selection of 12 works by Giuseppe Renda, who is a first-rate figure and who has been a reference point for beginning sculptors since the 1880′s. This Calabrian sculptor executed the famous and sometimes scandalous work, Ecstasy or Pleasure, in which the portrayed woman is caught in a moment of corporeal pleasure, abandoning herself in an intimate communion between body and mind. We can associate Renda’s works to some small bronzes that are executed with a fresh and vibrant modeling: the youthful Alma Venus, realized in 1888, undoubtedly reflects the influence of the Amendola’sVenus in its subject and pose.

The greatness of the Neapolitan school is linked to many other important artists, including Raffaele Belliazzi, Enrico Mossutti, Vincenzo Alfano, Rocco Milanese, Raffaele Marino, Giovanni De Martino and Vincenzo Aurisicchio, Gaetano Chiaromonte, Saverio Gatto, Francesco Parente, Giuseppe Pellegrini, Giovanni Tizzano, Salvatore Pavone, Terra Renda and, finally, the specialists in refined animal sculptures, Antonio De Val and, particularly, Ennio Tomai.

In the exhibition, we can find a bronze self-caricature inspired by a smiling Buddha, which represents the ironic and witty sculpture of the tenor Enrico Caruso. Caruso’s passion for art does not dissipate during his world tour; Buddha was cast in 1909 at New York’s Roman Bronze Works. Also on display is a terracotta portrait of the tenor, wrought by his friend, Filippo Cifariello; in the work, Caruso is caught in an everyday moment, as his expression has the freshness of a stolen snapshot.

One can only say good things about such a well-prepared show that is based on accurate research of the exhibited works, whose main theme is the language of intense realism, which brings together artists who pose as excellent interpreters of local popular culture.

“Ernesto Galeffi” Exhibition Space,  Via A. Burzagli, 43 – Montevarchi (AR)

Tickets

Full Price: 7 €

CARD (Exhibitions + Il Cassero): 8 €

CARD: € 5 (under 18, over 65, COOP, CTS, ISIC, ITIC, TCI and Edumusei Card)

Opening

Thursday and Friday : 10 am – 1 pm and 3 pm – 6 pm

Saturday and Sunday : 10 am – 1 pm and 3 pm – 7 pm

First Thursday of each month : 9:30 pm – 11:30 pm

Information and reservations

055 9108274

[email protected]

www.ilcasseroperlascultura.it

 

Gemito e la scultura a Napoli fra Ottocento e Novecento

di Veronica Becattini (Università di Firenze)

Negli spazi espositivi dell’ex Museo Ernesto Galeffi di Montevarchi, completamente restaurati e riallestiti, trovano felice collocazione 70 capolavori in bronzo e terracotta dei più importanti scultori meridionali, napoletani ma anche pugliesi e calabresi, attivi a Napoli fra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo.

Questa mostra, curata da Diego Esposito e Alfonso Panzetta, direttore del museo Il Cassero, e promossa dal Comune di Montevarchi e dall’Associazione Amici de Il Cassero per la scultura italiana dell’Ottocento e del Novecento, rientra nella volontà di valorizzare la ricerca e lo studio dell’arte plastica dei due secoli passati, mai presentati in Toscana. La mostra, aperta al pubblico fino al 27 maggio, si presenta come un’occasione unica per ammirare una produzione scultorea che ha avuto riconoscimenti in tutto il mondo. La rassegna, evento di grande impatto e visibilità per Montevarchi e per il suo settore culturale, è il frutto di una collaborazione con alcuni dei più importanti collezionisti privati napoletani.

L’esposizione si articola su due piani, passando per tre sale, in una galleria inferiore e una superiore, dove le opere sono state allestite seguendo un ordine cronologico ma soprattutto mettendo in relazione scultori che si sono influenzati reciprocamente tracciando le tendenze artistiche della scultura tra otto e novecento. Con questa rassegna si vuole mostrare al pubblico come Napoli sia stata un punto di riferimento nell’ambito delle arti figurative: è infatti la città partenopea il luogo di ideazione e creazione di molti degli straordinari pezzi esposti.

L’allestimento risulta d’effetto e studiato per incuriosire il visitatore. In alcuni casi lo spettatore può ammirare le opere in tutta la loro pienezza, girandovi intorno senza alcun obbligo di distanza. Interessanti appaiono gli effetti di luce e ombre creati dall’illuminazione artificiale, e il gioco cromatico offerto da tende e pareti azzurre, sulle quali spiccano i bronzi. Il colore si ricollega con quello utilizzato per le pareti de Il Cassero, il museo montevarchino che ha sostenuto la realizzazione dell’esposizione e a cui appartiene lo spazio espositivo della Mostra.

Di Vincenzo Gemito, cuore pulsante di tutta la rassegna e figura centrale del passaggio tra otto e novecento nella scultura meridionale, sono presenti ben dodici bronzi. Degni di nota sono sicuramente il busto del Pescatorello, di grande intensità psicologica e dalle alte qualità formali; e l’Acquaiolo, immagine di “scugnizzo” napoletano che fu punto di riferimento per intere generazioni di artisti, tanto che di questo soggetto si conoscono numerose repliche. Il successo dell’opera si crede sia legato alla piacevolezza della figura, che ha un’anatomia perfetta e appare equilibrata e armonica. Dello stesso Gemito, mai esposta finora, vediamo la riduzione in bronzo del Carlo V, il cui marmo monumentale, commissionato da Umberto I di Savoia nel 1885, si trova sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli.

Nel 1909 l’attività di Gemito si concentra sulla realizzazione di figure tratte dalla mitologia e dalla storia antica: a questo periodo si riferisce il Medaglione raffigurante Alessandro Magno, dove il grande imperatore viene raffigurato di profilo con una chioma fluente ottenuta con un abile lavoro di cesello, tanto da far sembrare che l’autore fosse quasi ossessionato dalla volontà di giungere a una definizione minuziosa di ogni singola ciocca.

In esposizione non potevano mancare alcune tra le opere più importanti di Giovan Battista Amendola: la grande Venere che avvolge la chioma, e i bronzi A Moment’s Rest, che qui ammiriamo in tutta la loro bellezza e sensualità, e Miss Lucy, fasciata in un elegante abito alla moda che ne evidenzia le forme sinuose, versione in bronzo del gesso che Amendola presentò alla XVII Esposizione della Società Promotrice di Napoli del 1881, riscuotendo grandissimo successo. Queste tre opere, come le altre di Amendola presenti in mostra, si riferiscono alla cultura inglese assimilata a Londra.

Di Achille D’Orsi, altro protagonista della plastica campana, sono esposti la Testa di carrettiere e lo studio della testa del Proximus tuus. Opere, quelle di D’Orsi, che rimandano alla difficile condizione del mondo degli umili, alle fatiche e alla miseria dei lavoratori, come dimostra il forte realismo delle immagini. Un brano di vita reale è quello che viene rappresentato dal lavoro di grandi dimensioni : il ragazzino sembra appena uscito dall’acqua e colto nel momento in cui afferra dalla cesta il polpo pescato. Il modello è finemente curato nei particolari, frutto di un attento studio dal vero, soprattutto nell’aspetto emotivo. Pendant di quest’opera, per formato, qualità di fusione e cesello, è Il gatto e il topo di Gesualdo Gatti, che presta grande attenzione sia ai dettagli anatomici che alla geometria della composizione, equilibrata e armonica.

Proseguendo nell’excursus partenopeo possiamo ammirare una selezione di 12 opere di Giuseppe Renda, figura di primo piano e punto di riferimento per gli scultori esordienti a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento. Di questo scultore calabrese è visibile il notissimo, e all’epoca scandaloso, Estasi, o Voluttà, dove la donna ritratta è colta in un momento di piacere, abbandonata a sé stessa in un’intima comunione fra corpo e mente. A Renda si collegano inoltre alcuni piccoli bronzetti dal modellato freschissimo e vibrante, tra cui la giovanile Alma Venus,del 1888, che indubbiamente risente, nel soggetto e nella posa, dell’influenza della Venere che avvolge la chioma di Amendola.

Molti altri sono i nomi a cui si lega la grandezza della scuola partenopea e tra questi ricordiamo Raffaele Belliazzi, Enrico Mossutti, Vincenzo Alfano, Rocco Milanese, Raffaele Marino, Giovanni De Martino e Vincenzo Aurisicchio, Gaetano Chiaromonte, Saverio Gatto, Francesco Parente, Giuseppe Pellegrini, Giovanni Tizzano, Salvatore Pavone, Terra Renda e infine i raffinatissimi animalisti Antonio De Val e soprattutto Ennio Tomai.

La presenza in mostra di un’auto-caricatura in bronzo ispirata a un Buddha sorridente testimonia l’attività di scultore ironico e arguto del tenore Enrico Caruso. Una passione per l’arte, quella di Caruso, che non si sopisce negli anni delle sue tournée mondiali; il Buddha venne infatti fuso nel 1909 a New York presso la Roman Bronze Works. In mostra è presente anche un ritratto in terracotta, opera dell’amico artista Filippo Cifariello, nel quale  il tenore è colto in un momento di quotidianità, tanto che l’espressione ha la freschezza di uno scatto fotografico rubato.

Si possono spendere solo parole di approvazione per una mostra così ben curata, a partire innanzitutto dalla mirata ricerca nella scelta delle opere esposte, il cui filo conduttore è un linguaggio plastico di intenso realismo, che riunisce artisti che si pongono quali eccellenti interpreti della realtà popolare locale.

 

Spazio Espositivo Ernesto Galeffi, via A. Burzagli, 43 – Montevarchi (AR)

Biglietto

Intero: € 7

CARD (Mostra + Il Cassero): € 8

Ridotto CARD: € 5 (under 18, over 65, soci COOP, CTS, ISIC, ITIC, TCI e possessori di Edumusei Card)

Orario di apertura

Giovedì e venerdì: 10.00-13 .00e 15.00-18.00

Sabato e domenica: 10.00-13.00 e 15.00-19.00

Primo giovedì del mese: 21.30-23.30

Informazioni e prenotazioni:                                                        

055 9108274

[email protected],

www.ilcasseroperlascultura.it

The Treasure Museum of San Lorenzo

By Alessandra Sernissi (University of Florence)

The Treasure Museum of San Lorenzo has, for many years, enriched the wonderful Laurentian Medici complex. Located just below the Old Sacristy, the fifteenth-century masterpiece of Filippo Brunelleschi, the museum is situated in the vaulted spaces beneath the basilica, which were once the headquarters of the society of the Blessed Sacrament.

The Laurentian treasure is held in one room, which has undergone many renovations over the course of the centuries, in particular in the 1700s, when it was decorated with frescoes by Giovan Filippo Giarrè, which are still visible. The works present in this very evocative environment are part of a varied assortment, which, together, constitute the furnishings for the altars, the vessels for liturgical celebrations and the devotional items pertaining to the basilica of San Lorenzo. These masterpieces of metalwork, along with others held in many Florentine museums, such as the Museum of the Opera del Duomo and the Silver Museum, constitute a treasure that recounts, with related related archival documents, much of the history of Florence and its artistic commissions.

The exceptional aspect of this collection is the fact that every single object on display was created to be housed in the Laurentian basilica. Consequently, it is one of the few museums in which the collection, even if transformed into museum objects, has remained in the original site  for which it was intended.

The liturgical objects on display number thirty-six and date back to a period between the fourteenth and eighteenth centuries. The most significant pieces of the collection, in my opinion, seem to be three: the Crucifix of Michelozzo, made in 1444; the Reliquary of Saints Mark the Pope, Abbott Amato and Concordia the Martyr by Cosimo Merlini  the Elder, dating from 1622; and the Monstrance by Vittorio Querci, Lorenzo Dolci and Francesco Paintingher, from 1787. It is impossible to give a detailed description here of the aforementioned metalworkers’ art, but it can be affirmed that each work is a mirror of the time in which it was made; in particular, the silver reliquary chest by Merlini shows how the cult of relics was still deeply rooted in seventeenth-century Florence. Furthermore, the collection represents and embodies the great Florentine goldsmith tradition.

At this point, it is necessary to comment on the layout of the museum. The objects are housed in display cases that are placed along the walls and are very well lit by small, nearly invisible LED lights of the latest generation, which allow a clear reading of the works, and provide the observer with a way to appreciate the brilliance of the materials used. Thanks to this layout, the visitor can also fully enjoy, without much interference, the vault of the Laurentian Medici complex. The only noticeable problem, from a museographic point of view, is the absence of labels referring to the objects in English.

In conclusion, the museum also offers a free cultural informational service available to visitors for any further clarification about or insight into the collection that is on display in the museum.

 

Il Museo del Tesoro di San Lorenzo

di Alessandra Sernissi (Università di Firenze)

Il Museo del Tesoro di San Lorenzo arricchisce ormai da molti anni lo stupendo complesso mediceo laurenziano. Ubicato proprio al di sotto della Sacrestia Vecchia, capolavoro quattrocentesco di Filippo Brunelleschi, il museo è situato negli ambienti sotterranei della basilica che, un tempo, erano sede della compagnia del Santissimo Sacramento.

Il tesoro laurenziano è ospitato in una sola stanza che ha subito molti rinnovamenti nel corso dei secoli, in particolare nel Settecento, quando fu decorata da Giovan Filippo Giarrè con affreschi che sono tutt’ora visibili. Le opere presentate in questo ambiente, che risulta essere molto suggestivo, sono parte di un variegato insieme costituito da arredi per gli altari, vasellame per le celebrazioni liturgiche e oggetti devozionali di pertinenza della basilica di San Lorenzo. Questi capolavori di oreficeria, insieme ad altri conservati in molti musei fiorentini, come il Museo dell’Opera del Duomo e il Museo degli Argenti, costituiscono un tesoro che racconta, assieme ai relativi documenti d’archivio, buona parte della storia di Firenze e delle relative commissioni artistiche. 

L’ eccezionalità di questa raccolta è data dal fatto che ogni singolo oggetto esposto fu creato per essere ospitato nella basilica laurenziana. Di conseguenza è uno dei pochi musei in cui la collezione, anche se musealizzata, è rimasta nel luogo iniziale a cui era destinata.

Gli oggetti liturgici esposti sono trentasei e risalgono a un periodo di tempo compreso tra il XIV e il XVIII secolo. I più significativi della collezione, a mio parere, sono tre: Il Crocifisso di Michelozzo, risalente al 1444, il Reliquiario dei Santi Marco Papa, Amato Abate e Concordia Martire, opera di Cosimo Merlini il Vecchio risalente al 1622, e l’Ostensorio di Vittorio Querci, Lorenzo Dolci e Francesco Paintingher, del 1787. È impossibile in questa sede dare una descrizione dettagliata delle suddette opere di oreficeria, ma si può affermare che ognuna di esse è lo specchio del tempo in cui è stato realizzata: in particolare la Cassa reliquiario in argento di Merlini, che mostra come il culto delle reliquie fosse ancora molto ben radicato nella Firenze seicentesca. Inoltre, la collezione rappresenta e incarna la grande tradizione orafa fiorentina.

A questo punto è necessario commentare l’allestimento del museo. Gli oggetti sono ospitati in teche, poste lungo le pareti, molto ben illuminate da piccole, quasi invisibili, lampade a led di ultima generazione, che permettono una chiara lettura delle opere, e danno modo all’osservatore di apprezzare anche la lucentezza dei materiali di realizzazione. Grazie a questo allestimento il visitatore può godere a pieno, senza troppe intromissioni, anche dei sotterranei del complesso mediceo laurenziano. L’unico problema rilevabile dal punto di vista museografico è la mancanza delle didascalie riguardanti gli oggetti in lingua inglese.

Concludendo, si segnala la presenza di un servizio di informazione culturale gratuito a disposizione dei visitatori per ogni chiarimento o approfondimento sulla collezione esposta e sul museo stesso.

Two New Shows at the Lucca Center for Contemporary Art

By Brigid Brennan (Lorenzo de’ Medici)

The Lucca Center of Contemporary Art is now host to two very important shows: the first, named Unanswered Prayers, features photographic works by Italian artist Anna Paola Pizzocaro, and the second, entitled Paint?!,shows the canvases of Gianfranco Zappettini and other artists of the Analytical movement of painting that occurred during the 1970s.

 

Unanswered Prayers

The first show, Unanswered Prayers, is held in the Lu.C.C.A. Lounge on the ground floor and in the Underground on the lower level of the museum. The works on display are large-scale photographic prints of animals and human figures juxtaposed against the interior rooms of a house or the exterior city-scapes. A tide runs through them, creating a consistent theme and calling to mind the well-known story of the Great Flood. Arresting images of destruction and despair resonate with the title, as there seems to be no escape from this natural disaster. Some calm and placid, others more turbulent, each work expresses an urgency based on impending disaster.

Sea lions, flamingos, penguins, polar bears, lions and tigers can all be seen wafting through the rooms of an abandoned apartment, uninhabited, though still showing signs of being formerly luxurious. Chairs, picture frames, sculptures, mirrors and couches are some of the remnants left behind by the former owners. The floors seem to be creaky and the walls maintain a rustic appearance, lending to a mysterious atmosphere. Beginning as small lapping waves and turning into a deluge, the water progressively rises within the house until the rooms are completely submerged.

Moving into the downstairs section of the show, the Underground, the images shift into an urban setting. Here the figures are no longer bound to the earth’s gravitational pull, but hang suspended in the air, floating as though in disbelief of the situation. There is definite tension in Anna Paola Pizzocaro’s work: between the figures and their surroundings, and also between reality and virtuality. Her works subtly combine real photographic images with great technical skill. Subjects not ordinarily seen together are now existing in a new world; a made-up reality that plays with the imagination. These images of beautiful destruction will be on display from March 31 through May 13.

 

Paint?! Gianfranco Zappettini and the European Analytic Abstraction

Paint?! Gianfranco Zappettini and the European Analytic Abstraction, the main exposition in this museum, which was formerly a palazzo, takes place on the first and second floors. It features the works of Gianfranco Zappettini, an analytical painter who developed his ideas and working methods in the 1970s, concurrently with other painters around Europe and America. These artists, many of whose works also appear on the walls of the Lu.C.C.A. on the second floor, were developing similar styles around the same period of time, though in diverse locations. From Holland, Germany, Belgium, France and Italy, these artists aimed to simplify painting. Rather than viewing the canvas as a picture plane, these artists began to focus on the piece of art as an object in and of itself.

Zappettini, in particular, actualized his ideas by focusing on process and materials. He is very methodical, choosing in advance all of the painting’s parameters: size, color, materials, tools and even how many layers to add. Additionally, he does not use typical artist’s materials, instead opting for objects usually utilized in the building industry: wallnet, plaster, resin and quartz powder all go into his works. It was Gianfranco who introduced the famed “white painting” to the group of Analytical painters, and also contributed theoretical writings to this movement.

At first glance, the works themselves are very clean and simple. Understanding the method and ideas behind the works, however, adds another layer to the viewing process. For Zappettini, color, and even the materials, hold symbolic value. The vertical threads used in his paintings, often the only real “subject” on the surface, represent an indefinite state of being, while the horizontal threads represent variability. Color, too, is charged with meaning, therefore the artist uses it sparingly and with intention.

Arriving at his current mode of working through travel and a search for spirituality, Zappettini continues to transform the traditional meaning of “painting” by analyzing it from various and diverse approaches. He has said “My aim was to make detached and impersonal art, without emotional involvement, but with a highly personal, spiritual projection. After all, why ever shouldn’t that which turned out to be right also be beautiful?”

These works of analytical simplicity are displayed alongside the works of fifteen other Analytical artists working in similar styles: Enzo Cacciola, Paolo Cotani, Noël Dolla, Ulrich Erben, Winfred Gaul, Raimund Girke, Giorgio Griffa, Riccardo Guarneri, Carmengloria Morales, Claudio Olivieri, Pino Pinelli, Rudi va de Wint, Claudio Verna, Claude Viallat and Jerry Zeniuk. The show “Paint?!” was dually curated by Maurizio Vanni and Alberto Rigoni, and will run through May 27, two weeks longer than the photography exhibit in the Lu.C.C.A. Lounge and Underground.

 

Due nuove mostre al Centro per l’ arte contemporanea di Lucca

di Brigid Brennan (Lorenzo de’ Medici)

 Il Centro per l’arte contemporanea di Lucca ospita adesso due importanti mostre: la prima, chiamata Preghiere senza risposta, presenta alcune caratteristiche opere fotografiche di un’artista italiana, Anna Paola Pizzocaro, mentre la seconda, intitolata Dipingi?!, espone tele di Gianfranco Zappettini e di altri artisti del movimento pittorico analitico che si svolse negli anni ’70 del Novecento.

Preghiere senza risposta

La prima mostra, Preghiere senza risposta, si tiene presso il Lu.C.C.A. Lounge al piano terra e nell’Underground al piano inferiore del Museo. Le opere in mostra sono stampe fotografiche in larga scala  di animali e figure umane sovrapposte agli ambienti delle stanze di una casa o di paesaggi cittadini. Una corrente scorre tra di loro, creando un tema originale e richiamando alla mente la ben nota storia del Diluvio Universale. Interessanti immagini di distruzione e disperazione, come se non ci fosse via di scampo da questo disastro naturale, richiamano il titolo della mostra. Alcune calme e tranquille, altre più turbolente, tutte le opere esprimono una necessità urgente dovuta a un incombente disastro.

Leoni marini, fenicotteri, pinguini, orsi polari, leoni, tigri vagano all’interno delle stanze di un appartamento abbandonato, disabitato, sebbene mostri ancora i segni del lusso precedentemente esistito. Sedie, frammenti di immagini, specchi e divani sono alcuni dei resti lasciati dai precedenti proprietari. I pavimenti sembrano essere cigolanti e le pareti mantengono un aspetto rustico, conferendo un’atmosfera misteriosa.

Partendo da piccole onde che poi si trasformano in diluvio l’acqua sale progressivamente all’interno della casa, finché le stanze sono completamente sommerse.

Continuando nella parte della mostra situata al piano inferiore, l’ Underground, le immagini cambiano contesto. Qui le figure non sono più tenute a terra dalla forza di gravità terrestre, ma sono sospese in aria come se fossero incredule per quella situazione. C’è una tensione definita nelle opere di Anna Paola Pizzoccaro: tra le figure e l’ambiente circostante e anche tra realtà e virtualità. Le sue opere combinano finemente immagini reali e fotografiche con grande abilità tecnica. Soggetti che normalmente non si vedono insieme ora esistono in un nuovo mondo; una realtà reinventata che gioca con l’ immaginazione. Queste immagini di bellissima distruzione saranno in mostra dal 31 Marzo al 13 Maggio.

 Dipingi?! Gianfranco Zappettini e l’astrazione analitica europea

Dipingi?! Gianfranco Zappettini e l’astrazione analitica europea, la più importante esposizione in questo museo che un tempo era un palazzo, ha luogo al primo e al secondo piano. Questa presenta le opere di Gianfranco Zappettini, un pittore analitico che ha sviluppato le sue idee e metodi di lavoro negli anni ’70 del ‘900 in concomitanza con altri pittori dell’ Europa e dell’America. Questi artisti, molte delle cui opere appaiono sulle pareti del Lu.C.C.A. al secondo piano, stavano sviluppando stili simili circa nello stesso periodo di tempo, anche se in luoghi diversi. Dall’ Olanda, Germania, Belgio, Francia e Italia, questi artisti miravano a semplificare la pittura. Anziché considerare la tela come un piano di pittura, essi iniziarono a focalizzarsi su un pezzo di arte come un oggetto in sé e per sé.

Zappettini, in particolare, attualizzò la sua idea la sua idea basandosi sui processi e i materiali. Egli è molto metodico nello scegliere in anticipo tutti i parametri dei dipinti: dimensione, colore, materiali, strumenti e anche gli strati da aggiungere. Inoltre, egli non usa materiali tipici dell’artista, ma opta per oggetti usati abitualmente nel settore edile: gesso, resina, polvere di quarzo, che confluiscono tutti nelle sue opere. E’ stato Gianfranco che ha introdotto la famosa “vernice bianca” nel gruppo dei pittori analitici, e ha contribuito con scritti teorici a spiegare questo movimento.

A prima vista, le opere sono molto pulite e semplici. Capire il metodo e le idee che stanno dietro a questi lavori, tuttavia, aggiunge un ulteriore livello di analisi al processo visivo.

Per Zappettini, i colori e anche i materiali possiedono un valore simbolico. I fili verticali usati nei suoi dipinti, spesso gli unici “soggetti” reali sulle superfici, rappresentano un indefinito stato dell’essere, mentre i fili orizzontali sono la variabilità. Anche il colore è caricato di significato, perciò l’artista lo usa con parsimonia e con cognizione di causa.

Arrivato al suo modo attuale di lavorare attraverso un viaggio e una ricerca della spiritualità, Zappettini continua a trasformare il significato tradizionale della “pittura” analizzandola attraverso vari e diversi approcci. Egli ha detto “ Il mio obiettivo era quello di fare un’ arte distaccata e impersonale, senza coinvolgimenti emotivi, ma con una proiezione altamente personale e spirituale. Dopo tutto, perché mai ciò che si dovrebbe rivelare giusto, non dovrebbe essere bello?”

Queste opere di semplicità analitica sono esposte accanto alle opere di quindici artisti che lavorano in stili analitici simili: Enzo Cacciola, Paolo Cotani, Noel Dolla, Ulrich Erben, Raimund Girke, Giorgio Griffa, Riccardo Guarneri, Carmengloria Morales, Claudio Olivieri, Pino Pinelli, Rudi va de Wint, Claudio Verna, Claude Viallat and Jerry Zeniuk. La mostra “Paint?!” è curata da Maurizio Vanni e Alberto Rigoni e si prolungherà fino al 27 maggio, due settimane in più dell’ esposizione di fotografia nel Lu.C.C.A. Lounge e Underground.

Christian Zucchoni, Stone and Flesh

By Valentina Becattini (University of Florence)

The Cassero for the nineteenth- and twentieth-century Italian sculpture of Montevarchi  has decided to become, for about two months, starting from February 11, an evocative backdrop for the extraordinary creations of Christian Zucconi, born in 1978.

The peculiarity of this young artist is especially visible in the technique with which he executes his designs, the kenoclastica, which he invented at the end of 2007 and which requires the destruction of the finished work, the emptying of the pieces, and its subsequent recomposition, so as to make his works of shells become thin, cracked and floating shells.

The material most used by Zucconi is sanguigna stone, a variant of Persian travertine. Used in the classical age, the stone makes the subjects vibrant and come alive and is very useful in the expression of the principal ideas of the artist: the anguished tragedy of our destiny, the fears and frailties of humanity. The process of cutting the statue, emptying it and reassembling it with visible suture hooks is a sort of metaphor for the fragmentation in which modern man is immersed.

The exhibition, which will remain open to the public until April 9, provides a direct conversation with the sculptures of the nineteenth- and twentieth-century permanent collections, accompanies visitors through all the floors that make up the museum and offers a comparison between different generations of sculptors.

This temporary exhibition is the first of five, and it has the precise intent of promoting and appreciating the artistic work of this young sculptor, who comes from Piacenza and who was not previously known to Tuscan public. The exhibition runs through seven works that were selected from a large repertoire of creations, and that were probably thought to be the most suitable to explain this particular technique and the activity of its creator.

Certainly the exhibition spaces, located in the old defense tower of the city, have contributed to influencing the choice of the works, and to intriguing the visitor through color games and parallels with some of the works of the permanent collection, to which  the subjects, the materials and the poses of Zucconi’s works refer. The presence of these works in the rooms has a great impact on the visitor, who already understands that they don’t belong to the permanent collection. The set-up of the museum, which recreates the artist’s study, doesn’t provide explanations, but instead Zucconi’s works are accompanied by captions supported by vibrant orange stands, recalling the color of the logo of Cassero.

Following the museum’s exhibition course, which begins on the second floor, the first work encountered is the touching Bartholomew, which, through a simple strip of skin, recalls the story of the Christian martyr flayed alive and crucified by the pagans. In reality, with this work, Zucconi wants to tell the tragic story in which the true victim was the entire people to whom Bartholomew belonged: the Jewish people. The sequence of letters and numbers that the statue of Bartholomew has engraved on its left arm, “Z-609011″, could allude to the date of its creation, but it is instead thought to recall the sequence of letters and numbers with which the Jews were marked when they entered the concentration camps. On the same floor is Dark Christ, which is a Christ-child, who wears a necklace that resembles a rosary, but, instead of having a crucifix hanging at its end, it rather has a swastika. His wide eyes helplessly watch the cruel fate of man, under the penetrating, but blindfolded, gaze of the two figures who accompany him.

Descending to the first floor, the visitor is welcomed by a particular image of Mary, the Ancilla Domini, interpreted as a figure of a slave, a symbol of total submission, who has no possibility of choice. The figure is locked into a position that prevents movement, with her hands tied behind her back and an iron collar around her neck. In this way, Zucconi elaborates on the theme of complete abandonment and on blind faith in divinity.

Immediately after, one’s gaze rests on the most recent creation of the artist from Piacenza, exhibited for the first time on the occasion of the Montevarchi exhibition: the Assumption. What is striking is the very thin shape of the figure, which stretches and elongates, relying on the superior will and its unusual location seen hanging from the ceiling by a wire that is left at the mercy of the slightest draft of air.

Going down to the sculpture gallery on the ground floor, which houses sculptures of larger than life dimensions, the visitor is struck by Marsyas, where, once again, the artist departs from iconographic tradition. The satyr has lost its goat connotation to assume that of a man; while the tree, on which he was hung by the god Apollo, is transformed into a metal structure that looks like a torture machine. Even in this way, the artist wants to stress that the challenge to divinity is always a tragedy for mankind; in fact, this figure of Marsyas concentrates all the abuses and difficulties that people are forced to undergo in the suffering expressed on his face. The man/Marsyas is laid bare, taking away the “mask” that makes him a “person” and an “individual”.

Heading towards the tower room, which is almost hidden, as if to ambush the visitor, we find the Clavus Alexandri, inspired by the figure of Alessandro Serenelli, who killed Maria Goretti by stabbing her multiple time with a nail. The figure, at first glance, appears composed and pleasant, but a closer examination reveals the nail behind his back and his mouth and arm stained with blood, a representation of human wickedness, a constant theme in the artist’s thought.

Finally, in the tower, we find Salome: what we face is not a woman, but rather a little girl, seemingly innocent and fragile, who is raised on her tip-toes to show the lightness of her dancing. If the body is that of a delicate little girl, the determination is that of a woman in requesting, obtaining and pointing to the head of Saint John the Baptist,  with whom the artist identifies himself, as a self-portrait.

Through this brief review of works, we understand perfectly how the artist’s challenge is precisely to remove heaviness from the material, until reaching the minimum thickness possible. This happens thanks to his excellent technique in working the materials. What is striking is to see how the works in marble become so light, as to be suspended or to assume unthinkable positions, so as to suggest that the stone becomes flesh and the figures become individuals.

Info:

[email protected]

www.ilcasseroperlascultura.it

Opening Hours:

Thursday and Friday: 10-13 and 15-18

Saturday and Sunday: 10-13 and 15-19

First Thursday of the month: 21:30 to 23:30

 

Christian Zucchoni, la pietra e la carne

di Veronica Becattini (Università di Firenze)

Il Cassero per la Scultura italiana dell’Ottocento e del Novecento di Montevarchi, per circa due mesi, a partire dall’11 febbraio, è diventato una suggestiva cornice per le straordinarie creazioni di Christian Zucconi, classe 1978.

La particolarità di questo giovane artista è visibile soprattutto nella tecnica con la quale esegue le sue creazioni, la kenoclastica, da lui inventata alla fine del 2007, che impone la distruzione dell’opera finita, lo svuotamento dei pezzi e la sua successiva ricomposizione, sino a far divenire le sue opere dei gusci leggeri, fessurati e fluttuanti. Il materiale più usato da Zucconi è la pietra sanguigna, variante del travertino persiano. Usata nell’età classica, questa pietra rende vivi e vibranti i soggetti; e ben si adatta a esprimere il pensiero principale dell’artista: l’angosciosa tragicità del nostro destino, le paure e le fragilità dell’umanità. Il processo di tagliare la statua, svuotarla e ricomporla con visibili ganci di sutura è una sorta di metafora della frammentazione in cui l’uomo di oggi è immerso. 

L’esposizione, che rimarrà aperta al pubblico fino al 9 aprile, prevede un colloquio diretto con le sculture otto-novecentesche delle Collezioni permanenti, accompagnando i visitatori per tutti i piani di cui si compone il museo e offrendo un confronto tra generazioni diverse di scultori.

Prima di una serie di cinque esposizioni temporanee, questa mostra ha il preciso intento di far conoscere e apprezzare l’operato artistico di questo giovane scultore piacentino, che al pubblico toscano non si era ancora presentato. La mostra si snoda infatti solo attraverso sette opere, selezionate fra un discreto repertorio di creazioni, ritenute probabilmente le più adatte a spiegare questa particolare tecnica e l’attività del suo stesso creatore. Sicuramente anche gli spazi espositivi, in quella che un tempo costituiva la torre difensiva della città, hanno contribuito a influenzare la scelta delle opere, così come la volontà di incuriosire il visitatore attraverso giochi cromatici e confronti con alcune delle opere della collezione permanente, richiamati nei soggetti, nei materiali o semplicemente nelle pose. La presenza di queste opere nelle sale ha sicuramente un forte impatto sul visitatore, che subito percepisce che esse non rientrano tra le opere della collezione permanente. L’allestimento del Museo, che ricrea lo studio dell’artista, non prevede didascalie, mentre invece le opere di Zucconi sono accompagnate da didascalie sorrette da supporti di un vivace colore arancione, in pendant con il colore del logo del Cassero.

Seguendo il percorso espositivo del Museo, che ha inizio al secondo piano, la prima opera che incontriamo è il commovente Bartolomeo, che attraverso un semplice lembo di pelle rievoca la vicenda del martire cristiano, scorticato vivo e crocifisso dai pagani. In realtà, attraverso quest’opera, Zucconi vuole raccontare il tragico episodio di cui fu vittima l’intero popolo a cui San Bartolomeo apparteneva, quello ebraico. La sequenza di lettere e numeri che il nostro Bartolomeo porta incisa nel braccio sinistro, “Z-609011”, potrebbe alludere alla data di esecuzione dell’opera, ma in realtà è pensata in ricordo di quella sequenza di lettere e numeri con cui venivano marchiati gli ebrei al loro ingresso nei campi di concentramento. Allo stesso piano trova collocazione il Cristo Bruno, un Cristo bambino che porta al collo quello che apparentemente sembrerebbe un rosario, ma che, invece di terminare con un crocifisso, si conclude con una svastica. I suoi occhi sgranati osservano impotenti il crudele destino dell’uomo sotto lo sguardo penetrante, ma bendato, delle due figure che lo accompagnano.

Scendendo al primo piano, ad accogliere il visitatore vi è una particolare immagine di Maria, l’Ancilla Domini, interpretata come una figura di schiava, simbolo di totale sottomissione, che non presenta alcuna possibilità di scelta. La figura è bloccata in una posizione che le impedisce il movimento, con le mani legate dietro la schiena e un collare di ferro al collo. È così che Zucconi elabora il tema del completo abbandono e della cieca fiducia nella divinità.

Subito dopo lo sguardo si posa sulla più recente realizzazione dell’artista piacentino, esposta per la prima volta in occasione della mostra montevarchina: l’Assunzione. Quello che colpisce sono le forme magrissime della figura, che si protende e si allunga affidandosi alla volontà superiore, e l’insolita collocazione che la vede appesa al soffitto per mezzo di un filo che la lascia in balìa di ogni minimo spostamento d’aria.

Scendendo al piano terra, nello statuario, che accoglie le sculture di dimensioni maggiori del vero, il visitatore viene colpito dal Marsia, dove ancora una volta l’artista si stacca dalla tradizione iconografica. Il satiro perde infatti i connotati caprini per assumere quelli di un uomo; mentre l’albero, al quale fu appeso dal dio Apollo, si trasforma in una struttura metallica che ricorda una macchina di tortura. Anche in questo caso l’artista vuole sottolineare come la sfida alla divinità resta sempre e comunque una tragedia per l’uomo: la figura di questo Marsia concentra nella sofferenza del volto tutti gli abusi e le difficoltà che le persone sono costrette a subire. L’uomo/Marsia viene messo a nudo, togliendogli quella “maschera” che lo rende “persona” e “individuo”.

Dirigendosi verso la sala della torre, quasi nascosto, come a tendere un agguato al visitatore, troviamo il Clavus Alexandri, ispirato alla figura di Alessandro Serenelli, che con un chiodo trafisse più volte Maria Goretti uccidendola. La figura, a un primo sguardo appare composta e gradevole, ma un’osservazione più approfondita rivela il chiodo nascosto dietro la schiena e la bocca e il braccio macchiati di sangue, rappresentazione della cattiveria umana, tematica costante nel pensiero dell’artista.

Infine, nella torre si trova la Salomè: quella che ci troviamo di fronte non è una donna bensì una bambina, apparentemente innocente e fragile, che si solleva sulle punte a dimostrare la leggerezza della sua danza. Se il corpo è quello delicato di una bambina, la determinazione è quella di una donna, nel richiedere, nell’ottenere e nell’indicare la testa del Battista, nel quale l’artista si identifica, attraverso il suo autoritratto.

Attraverso questa rapida carrellata delle opere capiamo perfettamente come la sfida dell’artista sia proprio quella di togliere pesantezza alla materia per arrivare allo spessore minimo consentito. Questo avviene grazie a una eccellente tecnica di lavorazione dei materiali. Quello che colpisce è vedere come opere in marmo diventino così leggere da essere sospese o assumere posizioni impensabili, tanto da far pensare che  la pietra diventi carne e le figure diventino individui. 

Info:

[email protected]

www.ilcasseroperlascultura.it

Orario di apertura

Giovedì e venerdì: 10-13 e 15-18

Sabato e domenica: 10-13 e 15-19

Primo giovedì del mese: 21.30-23.30

 

OPEN STUDIOS

By Eleonora Ciambellotti (Lorenzo de’ Medici)

At this point, it is a common story: attracting the public to contemporary art is often difficult. At times, fruitless. Explanations, simple and direct language, emotional preparations and lots of creativity are required. The works don’t always speak for themselves, but the artists do! Strong in this conviction, the Strozzina, Center of Contemporary Culture in Palazzo Strozzi, had the idea and curated – for the first time in 2010 – OPEN STUDIOS, a plan sponsored by the Regione Toscana which allows the public to visit numerous artists’ studios, so as to know, love and deepen their understanding of the artists’ work.

Florence, Pistoia, Prato, Pisa and Siena are the provinces involved, as well as thirty artists. The artists welcome into their spaces, usually private and inaccessible, a heterogeneous public, so that they can confront a very different reality, searching for moments of dialogue to give voice to their artistic ideas, so as not to leave anything of the works incomplete or misunderstood.

With a selection of artists born between the ‘50s and the ‘80s, the project encompasses a wide panorama of the artists’ current research: painting, photography, video, installation, performance, interventions of public art and research in the area of musical sounds.

A contemporary network, embracing different cultures and traditions, that becomes an alter-ego of the museum; a voyage, rather than a short trip, through the poetics of the creators, that incandescent something, which, in the rooms of the gallery, are often lost. Understanding the techniques used, searching to approach the intentions of the artist and attempting to follow the artistic process, allows one to enjoy, in a more complete way, any product of contemporary art. At times, beauty is no longer the mediator between the public and the work: irreverent, deconsecrated and even, often ugly installations, requiring a comprehension of and an affinity with the idea of the artist.

In this traveling show, a predetermined and carefully studied museology is substituted for one that is emotional, personal, and always diverse; in other words, its museology is modeled, from time to time, in different studios, proceeding through a multitude of different types of viewers.

The elements that are found in this open space are tools, sketches, and completed works, as well as personal objects and notes for works, all of which define museography, bringing to life the contagious flux of contemporary synergy.

Reserve your guided visit to the studios via this link: http://www.strozzina.org/open_studios/prenotazioni.php

Don’t miss this related event of OPEN STUDIOS: from January 16 to February 16, Olga Pavlenko will present A second as long as one month, a show that investigates the value of time through a month-long action, realized through video, installation, sounds and performance. The location? The SRISA Project Space in Via Santa Reparata, 22/r in Florence, a flexible and heterogeneous space, which aims to become a constant meeting place for artists, by favoring dialogue and creative exchange.

 

OPEN STUDIOS

di Eleonora Ciambellotti (Lorenzo de’ Medici)

Ormai è storia comune: avvicinare il pubblico all’arte contemporanea risulta spesso difficile. E talvolta infruttuoso. Servono spiegazioni, linguaggi semplici e diretti, allestimenti “emozionali” e molta creatività. Le opere non sempre parlano da sole, ma gli artisti sì!  Forti di questa convinzione, alla Strozzina, il Centro di Cultura Contemporanea di Palazzo Strozzi, hanno ideato e curato – la prima volta nel 2010 – OPEN STUDIO, un progetto promosso dalla Regione Toscana, che permette al pubblico di visitare numerosi studi d’artista, per conoscere, approfondire e amare i loro lavori.

Firenze, Pistoia, Prato, Pisa e Siena, le province coinvolte, una trentina gli artisti aderenti.

Gli artisti accolgono nei loro luoghi generalmente privati e inaccessibili un pubblico eterogeneo, per confrontarsi con un fuori troppo spesso distante, cercando momenti di dialogo per dar voce alla propria poetica, per non lasciare incompiuta ed incompresa nessuna della loro opere.

Con una selezione di artisti nati tra gli anni ’50 e gli anni ’80, il progetto traccia un’ampia panoramica sulle ricerche artistiche attuali: pittura, fotografia, video, installazioni, performance, interventi di arte pubblica e ricerche in ambito musicale e sonoro.

Un network del contemporaneo, che abbraccia culture e tradizioni diverse, che si pone come alter-ego del museo, un viaggio, più che un percorso, attraverso la poetica dei creativi, quel quid incandescente che nelle sale di una galleria spesso si perde. Conoscere le tecniche impiegate, cercare di avvicinarsi alle intenzioni dell’artista e tentare di seguirne l’iter realizzativo, permette di fruire in modo più completo qualunque prodotto l’arte contemporanea ci riesca a donare. Talvolta non c’è più la bellezza a fare da mediatore tra il pubblico e l’opera: installazioni irriverenti, desacralizzanti, e perché no, spesso “bruttine”, necessitano di comprensione, di un affinità “elettiva”, con l’idea dell’artista.

Mostra itinerante questa, in cui a una museologia prestabilita e attentamente studiata, se ne sostituisce una emotiva, personale, sempre diversa, una museologia che si modella di volta in volta nei diversi studi e attraverso il procedere dei molteplici “pubblici”.

Attrezzi, bozzetti, opere concluse e ancora oggetti personali e appunti di lavoro, sono questi gli elementi che si rintracciano in questi “open space”, che ne definiscono la museografia, che rendono vivo il flusso di sinergie contemporanee così contagiose.

Prenotate la vostra visita guidata agli studi, a questo link

http://www.strozzina.org/open_studios/prenotazioni.php

Un evento collaterale di OPEN STUDIO da non perdere: dal 16 gennaio al 16 febbraio Olga Pavlenko presenterà Un secondo lungo un mese, mostra che indaga il valore del tempo attraverso un’azione lunga un mese, realizzata attraverso video, installazioni sonore e performance. La location? Il SRISA Project Space in Via Santa Reparata 22/r a Firenze, uno spazio flessibile ed eterogeneo, che si propone di diventare punto d’incontro costante per gli artisti, favorendone il dialogo e lo scambio creativo.

Museum of Anthropology and Ethnology

By Brigid Brennan, Rachel Strilec, and Megan O’Connor (Lorenzo de’ Medici)

Once a unified structure, the Museum of Natural History was founded by the Grand Duke Leopold of Habsburg-Lorraine in 1775. Since 1878, however, it has been divided into six different sections around town: Anthropology and Ethnology; Geology and Paleontology; Mineralogy and Lithology; Zoology; Botany; and the Botanical Gardens.

The Anthropology and Ethnology section, also known as MNAE, was founded by Paolo Mantegazza and is located on Via del Proconsolo, 12 in Palazzo Nonfinito, the “unfinished palace,” which dates back to 1593. The museum now houses 7,000 anthropological artifacts and over 25,000 objects related to ethnology. These come, most notably, from Captain James Cook’s third voyage to the Pacific in the late 1700s, from the Medici family’s cabinet of curiosities, as well as from the Indian collection of Florentine Sanskrit collector Angelo De Gubernatis.

The museum’s collection expresses a relationship between “Western” and “primitive” cultures, almost as if the two were mutually exclusive. Imperialistic Italy and its 19th-century European contemporaries collected and displayed objects from the cultures they conquered. This simultaneously imbued the objects with an exotic sense of “otherness” and made their museums into mirrors of the western culture’s own perspective.

Within the MNAE, founded in the midst of this global scramble, it is difficult to find a focus. On the one hand, a distinct desire to portray an interest in world peoples is evident. However, the method of display of objects such as shrunken heads, weapons, jewelry and feathered headdresses greatly resembles a natural history museum, implying that the focus might be on scientific analysis rather than humanistic cross-cultural understanding. Not the case, the intended historical significance of the Museum of Anthropology and Ethnology exhibit is lost due to a lack of clear display.

Categorized by like objects from specific countries, the collection is a harmonized mess. Objects are presented in ambiguous groupings with an utter lack of labeling or description. While this manner of display can be effective, especially from an academic’s perspective, the absence of a contemporary view of the objects might make it seem elitist, unwilling to change, and negatively impact the museum’s future.

Although the website is rife with helpful material, labels and basic information at the institution itself are lacking; there is little to no didactic guidance within the displayed rooms. This leaves the visitor with unnecessary, distracting questions, rather than with  meaningful questions regarding a specific culture. The space becomes stagnant, unless a visitor brings his own background information or wants to fill in the gaps with his imagination: a potentially appealing but dangerous practice. The museum does not fully facilitate meaningful exploration or transformative take-aways.

It is important to remember that the museum is not only a display case for historical artifacts from exotic cultures, but it is also a mirror into the culture of the time and place in which it was created: 19th-century Italy. As such, any revamping of the museum should honor the original curators’ vision and method of display, treating that set of choices as a kind of historical artifact in itself. The Museum of Anthropology and Ethnology wields an enormous amount of potential to become one of Florence’s best-loved and highly-utilized resources. For this to be accomplished, however, it needs to harness its fabulous collection into a focused, relevant, and compelling story.

 

Museo di Antropologia ed Etnologia

 di Brigid Brennan, Rachel Strilec e Megan O’Connor (Lorenzo de’ Medici)

Il Museo di Storia Naturale fu fondato dal Gran Duca Leopoldo di Asburgo-Lorena nel 1775. In origine era una struttura unica, ma dal 1878 è diviso in sei differenti sezioni sparse per la città: antropologia e etnologia, geologia e paleontologia, mineralogia e , zoologia, botanica e giardino botanico.

La sezione di Antropologia ed Etnologia, detta anche MNAE, è stata fondata da Paolo Mantegazza, e si trova nel Palazzo Nonfinito, costruito nel 1593, in via del Proconsolo 12. Il museo ospita circa 7000 manufatti antropologici e più di 25000 oggetti collegati all’etnologia. Questi provengono per la maggior parte dal terzo viaggio del Capitano James Cook nel Pacifico, avvenuto alla fine del XVIII secolo, dalla stanza delle meraviglie della famiglia Medici, e dalla collezione indiana del fiorentino Angelo De Gubernatis.

La collezione del museo esprime la relazione tra l’occidente e le culture primitive, come se le due si escludessero a vicenda. L’ Italia imperialista e i gli altri paesi Europei del XIX secolo hanno collezionato e poi organizzato mostre con gli oggetti appartenenti ai paesi che hanno conquistato. Questo dona agli oggetti un senso di diversità e, contemporaneamente, fa sì che i loro musei siano specchio delle prospettive delle culture  occidentali.

All’interno del MNAE, fondato su una globale miscellanea, è difficile trovare un punto di partenza. Da un lato, è evidente un chiaro interesse nel rappresentare le varie popolazioni del mondo, tuttavia la scelta di mostrare gli oggetti come teste rimpicciolite, armi, gioielli e acconciature piumate lo fa somigliare molto di più a un museo di storia naturale; ciò implica che l’attenzione potrebbe essere focalizzata più su un’analisi scientifica che su un’umanistica comprensione interculturale. Non è questo il caso, in quanto il significato storico previsto dalla mostra del Museo di Antropologia e Etnologia si perde a causa di una mancanza di visualizzazione chiara.

Gli oggetti sono catalogati per paese di provenienza, e la collezione risulta essere un armonico pastiche. I pezzi sono presentati in gruppi misti, con una totale mancanza di etichette o di descrizioni. Se questa maniera di esporre può essere efficace da un punto di vista accademico, l’assenza di una visione contemporanea degli oggetti può  sembrare una scelta elitaria o poco aperta al cambiamento, e di conseguenza può avere impatto negativo sul futuro del museo.

Al contrario, il sito web del museo contiene molto materiale utile, come etichette e informazioni di base che mancano invece nel museo stesso, dove mancano anche le guide didattiche all’interno delle stanze. Tutto questo distrae il visitatore, piuttosto che farlo riflettere su ciò che è esposto. Lo spazio museale diventa stagnante, a meno che il visitatore non abbia un proprio background culturale o non colmi le lacune con la sua immaginazione: una pratica potenzialmente affascinante ma pericolosa. Il museo non facilita pienamente la comprensione dell’esposizione.

È importante ricordare che il museo non è solo un contenitore per le esposizioni di oggetti provenienti da culture esotiche, ma è anche uno specchio della cultura del tempo e del luogo in cui è stato creato: l’Italia del XIX secolo. Come tale, ogni rimodernizzazione del museo dovrebbe onorare la visione del curatore originale e il suo metodo di esposizione, trattando questa serie di decisioni come una sorta di artefatto storico essa stessa. Il Museo di Antropologia ed Etnologia possiede un’enorme potenziale per diventare una delle più amate e utilizzate risorse di Firenze, ma perché questo succeda in futuro, tuttavia, il museo dovrà sfruttare la sua favolosa collezione attraverso un percorso centrato, rilevante e convincente.

An Exhibit for the Blind… at a Photography Museum?

By Brigid Brennan (Lorenzo de’ Medici)

An exhibit for the blind at a photography museum seems not only counter-intuitive, but downright dysfunctional. Without being able to see, how could a visually disabled person be able to perceive a visual image? Even the website of the National Alinari Museum of Photography states that, “of all forms of art, photography is the one most directly connected to the sense of sight”. How then, can a visual image be presented in a non-visual way? This was the task presented before the staff at the the National Alinari Museum of Photography, or MNAF (Museo Nazionale Alinari della Fotografia). How they went about choosing photographs and creating an exhibit for this select and often left out group of people is part of a very interesting process, also reflected in the museum’s mission statement:

One of the primary aims of MNAF is to create a network of scientific and artistic institutions on a civic, regional, national and international level, working together to program various exhibition projects, above all with regards as to how to exploit the educational aspect, accessible to a heterogeneous public.

Here, they explicitly express their desire to reach out to a broad community, both local and worldwide, and to present projects with the specific intention of informing and educating a wide variety of visitors. They have accomplished this goal of reaching out to a generalized public through their “Touch Museum”, a special exhibit appealing to the visually disabled. Through the use of tactile images, these visitors are able to sense the photographs using their hands instead of their eyes.

A select group of twenty photographs were picked out to be recreated in a format different from their original printing on photographic paper. This has been accomplished through the use of diverse materials, from aluminum to felt, sand paper to tissue paper.  Working in collaboration with the Italian Association for the Blind and the Stamperia Braille of the Region of Tuscany, innovative individuals have brought these photographs to life.

Included in this sample of photographs are the Temples of Delphi, an old man with a beard, the pyramids of Giza, Peggy Guggenheim, and the cliffs of Capri. Each tactile representation has been achieved using a different approach, and each using different materials. The intention here is not only to recreate the look of the image, but also the sense that one might get from looking at it. The pyramids of Giza, for example, have been realized by utilizing sand covering three-dimensional figures on a flat surface, recreating the texture and actual material in the photo. The cliffs of Capri, on the other hand, are portrayed by bark from a pine tree to convey the rough surface of the rocks in contrast with the smoother texture of aluminum and tissue paper for the sea. Whereas a customary visitor is able to observe each photograph using their powers of visual observation, other senses are now a part of the museum-going experience.

This exhibition is a success because, through partnerships with associations intended to aid the disabled, the National Alinari Museum of Photography is now accessible to a group previously excluded from typical museum visits. The “Touch Museum” is especially effective in opening up a new world of perceptions to those who cannot experience museums in an ordinary way. Not only this, but the MNAF has also included assistance for the deaf by providing a sign language interpreter to guide their visits. In this way, the efforts of the museum match their mission statement in effectively reaching out to educate people from all walks of life.

 

Una mostra per non vedenti… in un museo di fotografia?

di Brigid Brennan (Lorenzo de’ Medici)

Una mostra per non vedenti in un museo di fotografia sembra non solo contro-intuitiva, ma sinceramente disfunzionale. Senza essere in grado di vedere, come può una persona cieca essere in grado di percepire un’immagine visiva? Il sito web del Museo Nazionale Alinari Fotografia afferma che “di tutte le forme che può assumere l’arte, la fotografia è una delle più fortemente connesse al senso della vista”. Come può, allora, un’immagine visiva essere presentata in maniera non visiva? Questo era il problema che si è presentato allo staff del Museo Nazionale Alinari Fotografia, o MNAF. Come loro si siano occupati della scelta della fotografie e abbiano creato una mostra per questo ristretto e spesso dimenticato gruppo di persone, è parte di un interessante processo che è anche espresso dalla frase in cui è racchiusa la mission del museo:

Uno dei principali scopi del MNAF è quello di creare un network di istituzioni scientifiche e artistiche su livello civico, regionale, nazionale e internazionale, lavorando insieme per programmare diversi progetti espositivi, soprattutto con riguardo alle modalità di fruizione e di didattica, accessibili ad un pubblico eterogeneo.

In queste poche frasi è espresso esplicitamente il desiderio del museo di raggiungere una vasta comunità, sia nazionale che internazionale, e di presentare progetti con la specifica intenzione di informare e di educare una grande varietà di visitatori. Hanno raggiunto l’obiettivo di raggiungere un vasto pubblico attraverso il loro “Touch Museum”, una mostra speciale per i non vedenti. Tramite l’uso di immagini tattili, questi visitatori possono percepire le fotografie usando le dita piuttosto che gli occhi.

Venti fotografie sono state scelte per essere riprodotte in un nuovo formato, diverso da quello originale su carta fotografica, attraverso l’uso si diversi materiali, dall’alluminio al feltro, dalla carta vetrata alla carta velina. l’Associazione Italiana Non Vedenti, in collaborazione con la Stamperia Braille della Regione Toscana, ha creato queste fotografie con metodi davvero innovativi.

Tra le immagini riprodotte troviamo il Tempio di Delphi, un vecchio con la barba, la Piramide di Giza, Peggy Guggenheim e i faraglioni di Capri. Ogni rappresentazione tattile è stata creata usando un diverso approccio e diversi materiali. L’intenzione era non solo quella di ricreare l’immagine, ma anche le sensazioni di chi le osserva. La piramide di Giza, ad esempio, è stata realizzata usando la sabbia per ricoprire una figura tridimensionale con una superficie piatta, ricreando la struttura della pietra e i veri materiali dell’immagine. I faraglioni di Capri, invece, sono rappresentati con della corteccia di pino, per ricreare la superficie ruvida delle rocce, in contrasto con la più liscia superficie di alluminio e carta velina usata per rappresentare il mare. Mentre un visitatore tradizionale può osservare ogni fotografia usando i propri mezzi visivi, grazie a questa nuova tecnica è in grado di utilizzare anche gli altri sensi per un nuovo tipo di visita.

Questa mostra è un successo perché il Museo Nazionale Alinari Fotografia è ora accessibile anche a una categoria di persone fino a oggi esclusa dal mondo museale,  e questo è possibile anche grazie alla partnership con le associazioni che difendono e aiutano queste categorie. Il “Touch Museum” è particolarmente efficace nel dischiudere un nuovo mondo di sensazioni a quelle persone che non possono vivere il museo in maniera tradizionale. Ma non solo: il MNAF, infatti, ha anche incluso un servizio di assistenza per i non udenti mettendo a disposizione interpreti di lingua dei segni come guide. In questo modo, il museo riesce ad attuare la propria missione e ad educare persone di ogni condizione sociale.

Elegance Fused with Eccentricities

The Ultramodern Use of Color, Pleats, & Structure (Roberto Capucci Foundation: Villa Bardini Museum)

By Trista Parmann (Lorenzo de’ Medici)

Bright magentas, turquoises, ruby-reds, mint greens, and ambers: the Fondazione of Roberto Capucci, on the top floor of the Villa Bardini, does anything but showcase primary colors, or for that matter basic garments. The exhibition includes a couple-dozen garments displayed on mannequins, and are placed continuously next to each other or form a circle in the center of the room. This creates the impression that the viewer just walked into an elegant yet outlandish cocktail party, in which the “guests” in attendance are all finely dressed in a Capucci original. Therefore, this display is a celebration of Roberto Cappuci as a designer, while each specific Cappuci design celebrates the Italian tradition of craftsmanship and the modern notion of experimentation in fashion.

Cappuci’s fashion line is exploding with color and uniqueness with dresses that contain details of frills, looping fabrics, pleats, and curves. The garments are architectural and stiff, but there is also a sense of playfulness with organic shapes and geometric objects. According to labels, which are accompanied with photographs of the designs being worn on the runway, they state that Capucci designed the various pieces in the late 80’s and 90’s, yet the dresses reflect stylistic elements from previous periods. The formal sleek silhouettes of the dresses echo styles dating from the 1950’s and early 1960’s, yet the eccentric details add a futuristic look. The exhibit also includes women’s pantsuits, such as a button-less jacket that curves away at the back of the knee. The contour of the open jacket and ruffled sleeves are a nod to mid-18th century men’s dress coats. However, like the other garments, Capucci modified this design with unusual colors, adding a twist to a traditional garment.

Although there are elements with the various pieces that complement  Capucci’s motif, there is one dress in particular that completely represent his design image. The pieces titled “Bride in Red” is quintessentially Capucci for it embodies a high level of sophistication with a nonconformist usage of color. The elaborated gown, designed in 2009, has a silhouette of a bridal gown with its circular train glittering in gold and a skirt that fans out at the hips like a simplified farthingale, but instead of white it is a striking ruby red. This is an odd notion since red from a contemporary standpoint is associated with lust and passion- the opposite of purity and innocence associated with white. However, it is explained in the exhibit that brides were accustomed to wearing red until the second part of the 17th century when it was then changed to white. Therefore, through inspiration from the past, combined with innovation from the present, Capucci’s designs have been defined as progressive.

Throughout the exhibit there are mirrors surrounding the collection, adding a cutting-edge platinum feel to Capucci’s designs. Diving deeper into the decision to display mirrors, there is another layer of complexity. When the viewer looks at Capucci’s collection, they themselves are also reflected, and so the viewer becomes part of the display.  The viewer in ordinary clothing may feel like a boring guest at Capucci’s “cocktail party.” Yet, Capucci states, “Fai Della Bellezza Il Tuo Constante Ideale;” which translates to “Make Beauty Your Constant Ideal.” With the use of “your,” Capucci is inviting the viewer to be part of innovation. Therefore, the Cappuci collection is worth it to see, for viewing his innovations and the forward-thinking designs could spark one’s own creative interest. It is the reflection of the viewer unified with the captivating and beautiful designs of Roberto Capucci that allows one to assimilate into the fashion of yesterday, today and tomorrow.

 

Eleganza fusa con l’eccentricità

“l’uso ultramoderno di colore, pieghe e struttura” (Fondazione Roberto Capucci: Museo Villa Bardini)

di Trista Parmann (Lorenzo de’ Medici)

Magenta brillante, turchesi, rossi rubino, verdi menta e ambre: la Fondazione Roberto Capucci, situata all’ultimo piano di Villa Bardini, non fa altro che mettere in vetrina i colori di base, o relativamente a questi ultimi, i capi base. La mostra comprende due dozzine di abiti disposti su manichini e sono posti continuativamente uno accanto all’altro così da formare un cerchio al centro della stanza. Questa disposizione crea l’impressione che il visitatore sia appena  entrato in un elegante e stravagante cocktail party, in cui “gli ospiti” presenti sono finemente abbigliati con un originale Capucci. Perciò questa esposizione è una celebrazione di Roberto Capucci come stilista, mentre ogni specifico modello esalta la tradizione italiana di artigianalità e la moderna nozione di sperimentazione nella moda.

La linea di moda di Capucci è un’esplosione di colori e unicità, con abiti che includono dettagli come ricami, tessuti a spirale, pieghe e curve. I capi sono architettonici e rigidi, ma includono anche un senso di giocosità dovuto alle forme organiche e agli oggetti geometrici sopra applicati. Stando ai cartellini, che sono accompagnati da fotografie dei modelli indossati sulle passerelle, si dimostra che Capucci aveva disegnato i vari capi alla fine degli anni 80 e inizio degli anni 90, anche se i vestiti riflettono elementi stilistici dei periodi precedenti. Le silhouettes formali e morbide degli abiti in stile echo, datati tra gli anni 50 e i primi 60, sono rese futuristiche dagli eccentrici dettagli. La mostra include anche tailleur femminili, come una giacca senza bottoni che arriva sino alle ginocchia. Il profilo e le maniche arricciate della giacca aperta sono riprese dallo stile dei cappotti da uomo del XVIII secolo. Comunque, come per gli altri capi, Capucci ha modificato questi disegni con colori non comuni aggiungendo delle particolarità ad abiti tradizionali. Anche se ci sono vari elementi che completano lo stile dello stilista. C’è un abito in particolare che rappresenta in pieno la sua immagine di design. Il capo chiamato “La sposa in Rosso” è la quintessenza di Capucci perché incorpora un alto livello di sofisticatezza con un uso del colore anticonformista. Il vestito disegnato nel 2009 ha la silhouette di un abito da sposa con uno strascico circolare scintillante e una gonna che si apre sui fianchi come un guardinfante semplificato, ma invece di essere bianco è di un sorprendente rosso rubino. Questo è un concetto strano dal momento che il rosso, dal punto di vista contemporaneo, è associato alla lussuria e alla passione; l’opposto della purezza e dell’innocenza che sono simboleggiate dal bianco. Tuttavia, è spiegato nella mostra che le spose usavano vestirsi di rosso fino alla seconda metà del XVII secolo, quando hanno iniziato ad indossare di bianco. Pertanto, attraverso l’ispirazione dal passato combinata con l’innovazione del presente, i disegni sono stati definiti progressivi.

All’interno della mostra ci sono specchi che circondano la collezione e che creano emozioni fulminanti grazie modelli di Capucci. Analizzando  più profondamente la decisione di porre gli specchi si rileva un’ altra dimensione di complessità. Quando il visitatore guarda la collezione vede se stesso riflesso e cosi diventa parte della mostra. L’osservatore vestito ordinariamente può sentirsi come un’ospite noioso a un cocktail party. Eppure, egli afferma “Fai della bellezza il tuo costante ideale”. Con l’uso del pronome “tuo” lo stilista invita il visitatore ad essere parte dell’innovazione. Pertanto la collezione Capucci merita di essere vista per apprezzare le sue novità e i suoi lungimiranti disegni che potrebbero innescare un proprio interesse creativo. E’ la riflessione dello spettatore unita con i travolgenti e bei disegni di Roberto Capucci che permette di entrare nella moda di ieri  di oggi e di domani.

The Antonio Manzi Museum: the Room of Marble Sculpture

by Alessandra Sernissi (University of Florence)

The Antonio Manzi museum, housed in the beautiful setting of Villa Rucellai, was born in 2007 thanks to a donation from the artist of the Community of the city of Campi Bisenzio, not native but adopted, at which is strongly linked at this point for decades. The collection on display is comprised of 111 works of various types including sculpture in marble and in bronze, drawings, ceramics, and frescoes. Thanks to this significant grant by the master, the Campigiana community can finally enjoy a museum space dedicated to contemporary art. The latter, with the passage of time, is becoming an increasingly important gathering point, not only for the citizens of Campi   but also for tourists and foreign visitors.

The layout of the museum, designed personally by Manzi, (Montella, Avellino March 15, 1953) for the occasion becoming artist-curator, shows how the master is also in the forefront of the field of museography, in fact, in general, since the last decades of the last century, it is preferable that the artist directs the arrangement of the museum to better be convey to the public, through the commissioning of the works on display, his artistic ideals.

Beginning from the section dedicated to drawing, it is shown how the artistic language of the master evolved with great expressive force in relation to the materials utilized. The culmination of this journey of artistic growth is represented in the room of marble sculpture, infact, the marble embodies from ancient times, the material more difficult work with. This section consists of sixteen works, of which seven are round in homage to ancient Renaissance traditions; two are engraved plates that are reminiscent of the first works of Manzi achieved on marble tables; another two are large vases carved on the front and on the back; while the remaining five sculptures representing human and animal subjects were made with the classic technique “to raise”.

Usually thinking of sculpture in marble, one would expect monumental complexes, but instead the works one display at the Campigiano museum are of fairly reduced dimensions. Nevertheless, the monumentality is transmitted to the visitor through the subjects represented that recall the various aspects of love relationships, the antimonies between life and death and Christian Catholic themes such as original sin and the Nativity of Jesus. Through all of these sculptures it is possible to understand and interpret the very close link that unites Manzi to the classical. He recovers themes and modes of sculpture characteristic of the past and then reinterprets them in a modern way.

An outstanding example of this type of operation is found in the work Unity of Love. This sculpture, created in the form of an ancient fifteenth-century round, rediscovers in a modern light the union between two people. In the course of the Renaissance in fact, the rounds were donated to young newlyweds as a blessing for their marriage, and the subjects represented were usually liturgical. Today Manzi regains the form of support, but puts at the center of the work those who at one time were addressed to With the round representing The Nativity instead recaptures in full the style devoted to fifteenth-century Renaissance.

In the last room it is necessary to describe the sculpture technique of the master. When it comes to individual statutes like The Dream or The Blue Cat, Manzi utilizes a very interesting contrast. The figures are highly polished to become almost transparent while the base shows marks of the chisel, probably to show the public the infinite possibilities of material processing, and above all how a rough marble block can result in a work of exceptional finesse. When sculpting the rounds, or works that assume a supporting part, the artist uses a technique found almost imperceptible as though the characters represented had yet to break away completely from the material that contained them. To fully understand the artistic work of Antonio Manzi however, a general and thorough visit to the museum is necessary.

 

Museo Antonio Manzi: la sala delle sculture marmoree

di Alessandra Sernissi (Università di Firenze)

Il museo Antonio Manzi, ospitato nella bella cornice di Villa Rucellai, è nato nel 2007 grazie ad una donazione fatta dall’ artista al Comune di Campi Bisenzio città, non natale ma adottiva, a cui è fortemente legato ormai da decenni. La collezione esposta conta di ben 111 opere di vario tipo tra cui sculture in marmo e in bronzo, disegni, ceramiche ed affreschi. Grazie a questa cospicua concessione del maestro, la comunità campigiana può finalmente godere di uno spazio museale dedicato all’ arte contemporanea. Quest’ultimo, con il passare del tempo, sta diventando sempre più un importante punto di aggregazione, non solo per i cittadini campigiani ma anche per turisti e visitatori stranieri.

L’allestimento del museo, ideato personalmente da Manzi, (Montella, Avellino 15 Marzo 1953) divenuto per l’occasione artista curatore, indica come il maestro sia all’avanguardia anche nell’ambito della museografia, infatti in generale, a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, è preferibile che sia l’artista stesso a dirigere l’allestimento del proprio museo per poter meglio trasmettere al pubblico, tramite la messa in mostra delle opere, i suoi ideali artistici.

A partire dalla sezione dedicata ai disegni, si evince come il linguaggio artistico del maestro si sia evoluto con grande forza espressiva in rapporto ai materiali utilizzati.  Il culmine di questo percorso di crescita artistica è rappresentato dalla sala delle sculture marmoree, in quanto il marmo incarna fin dai tempi antichi il materiale di più difficile lavorazione. Questa sezione conta sedici opere di cui sette sono tondi in omaggio all’antica tradizione rinascimentale, due sono lastre incise che ricordano i primi lavori di Manzi realizzati sui tavoli di marmo, ulteriori due sono dei grandi vasi scolpiti sul recto e sul verso, mentre le restanti cinque sculture rappresentano soggetti umani e animali realizzati con la classica tecnica “ a levare”. Solitamente pensando a sculture in marmo ci si aspetterebbero complessi monumentali, invece le opere esposte al museo campigiano sono di dimensioni abbastanza ridotte. Nonostante ciò la monumentalità è trasmessa al visitatore attraverso i soggetti rappresentati che richiamano i vari aspetti del rapporto amoroso, le antinomie fra la vita e la morte e temi cristiano cattolici, come il peccato originale e la Natività di Gesù.  Attraverso tutte queste sculture è possibile capire e interpretare il legame molto stretto che unisce Manzi alla classicità. Egli recupera temi e modi di scolpire caratteristici del passato ed in seguito li reinterpreta in chiave moderna. Un’ esempio lampante di questo tipo di operazione è riscontrabile nell’opera “Uniti nell’ amore”. Questa scultura, creata in forma di antico tondo quattrocentesco, riscopre in chiave moderna l’unione tra due persone. Nel corso del Rinascimento infatti, i tondi venivano donati ai giovani sposi come benedizione per il loro matrimonio ed i soggetti rappresentati erano solitamente liturgici. Oggi Manzi riacquisisce la forma del supporto ma mette al centro dell’opera quelli che un tempo erano i destinatari di quest’ultima. Con il tondo rappresentante la “Natività” invece  riprende in pieno lo stile devoto quattrocentesco- rinascimentale. In ultima istanza è necessario descrivere la tecnica scultorea del maestro. Quando si tratta di singole statue come “Il Sogno” oppure “il Gatto blu”, Manzi utilizza un contrasto molto interessante. Le figure sono levigatissime quasi trasparenti mentre la base riporta i segni dello scalpello, probabilmente per mostrare al pubblico le infinite possibilità di lavorazione della materia e soprattutto come da un grezzo blocco marmoreo possa scaturire un opera di eccezionale finezza. Quando scolpisce i tondi, oppure opere che presumono un supporto a parte, l’artista usa una tecnica a rilevo quasi impercettibile come se i personaggi rappresentati dovessero ancora staccarsi totalmente dalla materia che li contiene.

Per comprendere a pieno l’attività artistica di Antonio Manzi è comunque necessaria una visita generale e approfondita del museo.