Museo Palazzo Davanzati


Museo Palazzo Davanzati
The Changing Face of Florentine Patrimony

By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

In a city abundant with Renaissance architecture Palazzo Davanzati provides rare insight to Florence’s Medieval past. The museum offers visitors an opportunity to discover a household predating the grand palazzi found around the majority of the city center. Originally constructed for the Davizzi family in the mid 14th century, the space has since passed through many successive owners. Though threatened by radical changes in interior design, early 20th century redevelopment, and ballistic attacks during WWII, Palazzo Davanzati has survived to the present day.

The museum was originally opened to the public in 1910 by Elia Volpi, an Italian art dealer, who restored the building and used it to stage elaborate displays of his collection. The exhibitions proved to be hugely successful for his commercial ventures drawing visitors and clients from all over Europe and America. The modern permanent collection, comprised of a vast array of domestic goods ranging primarily from the 15th to 20th centuries, emulates the displays created by Volpi and his successors by combining the restored interiors with much later antique art and furnishings used as decoration.

After being acquired by the Italian state in the early 1950’s, the palazzo remained open until extensive structural restorations became necessary in the 1990’s, after which it was finally reopened to the public in 2005. The renovations included the addition of a small space in the museum’s entrance to house temporary exhibitions, and a didactic area for visitors located in the rear of the Atrium on the ground floor. The darkened room is dominated by a video screen playing a short film on loop throughout the museum’s opening hours. It describes the modifications carried out on the building and surrounding area since its construction. While the narration is engaging, the audio is only available in Italian with English subtitles limiting the audience of visitors that can enjoy this feature. The room also contains explanatory panels with historical information and photographs that elaborate the information conveyed by the film. These might be more effective in a separate room, but the overall impact of the historical displays would be comprised if they were moved into any of the refurbished spaces.

The architecture of the palazzo represents the shift from the defensive Medieval tower house to the combined commercial and domestic space in which the rising mercantile class of Florentines lived before the construction of the grand urban palaces of the later Renaissance. In the atrium one is immediately struck by the vertical orientation of the building emphasized by the open courtyard and central axis around which it is built. At first glance the ground floor may seem sparsely decorated, the public function of the space dictated its relatively austere ornamentation, but the neutral masonry is adorned with the red and white Davizzi family crest declaring their proud ownership.

After passing through the courtyard, visitors climb a narrow staircase to reach the increasingly luxurious domestic spaces on the upper floors. The first and second floors both combine communal areas and the most intimate living spaces. Each has its own sumptuously frescoed bedroom, study, great hall, and bathroom, all of which are indicative of the luxury allowed by the family’s successful commercial ventures. While brilliantly restored frescoes can be found throughout the private quarters, those decorating the nuptial bedroom of Paolo Davizzi and Lisa degli Alberti are the most evocative of the period. The painted frieze illustrates Chatelain of Vergy, a popular medieval moralizing tale of love, betrayal, death, a suitable choice to remind the couple of the dangers of extramarital affairs.

The ground and first floors can be accessed during regular opening hours. However, it is necessary to be accompanied by staff members to view the second and third floors. This can be done at no additional cost by contacting the museum prior to visiting.

Palazzo Davanzati offers visitors the chance to experience centuries of Florentine domestic life in a lush historical space. While the museum collection can at times feel sporadic in its presentation, the palazzo offers visitors the rare chance to immerse themselves in the visual display of Medieval domestic life.

 

 

Museo di Palazzo Davanzati
Le evoluzioni del patrimonio fiorentino

By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

In una città ricca di architetture rinascimentali, Palazzo Davanzati offre una rara immagine del passato medievale di Firenze. Il museo fornisce ai visitatori l’opportunità di scoprire un’antica dimora di epoca precedente ai grandi palazzi che si trovano attorno, per lo più nel centro della città. Originariamente costruito per la famiglia Davizzi all’inizio del XIV secolo, il palazzo è da allora passato attraverso molti proprietari. Pur minacciato da cambiamenti radicali nell’arredo interno, ristrutturato all’inizio del XX secolo e bombardato durante la seconda guerra mondiale, Palazzo Davanti  si è conservato fino ad oggi.

Il Museo fu originariamente aperto al pubblico nel 1910 da Elia Volpi, un commerciante d’arte italiano, che restaurò l’edificio e lo utilizzò per disporre elaborati allestimenti della sua collezione.  Le esposizioni si dimostrarono essere un enorme successo per le sue imprese commerciali attirando visitatori e clienti da tutta Europa e America. L’attuale collezione permanente del museo, costituita da una vasta serie di beni domestici che spazia prevalentemente dal XV al XX secolo, riflette gli allestimenti pensati da Volpi e dai suoi successori attraverso un allestimento degli ambienti interni restaurati con molte opere e arredamenti d’antiquariato utilizzati come decorazioni.

Dopo essere stato acquistato dallo stato italiano agli inizi degli anni Cinquanta, il palazzo è rimasto aperto fino all’ampio restauro strutturale divenuto necessario negli anni Novanta, dopo il quale fu finalmente riaperto al pubblico nel 2005. Fra i rinnovamenti apportati è inclusa l’aggiunta di un piccolo spazio all’ingresso del museo per ospitare collezioni temporanee, e un’area didattica per i visitatori situata nel retro dell’atrio a piano terra.

La stanza, buia, è dominata da uno schermo che riproduce in loop un breve filmato durante l’orario di apertura del museo. Questo descrive le modifiche apportate all’edificio e all’area limitrofa sin dalla sua costruzione. Sebbene il racconto sia coinvolgente, l’audio è disponibile solo in italiano con i sottotitoli in inglese restringendo il pubblico dei visitatori che possono apprezzare questo servizio del museo. Nella stanza vi sono inoltre pannelli esplicativi con notizie e fotografie storiche che integrano le informazioni fornite dal filmato. Questi potrebbero essere di maggior efficacia in una stanza separata, ma l’effetto generale dell’esposizione storica sarebbe compromesso se fossero spostati all’interno degli spazi rinnovati.

L’architettura del palazzo rappresenta il passaggio dalle case-torri medievali di difesa alle abitazioni con compresenza di spazi commerciali e domestici nelle quali la fiorente classe mercantile di Firenze viveva prima della costruzione dei grandi palazzi urbani del tardo rinascimento.

Nell’atrio si è immediatamente colpiti dall’orientamento verticale dell’edificio evidenziato dal cortile aperto e dall’asse centrale intorno al quale il palazzo è costruito. A prima vista il piano terra può sembrare scarsamente decorato, la funzione pubblica di questo ambiente esige una decorazione piuttosto austera, ma la muratura neutra è adornata con lo stemma bianco e rosso della famiglia Davizzi che indica il loro orgoglio in quanto proprietari.

Una volta attraversato il cortile, i visitatori salgono un’angusta scalinata per giungere agli ambienti sempre più sfarzosi dei piani più alti. Sia il primo che il secondo piano uniscono le aree comuni e gli spazi domestici più intimi. Ciascuno ospita una sontuosissima camera da letto affrescata, uno studio, un salone principale, e un bagno, tutti ambienti che sono indicativi della ricchezza per il successo della famiglia nelle imprese commerciali.

Mentre gli affreschi restaurati splendidamente sono visibili nei quartieri privati, quelli che decorano la camera nuziale di Paolo Davizzi e Lisa degli Alberti si attestano come le più evocative dell’epoca. Il fregio dipinto rappresenta La Castellana di Vergi, una storia, popolare nel medioevo, che parla di amore, tradimenti, morte, una scelta appropriata a ricordare alla coppia i pericoli di legami extraconiugali.

Il piano terra e il primo piano sono accessibili regolarmente durante l’orario di apertura. Ma è necessario essere accompagnati da membri dello staff per visitare il secondo e terzo piano. Ciò può essere fatto senza costi aggiuntivi contattando il museo e informandolo in tempo per la visita.

Palazzo Davanzati offre ai visitatori la possibilità di scoprire secoli di vita quotidiana fiorentina in un lussuoso luogo storico. Mentre la collezione museale può talvolta dare la sensazione di essere sporadica nella sua presentazione, il palazzo propone ai visitatori la rara possibilità di immergersi totalmente nella vita domestica medievale.

Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)
Photo courtesy Marie-Claire Desjardin 

Santa Croce Museum


Santa Croce and the Angeli del Fango: museum stories
By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Upon entering the Basilica of Santa Croce it is easy to be overwhelmed by the spectacular beauty of the Early Renaissance frescoes, the cavernous space, and the many famed Florentines who are entombed in the Franciscan church. The museum, which can be found to the left of the courtyard near the exit to the complex, reminds us that not long ago these treasures risked being lost forever.

Visitors are invited to reflect upon the temperamental nature of the Arno. For centuries rising water levels threatened the city’s residents and the many priceless masterpieces throughout the city. The river has been recorded to have flooded 56 times since 1177, something which the museum communicates to visitors almost immediately with makers showing the various water levels of particularly devastating occasions. Over the last 5 centuries the worst occurrence began the 4th of November 1966, killing 101 people and destroying countless artworks, books, and historical documents preserved around the city. The basilica of Santa Croce was extensively damaged, and restorations in the church continue to the present day.

Opened in 1900, the museum space occupies what was once the dining hall, and several successive smaller rooms, for the Franciscan friars. The collection is made of centuries of decorations that have been removed for conservation or replaced with later works throughout the long history of the church. Restorative efforts after the 1966 flood forced the museum to close to the public until 1975, the year when Cimabue’s crucifix was returned to the complex. The space now host various events including conferences and concerts outside of visiting hours.

Housed in what was originally the refectory, the museum’s entrance hall preserves Taddeo Gaddi’s Last Supper. Between 1334 and 1366 Gaddi dedicated 30 years of his life to decorating the cavernous space, and his passionate labour is evident in the spectacular fresco that remains. The intricate decorative pattern, divided into 6 individual narratives, immediately draws visitor’s attention in the otherwise sparsely decorated space. The extent of the damage is hard to imagine when observing the vibrant pigments conserved in the 14th century masterpiece. However, a closer examination shows the watermark 5 meters above ground level indicated by a horizontal band running across the wall. The lowest section, that depicting the last supper, bares the most significant signs of damage. After the flood the fresco was in such terrible condition that it had to be detached from the wall for restoration, but thankfully has been returned to its original location.

Giorgio Vasari’s monumental 1545 Last Supper can also be found in the museum’s main entrance hall. Damage to the enormous painting was so severe that only after a 2016 collaborative restoration involving the Opificio delle Pietre Dure and the Getty Foundation was the painting finally returned to public view. 50 years after the flood damage occurred restoration techniques had advanced enough to allow for the panels to be reunited, and the painting was returned to Santa Croce. It is now displayed alongside a small scale model illustrating the counterweights specially designed and manufactured for the painting that allow for it to be mechanically raised in case of future flood warnings.

Freestanding wall texts throughout the museum remind visitors of what risked being completely lost after the flood, and of the heroic restorative efforts that helped to preserve the church. Just before leaving the museum’s main room visitors are invited to use an interactive display screen to examine historical photographs and read more extensively about the devastating flood. While the effect of the images is shocking, the overall message of the museum is both proud and hopeful for the collaborative effort that helped to restore and maintain priceless masterpieces throughout the city. Immediately after the flood a group of national and international volunteers dubbed the ‘Angeli del Fango’, or ‘Angels of the Mud’, assembled to help with relief all over Florence and the other cities hit particularly hard by the flooding. Comprised mainly of young volunteers, the group provided not only essential aid to recuperate art and restore the city, but helped to connect across a generational divide restoring faith for the future.

More than 50 years after the disaster preservation efforts continue. During the entire month of November visitors to the church were able to observe conservation specialists from the Opificio delle Pietre Dure restoring Vasari’s 1572 Christ meeting Veronica on the Way to Calvary, the Altarpiece that marks Michelangelo Buonarroti’s family tomb. While the church itself may be a monument to Italian greats, the museum stands as a monument to restoration, conservation and the possibility to overcome disaster.

 

Museo di Santa Croce


Santa Croce e gli Angeli del Fango: racconti museali
Di Marie-Claire Desjarin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Entrando nella Basilica di Santa Croce è facile essere travolti dalla spettacolare bellezza degli affreschi del primo Rinascimento, dall’ambiente monumentale, e dai molti famosi fiorentini sepolti nella chiesa francescana. Il museo, che si trova alla sinistra del cortile vicino all’uscita del complesso, ci ricorda che non molto tempo fa questi tesori rischiavano di essere perduti per sempre.

I visitatori sono invitati a riflettere sulla natura imprevedibile dell’Arno. Per secoli l’alzarsi del livello dell’acqua ha minacciato gli abitanti della città e gli inestimabili capolavori di Firenze. Il Museo pone fin da subito l’attenzione sulla portata dell’alluvione, attraverso i segni che indicano i vari livelli raggiunti dall’acqua nella sala d’ingresso in occasione di eventi particolarmente devastanti.

I pannelli esplicativi, posti all’interno del museo e nel cortile esterno, illustrano la storia delle inondazioni nel corso dei secoli attraverso testi scritti e fotografie storiche. Il Museo di Santa Croce chiede ai visitatori di confrontarsi con il tragico evento dell’alluvione del 1966 che ha spazzato via la città distruggendo innumerevoli opere d’arte, libri, e documenti storici.

La Basilica di Santa Croce fu gravemente danneggiata, e i restauri nella chiesa continuano tutt’oggi.

Aperto nel 1900, il museo occupa uno spazio che in precedenza comprendeva la sala da pranzo dei frati francescani e altre stanze limitrofe più piccole. La collezione consta di opere realizzate nel corso dei secoli che sono state rimosse per motivi conservativi o sostituite da opere più tarde durante la lunga storia della chiesa. I necessari interventi di restauro a seguito della devastante alluvione costrinsero il museo a chiudere al pubblico fino al 1975, anno in cui il Crocifisso di Cimabue fu ricollocato in sede.

Lo spazio oggi ospita molti eventi comprese conferenze e concerti che si svolgono fuori dall’orario delle visite.

Situata nel refettorio, la sala di ingresso del museo ospita L’Ultima Cena di Taddeo Gaddi.

Fra il 1334 e il 1366 Gaddi dedicò trent’anni della sua vita a decorare il monumentale ambiente, e la sua dedizione al lavoro è evidente nel grandioso affresco che si è conservato. Il complesso schema decorativo, diviso in sei diverse scene, cattura immediatamente l’attenzione dei visitatori rispetto al restante spazio, altrimenti poco decorato. L’estensione del danno è difficile da concepire quando si osservano i vibranti pigmenti ancora oggi visibili nel capolavoro del XIV secolo. Ma un esame ravvicinato dell’opera mostra il segno dell’acqua che era arrivata a 5 metri sopra il livello del pavimento indicato da una linea orizzontale che corre lungo il muro. Attraverso il restauro conservativo, che ha mantenuto le lacune dell’affresco, il museo mostra l’entità del danno che ha rischiato di distruggerlo completamente.

Nella sala di ingresso del museo, si può osservare anche la monumentale Ultima Cena di Giorgio Vasari del 1545.

Il grande dipinto fu sommerso quasi interamente dall’acqua, e i pannelli di legno che lo compongono dovettero essere separati al fine di conservare ciò che era rimasto.

Solo nel 2016 dopo un restauro eseguito in collaborazione fra l’Opificio delle Pietre Dure e la Getty Foundation il dipinto tornò finalmente ad essere visibile al pubblico. Il museo espone l’opera a fianco di un piccolo modello in scala che illustra gli speciali contrappesi progettati e realizzati per il dipinto che permettono alla stessa opera di alzarsi meccanicamente in caso di future minacce di inondazione.

Appena prima di lasciare la sala principale, i visitatori sono invitati ad interagire con un display multimediale per vedere fotografie storiche e leggere documenti che descrivono la devastante alluvione. Il dispositivo serve a coinvolgere coloro che potrebbero essersi fatti sfuggire i pannelli esplicativi del cortile. Se l’effetto provocato dalle immagini è scioccante, tuttavia il messaggio generale del museo è sia d’orgoglio che di speranza per l’impegno di collaborazione che ha aiutato a restaurare e conservare inestimabili capolavori di tutta la città.

A distanza di più di 50 anni dal disastro, l’impegno nel campo del restauro prosegue. Durante tutto il mese di Novembre i visitatori possono osservare, in chiesa, specialisti della conservazione dell’Opificio delle Pietre Dure che restaurano Cristo incontra Veronica sulla via del Calvario di Vasari, del 1572, la pala d’altare sulla tomba di famiglia di Michelangelo Buonarroti. Mentre la chiesa stessa può essere considerata un monumento della grandezza italiana, il museo rappresenta un pilastro della storia del restauro, della conservazione e della capacità di affrontare i disastri naturali.

Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)

Photo courtesy Marie-Claire Desjarin

Banksy – This is not a photo opportunity

Palazzo Medici Riccardi, Florence
October 19, 2018 – February 24, 2019 

The artist who goes beyond the limit… between play and provocation
by Anna Legnani (University of Florence)

There couldn’t have been a better moment! Every major newspaper has been talking about him after one of his works, Girl with a Balloon, self-destructed while being sold at auction by Sotheby’s for a million pounds. Now a selection of his best images, which have declared his worldwide success, are being displayed in Florence, in Palazzo Medici Riccardi, a unique and historically rich building.

We’re talking about Banksy, considered one of the most important figures in street art at the moment, who is introduced to the general public with the exhibition: “Banksy. This is not a photo opportunity” curated by Gianluca Marziani and Stefano S. Antonelli, open from the 19th of October to the 24th of February 2019.

From the main entrance on via Cavour, in a 15th century context, visitors enter the exhibition dedicated entirely to the great English artist and writer, whose identity remains unknown. The element of mystery increases and stimulates the contemporary public’s curiosity, overwhelmed by the immediate images, elementary and fun, but at the same time full of provocation and feeling.

Four small dark rooms display serigraphs of an artist who communicated, beginning with his murals, and then later with graphic-prints, a physical and psychological sign in cities all over the world. His works, in fact, are born in relation to the urban space in which he expresses himself and after starting in the mid-nineties on the walls and bridges of Bristol, the artist’s home city, Banksy broadened his horizons. His ‘urban frescos’, the artist’s preferred medium, have reached areas afflicted with conflict and war where other forms of protest and communication have struggled to arrive, like in the case of his mural on the long wall that separates the state of Israel.

Between 2002 and 2009 forty of his works were published and sold from his print house in London.

The visitor enters an evocative setting, with strong contrasts and bright colors, and slowly discovers the artist’s identity through his most famous graphics, the extensive explanatory texts and infographics of the artistic chronology, original posters from his exhibitions, and a selection of counterfeit videos and bank notes. Visitors can also examine the black books, small books published in the early 2000’s that contain a selection of images, aphorisms, poetry, and the artist’s reflections.

In contrast to the artist’s custom of creating of creating live works in a public setting, allowing visibility for everyone, the Palazzo Medici Riccardi exhibition does not connect the works in an urban context. The absolute contrast with Michelozzo’s meditated architecture is striking, and viewers are confronted with the contrast between the Renaissance courtyard, the contemporary context of the works, and their proposed layout.

The artist is controversial and complex, but compositionally extremely organized, and the using visual impact between images and cultural themes creates discussion and debate. The spectator is surprised by the union of craft production or industrial images that include and powerful sense of “british humor”, which the artist himself has baptized “brandalism”. Banksy, like a great magician, aims to create a “wow factor” in his works by including monkeys, mice, Mickey Mouse and Ronald McDonald, and military helicopters wrapped with bows. What at first glance seems to be only a great publicity-slogan instead hides a profoun message. In fact, the writer’s choices are all focused on visual protest. His works, through fusion of images and words, deal with universal arguments about politics, ethics, and mass culture.

He himself declares: “I like to think I have the guts to stand up anonymously in a western democracy and call for things no-one else believes in – like peace, justice and freedom”. There in lies his intent and polemic regarding the arrogance of the establishment and power, forced military intervention, homologation, pollution, consumerism and conformism of the Western matrix.

Moreover, as often reconfirmed by many scholars, Banksy represents the higher evolution of Pop Art, and is unique in his fusion of serial multiplication, hip hop culture, 1980’s style graffiti, and an approach distinctly from the digital age.

What is most evident in the Palazzo Medici exposition is how the great street artist is perfectly at home and active in contemporary society. Pushing himself to unimaginable limits, renewing his work, and inviting us to reflect on society and politics with his trademark touch of irony and challenge.

Translation by Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Banksy – This is not a photo opportunity

Palazzo Medici Riccardi, Firenze
19 ottobre 2018 – 24 febbraio 2019

L’artista che va oltre il limite… tra gioco e provocazione
di Anna Legnani (Università degli studi di Firenze)

Momento migliore non poteva esserci! Ha fatto parlare di sé sulle maggiori testate del mondo dopo aver autodistrutto una sua opera, Girl with a Balloon, venduta ad un’asta di Sotheby’s per un milione di sterline. Ora una selezione delle migliori immagini, che hanno decretato il suo successo mondiale, viene esposta a Firenze, in un luogo unico e ricco di storia quale è Palazzo Medici-Riccardi.

Stiamo parlando di Banksy, considerato uno dei maggiori street artist del momento, che viene presentato al grande pubblico nella mostra: “Banksy. This is not a photo opportunity” a cura di Gianluca Marziani e Stefano S. Antonelli, visitabile dal 19 ottobre al 24 febbraio 2019.

Dall’ingresso principale di via Cavour, in un contesto quattrocentesco, si accede alla mostra interamente dedicata al grande artista e writer inglese, la cui identità è ancora sconosciuta. Questa aura di mistero incrementa e stuzzica ancora di più il pubblico moderno che si lascia sopraffare dalle sue immagini immediate, elementari e divertenti ma, allo stesso tempo, cariche di provocazioni e sentimento.

In quattro sale piccole e buie spiccano le serigrafie d’un grande artista che ha cercato, innanzitutto attraverso i suoi murales, successivamente anche in opere grafiche-stampe, di lasciare un segno fisico e psicologico nelle città di tutto il mondo. I suoi lavori, infatti, nascono in relazione con lo spazio urbano nel quale lui si esprime e dopo aver iniziato, a metà degli anni Novanta, dai muri e ponti di Bristol, città di origine dell’artista, Banksy ha allargato i suoi confini. I suoi “affreschi urbani”, il mezzo di comunicazione preferito dall’artista, raggiungono le zone di conflitto e guerra dove altri mezzi di protesta e comunicazione fanno fatica ad arrivare come è avvenuto sul lungo muro che separa lo stato di Israele.

Tra il 2002 e il 2009 vengono pubblicate su carta, vendute tramite la sua print house a Londra, quaranta delle sue opere.

Il visitatore in un suggestivo allestimento, dai colori forti e accesi, scopre piano piano l’identità dell’artista attraverso la visione dei suoi interventi grafici più famosi, la lettura delle ampie schede esplicative e dell’infografica sulla cronologia artistica, la visione dei poster originali delle sue mostre, di una selezione di video e di banconote contraffatte. Il visitatore può inoltre conoscere i black books, piccoli libri pubblicati ad inizio duemila che raccolgono una selezione di immagini, aforismi, poesie e riflessioni del writer.

In contrasto con la consuetudine dell’artista che rende vive le sue creazioni inserendole nel contesto cittadino, ponendole accessibili e visibili a tutti, nell’esposizione a Palazzo Medici Riccardi il contatto con lo spazio espositivo ed urbano non si percepisce. Vige il contrasto assoluto con l’architettura meditata di Michelozzo e si rimane positivamente stupiti della forte opposizione tra il cortile rinascimentale e il contesto contemporaneo delle opere e dell’allestimento proposto.

Autore controverso e complesso ma estremamente ordinato nella capacità compositiva, nell’impatto segnico ribalta l’immagine e i temi culturali creando discussione e dibattito. Lo spettatore è sorpreso dal connubio di rappresentazioni di produzione artigianale o di immagini industriali con un nascosto ma allo stesso tempo potente british humor, che lo stesso artista ha battezzato con il nome di “brandalism”. Banksy, come un grande mago, vuole puntare a creare un “effetto wow” dell’immagine inserendo nelle sue produzioni scimmie, topolini, Mickey mouse e McDonald, elicotteri da guerra abbelliti con fiocchi. Quello che ad un primo sguardo sembra solamente una grande pubblicità-slogan, nasconde invece un profondo messaggio, infatti, le scelte del writer sono tutte incentrate in una protesta visiva. Le sue opere, attraverso fusione di immagini e parole, trattano argomenti universali quali la politica, l’etica, la cultura di massa.

Lui stesso dichiara: “Mi piace pensare di avere il fegato di far sentire la mia voce in forma anonima in una democrazia occidentale ed esigere cose in cui nessun altro crede come la pace, la giustizia e la libertà”. Egli manifesta tutto il suo intento e la sua polemica riguardo all’arroganza dell’establishment e del potere, della guerra e dell’intervento forzato militare, dell’omologazione, dell’inquinamento, del consumismo e conformismo di matrice occidentale.

Inoltre, come spesso ribadito da molti studiosi, Banksy rappresenta la miglior evoluzione della Pop Art originaria, l’unico che ha fuso assieme la moltiplicazione seriale, la cultura hip hop, il graffitismo anni Ottanta e gli approcci del tempo digitale.

Quello che più emerge nell’esposizione di Palazzo Medici è come il grande street artist sia perfettamente inserito e attivo nella società contemporanea, spingendosi oltre i limiti inimmaginabili, aggiornando la sua produzione e invitandoci a riflettere sulla società, sulla politica sempre con quel pizzico di ironia e sfida.

Video produced by the Istituto Lorenzo de’ Medici
Photo courtesy Anna Legnani

Giacomo Zaganelli. Grand Tourismo

Uffizi Galleries, Florence
July 30, 2018 – February 24, 2019

The Uffizi describes the Uffizi
by Camilla Torracchi (University of Florence)

Near the Statue of Lorenzo the Magnificent, at the entrance to the Uffizi Galleries, the words Grand Tourismo stand out on a green banner. It is the title of the exhibition of artist Giacomo Zaganelli currently open and available until 24 february 2019.

The exhibition, in room 56 of the museum, offers visitors the chance to view three videos by the Florentine artist.

In the first work, Everywhere but nowhere, we are shown a young man sitting behind Palazzo Strozzi in Florence who seems totally alienated from the real world and immersed in virtual reality. In Illusion the streets of the city center of Florence are the protagonists, and are reduced to a background for tourists morbidly taking pictures of the beautiful city. Uffizi Oggi, realized exclusively for the Uffizi Galleries, shows a flood of people amassed in front of Botticelli’s works only long enough to take a picture.

To create the last video, the artist visited the museum on a Sunday with free admission and filmed visitors behaviour in the Botticelli room for three hours. Zaganelli, who I interviewed, explained that he used a smartphone to film so that he would be confused amongst the tourists and remain unobserved.

The video Uffizi Oggi suggests a different way to read the famous masterpieces. Spring and The Birth of Venus have in fact become icons to be observed through the lens of a camera, they seem to no longer exist, transformed into digital images that prove the single visitors presence in the museum so that they can say: ‘I’ve been there, I’ve seen it’.

The exhibition is curated by the director of the Uffizi Eike Schmidt and Chiara Toti and the strong impact of the video is tied to a precise choice of music. At the entrance of the room there is no indication of the presence of the exhibition. Visitors enter the room and are surprised to find a semi-empty room, with irregular white walls and a few benches placed in front of the videos inviting visitors to sit down and reflect with total liberty the break in reality that Zaganelli filmed.

The protagonists of the video are the visitors that we have shared the first part of the visit with, or ourselves, who like looking in a mirror, are shown and recognize our behaviour projected on the wall. Only at the end of the room do we find a panel that allows us to learn the name of the artist and some information about the exhibition.

Grand Tourismo offers visitors the opportunity to question the approach of reality with the invention of devices and the modern way in which we experience and museum and its collection.

The choice of the room is interesting, number 56, which previous held the collection of Hellenistic marbles that today are conserved in the Verone rooms. It is a space that must be crossed in follow the museum visit, and instead of turning the room into a mere place of passage, it was decided that the exhibition should be set up there. In doing so the museum offers all of its visitors the possibility to compare themselves with the artist’s videos, and maybe to continue the visit with less of a filter between themselves and the works.

If on one hand the ban of taking photographs inside museums has brought advantages, on the other it has changed the behaviour of the visitors. As Eike Schmidt, the director of the Uffizi Galleries has said: ‘Starting with a reflection of the entirety of the Uffizi and focusing on the most visited room, where Botticelli’s masterpieces are housed, through the interpretation of Giacomo Zaganelli we wanted to focus on a phenomenon that, changing the relationship between the spectator and the work of art, implies a rethinking of the functions of the museum itself.

The ideal traveller of the Grand Tour is transformed in the artist’s videos in that of Grand Tourismo, a frantic collector of images. The work of art is deprived of its artistic value, as documented by the videos on display, giving us the impression of being in the halls of a museum or on the streets of Florence, but it is only an illusion of being in any place when in reality it is nowhere.

Translation by Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Giacomo Zaganelli. Grand Tourismo

Gallerie degli Uffizi, Firenze
30 luglio 2018 – 24 febbraio 2019

Gli Uffizi raccontano gli Uffizi
di Camilla Torracchi (Università degli studi di Firenze)

Vicino la statua di Lorenzo il Magnifico, all’ingresso delle Gallerie degli Uffizi, spicca su un telo verde la scritta Grand Tourismo. Questo è il titolo della mostra dell’artista Giacomo Zaganelli attualmente in corso e visitabile fino al 24 febbraio 2019.
Il percorso espositivo allestito nella Sala 56 del museo propone la visione di tre video  dell’artista fiorentino.
Nel primo lavoro, Everywhere but nowhere, vediamo un ragazzo seduto alle spalle di Palazzo Strozzi di Firenze che sembra alienato dal mondo reale e totalmente immerso in quello virtuale. In Illusion le vie del centro di Firenze sono protagoniste e ridotte a sfondo per turisti che morbosamente si fotografano fra le bellezze della città. Uffizi Oggi, realizzato in esclusiva per le Gallerie degli Uffizi, mostra una fiumana di persone ammassate di fronte alle opere di Botticelli solo il tempo sufficiente per scattare una foto.
Per realizzare quest’ultimo video, l’artista si è recato al museo in una domenica con ingresso gratuito e ha filmato per tre ore il comportamento dei visitatori presenti nella Sala di Botticelli. Zaganelli, da me intervistato, spiega di aver utilizzato per le riprese uno smartphone così da confondersi fra i turisti e passare inosservato.
Il video Uffizi Oggi vuole suggerire un modo diverso di leggere questi famosi capolavori;  La Primavera e la Nascita di Venere infatti sono divenute icone da osservare attraverso il filtro di una fotocamera, sembrano quasi non esistere più, trasformate in immagini digitali che testimoniano la presenza nel museo del singolo visitatore per poter dire: “ci sono stato, l’ho vista”.
La mostra è curata dal direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt e Chiara Toti e il forte impatto dei video è legato ad una scelta museale precisa.  All’ingresso della sala niente allude a ciò che vi sarà dentro, non ci sono cartelli o pannelli che indichino la presenza della mostra. Si entra nella stanza e si rimane sorpresi in una sala semivuota, con pareti bianche dal profilo irregolare e alcuni divanetti posti di fronte ai video che ci invitano ad accomodarci e a riflettere in totale libertà su spaccati di realtà che Zaganelli ha filmato.
Protagonisti dei video sono i visitatori con cui abbiamo condiviso la prima parte della visita, o noi stessi che, come di fronte ad uno specchio, rivediamo e riconosciamo i nostri comportamenti proiettati sul muro.
Solo al termine della sala troviamo il pannello che ci permette di conoscere il nome dell’artista e alcune informazioni sulla mostra.

Grand Tourismo offre al visitatore la possibilità di interrogarsi sull’approccio al reale con l’avvento dei devices e sul modo con cui oggi si vive un museo e le collezioni che  esso contiene.

Interessante è la scelta della sala, la numero 56, che prima della mostra ospitava la collezione di marmi ellenistici oggi conservati nel Verone. Si tratta di un luogo che è necessario attraversare per proseguire la visita al museo, e invece di trasformare la sala in un mero luogo di passaggio, si è scelto di allestire qui la mostra. In questo modo il museo offre a tutti i suoi visitatori la possibilità di confrontarsi con i video dell’artista, e forse di proseguire la visita con un filtro in meno fra l’uomo e l’opera.

Se da un lato l’abolizione del divieto di fotografare all’interno dei musei ha portato dei  vantaggi, dall’altro ha cambiato il comportamento del pubblico che vi si reca in visita. Come dichiara il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt: “partendo da una riflessione intera agli Uffizi e incentrata sulla sala più frequentata, quella dei capolavori di Botticelli, attraverso l’interpretazione di Giacomo Zaganelli abbiamo voluto porre l’attenzione su un fenomeno che, mutando la relazione tra spettatore e opera d’arte, implica un ripensamento delle funzioni del museo stesso”.

L’ideale viaggiatore del Grand Tour  si è trasformato nei video dell’artista in quello del Grand Tourismo, un collezionista frenetico di immagini. L’opera d’arte è privata del suo valore artistico, come documentano i video in mostra, dandoci l’impressione di essere nelle sale di un museo o fra le vie di Firenze, ma è solo l’illusione di essere in qualunque posto e nessun posto realmente.

Photo courtesy Camilla Torracchi

 

Marina Abramović. The Cleaner

Palazzo Strozzi, Florence
September 21, 2018 – January 20, 2019

The process is more important than the result
By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Palazzo Strozzi Foundation presents the first female solo exhibition in their institution, a retrospective of Marina Abramović entitled The Cleaner. Throughout the exploration of Abramović’s five decade long career, the exhibition addresses the issue of the impermanence of performance art, and how to conserve works dependent on the ‘here and now’. Abramović has explored the temporal restraints of her chosen medium in previous retrospectives in the United States, and continues the narrative at Palazzo Strozzi.

‘Reperfomances’ play a key role in the exhibition. Throughout the day a team of performance artists, trained in the strict Abramović method taught in coordination with the artist’s foundation MAI, rotate several of her most recognizable works. The fleeting nature of Performance Art presents an unusual dilemma for a retrospective as the medium itself is transitory. Although the original energy and the artist’s charismatic dedication to her craft could never be reproduced, the solemnity of her apprentices, and their sheer dedication conveyed by physical endurance, creates a doctrinal atmosphere throughout the exhibition.

Many of the reperformances are not done for the entire duration of the foundation’s opening hours, although a schedule is provided electronically in the cortile so that visitors are able to plan around the performances they wish to see. Guided tours are available, but must be pre-booked through the institution. Notably, for 12 days in November ‘The House with the Ocean View’ will be reperformed. This will be the second reperformance of a particularly trying exhibit where an artist will live in across 3 completely open loft-style rooms without eating or speaking for the duration of the performance.

The exhibition itself is composed of reperformances, photographs, videos and objects giving visitors a multisensory experience. The foundation’s wall texts, providing historical information about the performances and Abramović’s life, are accompanied by narrative written by the artist herself. The two act in tandem both informing and personalizing the experience. Participation is actively encouraged, if not necessary, to immerse the visitor in the physicality that is intrinsic for so much of Abramović’s work.

The show itself spans over both levels of the Palazzo Strozzi Foundation, the piano nobile and the lower level in the Strozzina. While the relegation of Abramović’s earlier works to the lower level of the museum may seem counterintuitive, some of the more controversial pieces are displayed in the Strozzina in an effort to create a more inclusive experience on the upper floor. Visitors are warned from the entrance that the recommended age is 14 and above. Aside from nudity, an integral part of Abramović’s vulnerability and interaction with the audience, her work explores the limits of her own physicality through self-harm justifying the suggested age limit.

Since the early stages of her career Abramović has had a close relationship with Italy. Some of her earliest performances took place on the peninsula. ‘Imponderabilia’, repreformed in the first room of the piano nobile of Palazzo Strozzi, presents the artist and her then partner and collaborator Ulay standing naked in the doorway of an entrance of a gallery in Bologna. During the original performance visitors were forced to squeeze through to enter the space. The performance, projected to last 6 hours, lasted only 90 minutes before the police were called and it was shut down. As an introduction to the exhibition, ‘Imponderabilia’ helps to tie the retrospective to Abramović’s early roots in Italy, but also introduces the visitor of the schema of display consistent throughout the exhibition. Visitors can interact with a reperformance, see photos and videos of the 1977 original, and read the historical account of the performance alongside Abramović’s personal recollection of the site specific experience.

Abramović is concerned not only with the preservation and documentation of her own work, but also that of her colleagues. A small portion of the Strozzina displays videos of the artists own reperformances of her contemporaries works in the Guggenheim in 2005. Abramović’s narration through wall texts explains her motivation in recalling the early stages of modern performance art, little of which was documented at the time.

The Cleaner offers visitors not only an exploration into the life and work an intrinsic figure of performance art, but asks viewers to challenge their own beliefs of what constitutes art and what makes art worthy of conservation. The exhibition provides a platform for Abramović to proliferate her longstanding objective in validating the genre of performance art in popular culture while maintaining her narrative challenging the boundaries of the contemporary art scene.

 

Marina Abramović. The Cleaner

Palazzo Strozzi, Firenze
21 Settembre 2018 – 20 Gennaio 2019

Il processo è più importante del risultato
di Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

La Fondazione Palazzo Strozzi presenta per la prima volta una mostra dedicata ad una donna, una retrospettiva di Marina Abramović intitolata The Cleaner. Attraverso una disamina della carriera dell’artista durata cinque decenni, la mostra indaga il problema della temporalità della performance art e di come conservare opere che dipendono da un “qui ed ora”.

Abramović ha esplorato i limiti temporali del mezzo con cui ha espresso il suo messaggio artistico nelle precedenti retrospettive negli Stati Uniti e adesso porta avanti questa indagine a Palazzo Strozzi.

Le ‘Reperformances’ giocano un ruolo chiave nella mostra: durante il giorno un gruppo di performers, formati secondo il rigoroso metodo di Ambramović insegnato loro in collaborazione con la fondazione dell’artista MAI, propone in modo alternato molti dei suoi più identificativi lavori. La natura transitoria della Performance Art presenta un particolare problema per la realizzazione di una retrospettiva in quanto il mezzo espressivo scelto dall’artista è esso stesso transitorio. Inoltre l’originale energia e la dedizione carismatica di Abramovic ai suoi lavori non potranno mai essere riprodotte con la stessa solennità dai suoi allievi, e il loro impegno assoluto, rappresentato dalla resistenza fisica, crea un clima didascalico per tutta l’esibizione.

Molte ‘Reperformances’ hanno una durata inferiore rispetto all’orario di apertura della Fondazione, così è fornito un programma elettronico nel cortile in modo che i visitatori abbiano la possibilità di decidere quali performances desiderano vedere. Sono disponibili visite guidate, ma devono essere prenotate tramite la Fondazione. Si segnala che per dodici giorni in Novembre ‘The House with the Ocean Views” sarà presentata come re-performance. Questa sarà la ri-esecuzione di un’esibizione particolarmente complessa nella quale un’artista vivrà in tre stanze completamente aperte senza mangiare o parlare per la durata della performance. La mostra stessa è composta da re-performances, fotografie, video e oggetti che offrono ai visitatori una esperienza multisensoriale.

Le scritte sulle pareti, che forniscono informazioni riguardo le opere e la vita di Marina, sono accompagnate da testi scritti dall’artista stessa e la loro unione fa sì che l’esperienza sia ricca di informazioni e allo stesso tempo personalizzata. La partecipazione è fortemente incoraggiata, se non imposta, per far sì che il visitatore si immerga nella fisicità che è intrinseca in molti lavori dell’artista.

La mostra si estende su tutti i piani della Fondazione Palazzo Strozzi, al piano nobile e al piano inferiore nella Strozzina. Sebbene la collocazione delle opere giovanili dell’artista al piano inferiore possa sembrare illogica, alcune delle opere più controverse sono allestite proprio nella Strozzina nel tentativo di creare un’esperienza più inclusiva al piano superiore. I visitatori sono avvisati che l’ingresso alla mostra è consigliato ad un pubblico maggiore di 14 anni. Oltre alle nudità, parte integrante del concetto della vulnerabilità dell’artista e della sua interazione con il pubblico, il suo lavoro indaga i limiti della sua stessa fisicità attraverso l’autolimitazione, il che giustifica l’età consigliata d’ingresso.

Fin dall’inizio della sua carriera, Marina  ha avuto un rapporto molto stretto con l’Italia. Alcune delle sue prime performances si sono svolte nella penisola. ‘Imponderabilia’, riproposta nella prima stanza del piano nobile di Palazzo Strozzi, vede l’artista e il suo compagno e collaboratore dell’epoca Ulay stare nudi in piedi sulla porta d’ingresso di una galleria di Bologna. Durante la performance originale i visitatori erano costretti a passare attraverso i due artisti per entrare in galleria. Pensata per una durata di 6 ore, la performance durò soltanto 90 minuti prima che la polizia fosse avvisata e la interrompesse. Come inizio della mostra, ‘Imponderabilia’ aiuta a collegare la retrospettiva alle prime esperienze dell’artista in Italia, ma introduce anche il visitatore all’impostazione della mostra che si mantiene coerente per tutto il percorso. I visitatori possono interagire con la re-performance, vedere foto e video originali del 1977, e leggere un resoconto storico della performance insieme alla memoria personale dell’artista di una esperienza site specific.

Abramović non si preoccupa solo della conservazione e della documentazione dei suoi stessi lavori, ma anche di quelli dei suoi colleghi. Una piccola porzione della Strozzina mostra video di re-performances di artisti presentati da Marina al Museo Guggenheim nel 2005.

La storia di Marina illustrata sulle pareti spiega perché si faccia riferimento alle prime forme di performance art, poche delle quali sono state documentate all’epoca dell’esecuzione.

The Cleaner offre ai visitatori non solo una disamina sulla vita e il lavoro di una figura fondamentale della performance art, ma chiede loro di riflettere su ciò che credono sia arte e che cosa rende l’arte degna di essere conservata. La mostra fornisce un’opportunità per Marina per diffondere il suo obiettivo di affermare il genere della performance art nella cultura popolare mantenendo la sua storia e sfidando i limiti del mondo dell’arte contemporanea.


 Traduzione di Camilla Torracchi (Università di Firenze)

Video produced by the Istituto Lorenzo de’ Medici
Photo courtesy Marie-Claire Desjardin

Collezione Roberto Casamonti

Dagli inizi del XX secolo agli anni ’60
Da Picasso a Warhol, da De Chirico a Fontana

Di Costanza Peruzzi (Università degli Studi di Firenze)

Palazzo Bartolini Salimbeni, Firenze
24 Marzo 1018 – 10 Marzo 2019

Lo scorso 24 Marzo è stata aperta al pubblico la collezione di opere d’arte di Roberto Casamonti, fondatore della celebre galleria Tornabuoni Arte. Come sede espositiva è stato scelto il piano nobile di Palazzo Bartolini Salimbeni, in Piazza Santa Trinita, all’imbocco di via Tornabuoni, “uno dei punti di riferimento della città”, spiega Casamonti sul sito internet della Collezione, “considerato uno tra i più belli e noti [edifici] della nostra città”. Il palazzo venne costruito nel 1520 da Baccio d’Agnolo, in un luogo divenuto affettivamente caro a Roberto Casamonti, in quanto proprio in via Tornabuoni, inaugurò la sua prima galleria, nel 1981. “Questa circolarità che nel ritorno definisce la mia storia, segna il mio percorso umano e professionale dalle origini ad oggi e la nascita della Collezione ne rappresenta l’epilogo”.

Le sale presentano al pubblico un’attenta e ragionata selezione di opere, scelte dallo stesso Casamonti e dal curatore della mostra e del catalogo, Bruno Corà, tra tutte le opere acquistate negli anni di attività dal gallerista.

L’esposizione è sviluppata in cinque sale, che ruotano attorno al cortile dell’edificio. Le diverse sezioni non hanno introduzioni, non vi è alcuna spiegazione che giustifica la progressione delle opere in mostra, ma questo non genera alcuna sensazione di spaesamento. Come in una galleria, ci si lascia guidare dalle sensazioni che i colori, i soggetti e le forme suscitano nel visitatore. Spostandosi tra le opere si capisce poi che il filo seguito è di tipo cronologico, e parte da Fattori, la prima tela in esposizione, per arrivare a Kounellis, che chiude l’ultima sala.

Fuori dalle porte a vetro che ci immettono nel percorso espositivo, il Grande metafisico, la grande scultura in bronzo scuro e dorato di Giorgio De Chirico, accoglie il visitatore.

Nella prima sala, come abbiamo accennato sopra, sono presenti le opere della collezione cronologicamente più antiche: l’opera di Giovanni Fattori, appunto, In ricognizione, datata 1899, un Ritratto femminile, di Giovanni Boldini del 1890 circa e Uomini sulla panchina, di Lorenzo Viani, del 1907-1909. In questa sala, oltre a opere di Balla, Birolli, Boccioni, Campigli, Carrà, Casorati, Guttuso, Licini, Magnelli, Marini, Morandi, Paresce, Prampolini, Pirandello, de Pisis, Savinio, Severini, Sironi, Soldati, Tozzi, sono esposti altri quattro capolavori di De Chirico, La passeggiata o il Tempio di Apollo a Delfi, 1909-10, Combattimento di gladiatori, 1932, Ettore e Andromaca, 1950 e Piazza d’Italia con piedistallo vuoto, 1955, e un’opera di Ottone Rosai molto cara al mecenate, un ritratto del padre realizzato nel 1952.

L’ambiente successivo è invece dedicato ai Maestri Europei della prima metà del XX Secolo e ai movimenti d’avanguardia di cui furono protagonisti. A testimonianza dell’interesse del collezionista per il Cubismo sono esposte opere di Picasso, di Braque e di Léger; l’astrattismo è in mostra nelle opere di Klee e di Kandinsky, entrambi esponenti del Bauhaus, e poi Hartung e Mathieu, per dirne solo alcuni.

La terza sala è dedicata al gruppo Forma 1, una delle prime aggregazioni nel secondo dopoguerra. Sono presenti opere di Piero Dorazio, realizzate tra il 1948 e il 1968, di Carla Accardi, di Antonio Sanfilippo, di Achille Perilli e Giulio Turcato. Nella quarta sala: Afro, Giuseppe Capogrossi, Ettore Colla, Tancredi, Emilio Vedova, mentre nella quinta e ultima sala sono esposti  i capolavori di Lucio Fontana, testimoni della passione di Casamonti per questo artista, le opere di Manzoni, di Castellani, Bonalumi e Dadamaino.

L’esposizione termina con l’opera Senza Titolo di Jannis Kounellis del 1961, che anticipa il nucleo tematico della secondo mostra, prevista per la primavera del prossimo anno, in cui verranno svelate al pubblico le opere della collezione realizzate dagli anni Sessanta ai giorni nostri.

Ad occuparsi della gestione della collezione è l’Associazione per l’Arte e la Cultura denominata “Collezione Roberto Casamonti”, guidata da Sonia Zampini, storica dell’arte collaboratrice da anni della galleria Tornabuoni Arte.

L’Associazione ha stabilito che per i primi due mesi di apertura al pubblico (fino a Maggio 2018) la visita sarà gratuita, ma è richiesta la prenotazione.

Informazioni e prenotazioni: www.collezionecasamonti.it

 

Roberto Casamonti Collection

From the early twentieth century to the 60s
From Picasso to Warhol, from De Chirico to Fontana

Palazzo Bartolini Salimbeni, Firenze
24 March 2018 – 10 March 2019

Translated by Nona Debenham (Istituto Lorenzo de’ Medici)

On March 24th the collection of artworks by Roberto Casamonti, founder of the famous Tornabuoni Arte gallery, opened to the public. Chosen as one of the exhibition venues is Palazzo Bartolini Salimbeni, in Piazza Santa Trinita. The grand entrance on Via Tornabuoni is  “one of the city’s landmarks”, explains Casamonti on the Collection’s website, and “considered one of the most beautiful and well-known [buildings] of our city “. The palace was built in 1520 by Baccio d’Agnolo, in a place that became dear to Roberto Casamonti. In 1981, he inaugurated his first gallery, in via Tornabuoni. In choosing this location for the museum Casamonti states,  “This circularity that defines my story in the return, marks my human and professional journey from the origins to today and the birth of the Collection represents the epilogue.”

The rooms present to the public a careful and reasoned selection of works, all acquired during his time as a gallery owner, and chosen by Casamonti himself as well as by the curator of the exhibition and catalog, Bruno Corà. Outside the glass doors that lead us into the exhibition path, the Great Metaphysic, the large dark bronze sculpture by Giorgio De Chirico, welcomes the visitor. The exhibition itself is developed in five rooms, which revolve around the courtyard of the building. The different sections do not have introductions, there is no explanation that justifies the progression of the works on display, but this does not generate any sensation of disorientation. Like in a gallery, we let ourselves be guided by the sensation that colors, subjects, and shapes evoke in the visitor. Moving between the works it is clear that the thread is chronological, and starts from Fattori, the first canvas on display, to get to Kounellis, which closes the last room.

The first room, as we have mentioned above, chronologically contains the oldest works of art on display. The visitor can see work of Giovanni Fattori, In recognition, dated 1899, a female portrait, by Giovanni Boldini circa 1890 and Men on the bench, completed by Lorenzo Viani, from around 1907-1909. Also in this room, in addition to works by Balla, Birolli, Boccioni, Campigli, Carrà, Casorati, Guttuso, Licini, Magnelli, Marini, Morandi, Paresce, Prampolini, Pirandello, de Pisis, Savinio, Severini, Sironi, Soldati, Tozzi, are exhibited four other masterpieces by De Chirico, The Walk or the Temple of Apollo at Delphi, 1909-10, Combat of gladiators, 1932, Ettore and Andromache, 1950 and Piazza d’Italia with empty pedestal, 1955, and a work by Ottone Rosai very dear to the patron, a portrait of his father made in 1952.

The next environment is instead dedicated to the European Masters of the first half of the twentieth century and to the avant-garde movements of which they were protagonists. As evidence of the interest of the collector for Cubism, works by Picasso, Braque and Léger are exhibited; abstractionism is on display in the works of Klee and Kandinsky, both members of the Bauhaus, and then Hartung and Mathieu, to name but a few.

The third room is dedicated to the Forma 1, one of the first groups to emerge after World War II. There are works by Piero Dorazio, made between 1948 and 1968, as well as works by Carla Accardi, Antonio Sanfilippo, Achille Perilli and Giulio Turcato. In the fourth room, are works by Afro, Giuseppe Capogrossi, Ettore Colla, Tancredi and Emilio Vedova.  Finally in the fifth and last room are the masterpieces of Lucio Fontana, witnesses of Casamonti’s passion for this artist, the works of Manzoni, Castellani, Bonalumi and Dadamaino.

The exhibition ends with the work Untitled by Jannis Kounellis of 1961, which leaves the visitor with a thematic glimpse of the second exhibition, scheduled for the spring of next year, in which the works of the collection from the 1960s to the present day will be put on display.

Taking care of the management of the collection is the Association for Art and Culture called “Roberto Casamonti Collection”, led by Sonia Zampini, art historian collaborator of the Tornabuoni Arte gallery for years.

The Association has established that for the first two months of opening to the public (until May 2018) the visit will be free, but a reservation is required.

Information and reservations: www.collezionecasamonti.it

 

Marie Antoinette: the Oscar-Winning Costumes of a Queen

Museo del Tessuto, Prato
February 11 – May 27, 2018

By Nona Debenham (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Recently opened on February 9, 2018, and on display until May 27, 2018, at the Textile Museum (Museo del Tessuto) in Prato is Marie Antoinette: The Oscar-Winning Costumes of a Queen.  The exhibition brings together more than 20 costumes worn in the 2006 film Marie Antoinette by American director Sofia Coppola. The costumes are on loan from Sartoria The One, the costume tailoring company in Rome that helped to create the pieces.  The renowned costume designer Milena Canonero, who won the 2007 Oscar for Best Costume Design, created the all pieces on display at the museum.

The exhibition starts with a video installation dedicated to Marie Antoinette showing the most important moments in her life as well as important historical events happening in France at the time. The next room, the main section of the show, contains various costumes from the film along with detailed descriptions of late 18th century dresses.  Besides the costumes at the end of the room, scenes from the film play in a loop, so the visitor can see the costumes as they were worn in the film.

The show is small, occupying only two rooms of the museum, yet the visitor is immersed in different styles of 18th-century dress. The exhibition provides in-depth wall texts both in Italian and English that inform the visitor about the life of Marie Antoinette and the fashion culture of an 18th-century socialite and Queen. On display is a wide range of different types of dresses that were worn in the movie, ranging from casual outfits to more extravagant ball gowns. This gives the visitor an understanding not only the importance but how much fashion varied during this time period.

The museum not only displays the dresses used in the film but also some of the suits worn by the male characters as well as the undergarments.  Seeing the undergarments on display one begins to really understand how intricate and lavish the dress of this time period was.  The movie was met with high praise for the depiction of royal excess, which can be seen in the costumes on display.

The exhibition is running concurrently with another show, on the ground floor of the museum, Whimsy and Reason: Elegance in Eighteenth-Century Europe.  Together these shows work to offer the visitor a complete picture of the dress in the 1700s. Having these two shows run at the same time is an interesting comparison.  Whimsy and Reason contains historical pieces, which the visitor must walk through in order to visit Marie Antoinette: The Oscar-Winning Costumes of a Queen, which is a contemporary interpretation of late 18th-century dress. Overall between these two exhibitions, the visitor gains a better understanding of dress in the 1700s.

For more information visit www.museodeltessuto.it
 

Marie Antoinette. I Costumi di una Regina da Oscar

Museo del Tessuto, Prato
11 Febbraio – 27 Maggio 2018

Tradotto da Costanza Peruzzi (Università degli Studi di Firenze)

Aperta il 9 Febbraio 2018 e visitabile fino al 27 Maggio 2018 al Museo del Tessuto di Prato, la mostra “Marie Antoinette: i costumi di una ragina da Oscar”, che presenta al pubblico più di venti abiti indossati nel film Marie Antoinette, diretto da Sofia Coppola.

I costumi esposti sono un prestito concesso dalla sartoria romana The One, che contribuì alla realizzazione dei pezzi disegnati dalla stilista Milena Canonero, che per questi vinse l’Oscar per i Miglior Costumi, nel 2007.

La mostra inizia con una video installazione dedicata appunto alla Regina e riproduce i momenti salienti della sua vita e gli eventi più significativi della Francia dell’epoca.

La sala successiva, la principale dell’intera esposizione, mette in mostra  vari abiti del film accompagnati da dettagliate descrizioni della moda del tardo XVIII secolo. Dietro gli abiti, in loop, i visitatori possono ammirare brevi scene tratte dal film, dando così vita agli abiti bloccati sui manichini.

La mostra è piccola, occupa solamente due sale del museo, ma proietta il visitatore nell’universo della moda settecentesca, offrendo notizie dettagliate, attraverso didascalie in doppia lingua, italiano e inglese, sulla vita di Maria Antonietta e sulla cultura della moda di una regina e della suasocietà. Diversi i tipi di abiti in mostra, da quelli più casual a quelli da ballo più stravaganti, tutti però recuperati dalle scene del film. Questo permette al visitatore di comprendere la moda dell’epoca e constatarne la volubilità.
Il museo espone anche alcuni dei vestiti indossati dai personaggi maschili, così come i sotto-abiti. Osservando gli indumenti intimi in mostra si comincia a capire quanto fosse intricato e sontuoso il vestiario settecentesco.

Il film all’epoca venne accolto con immensa lode per la rappresentazione dello sfarzo e dell’eccesso reale, e queste caratteristiche si ritrovano pienamente negli abiti esposti per questa occasione.
La mostra si svolge in concomitanza con un’altra mostra, al piano terra del museo: Capriccio e Ragione: Eleganza nell’Europa del XVIII secolo.  Insieme, queste mostre offrono al visitatore un quadro completo dell’abito del Settecento e, al contempo, rappresentano un interessante confronto. Capriccio e Ragione espone pezzi storici attraverso i quali il visitatore passa per visitare poi la mostra di Marie Antoinette. Complessivamente attraverso queste due mostre, il visitatore ottiene un’ottima consapevolezza dell’abito e della moda nel Settecento.

Per maggiori informazioni: http://www.museodeltessuto.it

 

 

Maternità divine. Sculture lignee della Basilicata dal Medioevo al Settecento

Sacrario della Basilica di Santa Croce
16 dicembre 2017 – 24 marzo 2018

Di Simona Anna Vespari (Università degli Studi di Firenze)

Come ben noto, nel 2019 Matera sarà la Capitale Europea della Cultura e inizia già ad inviare i propri ambasciatori per farsi conoscere: sembra questo lo scopo della mostra che si è aperta a Firenze il 16 dicembre scorso e sarà visibile fino al 24 marzo. L’esposizione Maternità divine. Sculture lignee della Basilicata dal Medioevo al Settecento è stata allestita nel Sacrario della Basilica di Santa Croce, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio della Basilicata e con il Patrocino del Comune di Firenze – Ufficio UNESCO e dell’Opera di Santa Croce, e può essere visitata gratuitamente in quanto il complesso è staccato dal circuito di visita della Basilica.

Le opere esposte sono sedici e la visione d’insieme che si presenta al visitatore, al primo sguardo, è di forte impatto: in un luogo sobrio e suggestivo come appunto quello del Sacrario, caratterizzato da un’architettura voltata e da pareti bianche, trovano posto le bellissime sculture lignee, il cui tema ruota unicamente intorno alla figura della Vergine col Bambino, fatta eccezione per una Sacra Famiglia. Si tratta nella maggior parte dei casi di opere ancora inedite, studiate appositamente per l’evento espositivo, che varcano per la prima volta i confini regionali: opere, perciò, poco conosciute e che necessitano della giusta valorizzazione.

All’ingresso il visitatore è portato ad entrare in sintonia con il luogo d’origine di queste opere, per quanto possibile in un luogo totalmente estraneo alla cultura lucana; sono state perciò affisse fotografie di grande formato che rappresentano eventi tradizionali religiosi della Basilicata e che si legano bene comunque al tema sviluppato nell’esposizione.

A prescindere dalle perplessità che rimangono per l’utilizzo di Firenze come vetrina pubblicitaria, presentando opere totalmente decontestualizzate dal luogo d’origine, l’evento è assolutamente consigliato; viene infatti offerta una panoramica della statuaria lignea della Basilicata in un arco cronologico che va dal Medioevo fino al Settecento: un’occasione abbastanza unica sia per le qualità artistiche delle opere presenti che per il progetto scientifico. Questa serietà è rappresentata in maniera chiara dalle didascalie: tutt’altro che scarne, informano il visitatore sulle questioni relative alla storia dell’opera, agli interventi di restauro, alla tecnica utilizzata, illustrando il tutto con fotografie o confronti. Tutto ciò dimostra che l’evento è un reale tentativo non solo di richiamare turisti nel territorio lucano in vista dell’evento europeo, ma un’occasione di conoscenza e di arricchimento culturale su un determinato linguaggio artistico regionale.

Le opere sono collocate ad un’altezza che non crea problemi ad una visione ravvicinata, in alcuni casi potendo osservarle a 360 gradi, ammirandone anche i minimi dettagli e permettendo il godimento di questi “legni sacri” davvero di altissima qualità. Entrando nella sala colpisce la luce blu che dà un’aria più suggestiva all’ambiente, colorando il bianco freddo delle pareti, immergendo le figure in un ambiente quasi surreale: la luce, che a prima vista può sembrare fin troppo forte, non crea in realtà nessun disturbo alla visione dell’opera.

Il percorso sembra seguire un andamento cronologico anche se a volte si fa difficoltà a seguire con ordine, per via anche della disposizione obbligata delle opere che non permette un percorso lineare.  Ad aprire la mostra è una Madonna col Bambino in trono, di epoca medievale, e si prosegue così con una cronologia crescente, passando per gli influssi catalani e i goticismi francesi, alle opere che testimoniano il linguaggio degli scultori meridionali e di area napoletana del Sei e Settecento, opere sicuramente più vicine a noi, vive nella mente dei visitatori perché spesso ancora utilizzate per le tradizionali processioni religiose. A chiudere la mostra due Madonne col Bambino, in realtà manichini vestiti con preziose vesti, testimonianza di un genere molto diffuso, soprattutto in area meridionale, e infine un grazioso gruppo ligneo con la Sacra Famiglia di ritorno dalla fuga in Egitto.

Divine Motherhood. Wooden sculptures of Basilicata from the Middle Ages to the Eighteenth Century

Shrine of the Basilica of Santa Croce
16 December 2017 – 24 March 2018

Translated by Nona Debenham (Istituto Lorenzo de’ Medici)

As is widely known, in 2019 Matera will be the European Capital of Culture and already starts to send its ambassadors to be known: this seems the purpose of the exhibition that opened in Florence on December 16th and will be visible until March 24th. The exhibition, Divine Motherhood. Wooden sculptures of Basilicata from the Middle Ages to the Eighteenth Century was staged in the Shrine of the Basilica of Santa Croce, in collaboration with the Archaeological Superintendence of Fine Arts and Landscape of Basilicata and with the Patronage of the City of Florence – UNESCO Office and the Opera of Santa Croce. The exhibition can be visited free of charge as the complex is detached from the entrance to the basilica.

There are sixteen works on display and the overall vision that presents itself to the visitor at the first glance has a strong impact: in a sober and suggestive place, characterized by vaulted architecture and white walls.  They have placed the beautiful wooden sculptures, whose theme revolves around the figure of the Virgin with the Child, except for one Holy Family, throughout the shrine. In most cases, they are still unpublished works, specifically designed for this exhibition, which cross regional boundaries for the first time: works that are therefore little known.

At the entrance the visitor is brought into harmony with the place of origin of these works which is a place totally foreign to the culture of Basilicata; therefore, large format photographs have been posted which represent traditional religious events in Basilicata and which are well linked to the theme developed in the exhibition.

Regardless of the perplexities that remain for the use of Florence as an advertising window, presenting works totally decontextualized from the place of origin, the event is absolutely recommended.  In fact, an overview of the wooden statuary of Basilica is offered in a chronological period from the Middle Ages to the eighteenth century: a rather unique occasion both for the artistic qualities of the works present and for the scientific project. This seriousness is clearly represented by the captions: which are abundant, they inform the visitor about issues related to the history of the works, restoration interventions, the techniques used, and illustrate everything with photographs or comparisons. All this shows that the event is a real attempt not only to attract tourists to the Lucan territory to view the European event, but an opportunity for knowledge and cultural enrichment on a specific regional artistic language.

The works are placed at a height that does not create problems to see them up close and personal, in some cases allowing the visitor to observe them at 360 degrees, so they are able to admire even the smallest details and allowing the enjoyment of high quality of these ‘sacred woods’. Entering the room the blue light immediately gives a more suggestive atmosphere to the environment, coloring the cold white of the walls, plunging the figures in an almost surreal environment: the light, which at first sight may seem too strong, actually does not create any disturbance to the view of the work.

The path seems to follow a chronological trend even if at times it is difficult to follow the order, which is due to the obligatory disposition of the works that does not allow a linear path. Opening the exhibition is a Madonna and Child enthroned, from the Middle Ages, and then continues chronologically, passing through the Catalan influences and French Gothicism, to works that testify the language of the southern and Neapolitan area sculptors of the seventeenth and eighteenth centuries, works certainly closer to us, on the minds of visitors because they are often still used for traditional religious processions. To close the exhibition are two Madonna’s with Child, in reality, mannequins dressed in precious garments, testimony of a widespread genre, especially in the southern area, and finally a gracious wooden group with the Holy Family returning from the flight into Egypt.

 

Pinocchio, Harry Potter, Topolino, Heidi and all the rest

Villa Bardini
February 13 – June 3, 2018

By Nona Debenham (Istituto Lorenzo de’ Medici)

The Villa Bardini recently opened a new exhibition showcasing illustrations relating to children’s books, all published by the Florence-base company Adriano Salani Editore. On display until June 3, 2018, and curated by Kikka Ricchio, will be a mix of book covers, illustrations, and drafts demonstrating the contribution of Salani Editore to children’s literature.  The exhibition aims to not only at children but also looks to educate the public about an often-overlooked type of art.  Gabriele Gori, the general director of the main exhibition sponsor, Fondazione CR Firenze, emphasized that  ‘ It would be erroneous to look at these images and drawings and see only something for only children’s amusement…the documentary value is just as important. The exhibition aims to entertain and impress, of course, but also push the public to learn more about popular artistic representation of the past, reflecting on its evolution and impact on the collective imagination.’  Beyond this exhibition the

The exhibition starts on the third floor of the villa and there are clear well-marked signs with arrows guiding the visitor to the start of the exhibition.  Once the visitor reaches the floor and the beginning of the display, the signage stops. It becomes unclear if they should go left or right to start the experience. The exhibition is spread out over a series of rooms, which are not all interconnected and because of this, it is hard to have a clear path for the visitor. To see the entire experience, regardless of which direction the visitor takes at the top of the stairs, they must at some point backtrack to see the entire exhibition. This is unavoidable because of the exhibition space being in a series of rooms but with clearer signs, it could help the visitor to understand which room they should start, and the intended path of the curator.

Each room is loosely broken up into thematic sections, for example, the one room contains all the drawings, prints and illustrations related to Pinocchio and another room contains all the images relating to Harry Potter. While the pieces themselves are clearly labeled, there is a lack of wall text, in either Italian or English.  This lack of explanatory text does not help the visitor to understand or become more educated on the subject. While visually one can see the evolution of the materials, by adding explanatory wall text it would greatly enhance the visitor’s overall experience. In the last room, there is a video installation, which loops through all of the images shown in the exhibition, it too lacks any explanatory text. While the aim of this exhibition maybe to educate the viewers about these types of works, without any wall texts, or additional explanatory information. The exhibition while visually interesting lacks the informational component that would really allow the visitor to better understand these works.  Despite the intentions of the curator, without explanatory text, the exhibition lacks an informational component and seemly highly geared towards children who will recognize colorful illustrations of storybook characters.

In addition to the exposition at the Villa Bardini, there are other related events happening throughout Florence, which again seem to have a younger audience in mind. From February 17 through May 26 there is the ‘C’era una volta’ series at Cinema La Compagnia, which will show animated classic movies on the big screen. See the website for more details about the films.

There is a spin of exhibition Pinocchio Va in Scena!  Which opened on February 17 and the toy and game shop Dreoni Giocattoli (Via Camillo Cavour 31). The shop has on display 90 woodworks carried out by Rome Aldo Ferro, who spent over 4 years carving out the entire story. The display will stay open until March 10 during the stories regular hours.

Villa Bardini, costa San Giorgio 2, Florence
Admission: 8 euro, full price / 6 or 4 euro, reduced / Free first Sunday of each month

Pinocchio, Harry Potter, Topolino, Heidi e tutti gli altri


 
Traduzione di Costanza Peruzzi (Università degli Studi di Firenze)

Villa Bardini ha inaugurato una nuova esposizione, visitabile fino al 3 Giugno 2018, che mette in mostra le illustrazioni dei libri per bambini, tutte pubblicate dalla Adriano Salani Editori di Firenze. Curata da Kikka Ricchio, è una rassegna di copertine, illustrazioni e bozze volta a dimostrare il contributo della casa editrice Salani alla letteratura d’infanzia.

Questa mostra non si rivolge soltanto al pubblico infantile, ma anche a quello adulto, educandolo ad un tipo di arte spesso ignorata e sottovalutata. Gabriele Gori, direttore della Fondazione CR Firenze, sponsor principale dell’evento, sostiene che sarebbe errato vedere in queste immagini e disegni unicamente un prodotto infantile e ne sottolinea l’importante valore documentario.

La mostra mira ad intrattenere e colpire il pubblico, ma anche a spingerlo a imparare qualcosa di nuovo sull’arte popolare del passato, riflettendo sulla sua evoluzione e sull’impatto nell’immaginario collettivo.

Una segnaletica chiara guida il visitatore al terzo piano della villa, dove la mostra prende avvio. La segnaletica chiara, purtroppo, cessa di essere tale una volta entrati nel vivo della mostra.

Le opere esposte sono divise in varie sale, non necessariamente interconnesse tra loro, lasciando il visitatore libero da percorsi vincolati e questo talvolta può risultare faticoso per l’utente che intende godere di ogni sezione e di ogni opera in quanto potrebbe essere costretto a dover tornare sui suoi passi per avere una piena conoscenza del materiale in mostra. Con una migliore segnaletica, la visita e l’intento dei curatori sarebbero senz’altro risultati più comprensibili e immediati.

Ogni sala illustra una tematica particolare: una contiene disegni, stampe e illustrazioni relative al mondo di Pinocchio; un’altra l’universo di Harry Potter.

Per la descrizione delle opere, la curatrice ha optato per le didascalie esplicative relative ad ogni singoli pezzo, abolendo invece le introduzioni a parete, ottenendo come risultato una non immediata comprensione delle sale e del materiale esposto.

Nell’ultima sala una video installazione proietta a ripetizione le immagini protagoniste della mostra.

L’esposizione è invece pienamente godibile dal pubblico infantile, che sarà colpito dai colori e dai personaggi delle illustrazioni. Vari eventi collaterali relativi alla mostra di Villa Bardini animano Firenze, diretti all’attenzione dei più piccoli. Dal 17 Febbraio al 26 Maggio il cinema “La Compagnia” ospiterà la rassegna di classici di animazione, “C’era una volta” (per maggiori informazioni a questo link).

Una mostra spin of dal titolo “Pinocchio va in scena!”, visitabile dal 17 Febbraio al 10 Marzo scorso,è stata organizzata presso i locali del negozio Dreoni Giocattoli di via Cavour 31, ed espone 90 lavori in legno dell’artigiano Romeo Aldo Ferro, che ha impiegato quattro anni a realizzare l’intera storia.

 

Tessuto e ricchezza a Firenze nel Trecento. Lana, seta, pittura

Galleria dell’Accademia

5 dicembre 2017 – 18 marzo 2018

Di Simona Anna Vespari (Università degli Studi di Firenze)

 

Tessuto e ricchezza a Firenze nel Trecento. Lana, seta, pittura. E’ questo il titolo della mostra che si è aperta il 5 dicembre scorso e avrà luogo fino al 18 marzo 2018 nelle sale della Galleria dell’Accademia, a cura della direttrice del museo Cecilia Hollberg. Si tratta di un evento molto interessante, non comune, che si concentra principalmente sull’importanza dell’arte tessile a Firenze, analizzata sia da un punto di vista economico che nel campo della produzione artistica. Può essere considerata un viaggio attraverso la storia dei tessuti tra la fine del Duecento e per tutto il Trecento, in particolare a Firenze, periodo in cui la città divenne un luogo fondamentale negli scambi commerciali.

Il visitatore entrando dalla Galleria dell’Accademia si ritrova in un ambiente governato dalla semioscurità, effetto che da maggiore intimità al luogo e soluzione che fa risaltare come assoluti protagonisti i tessuti, ben illuminati, e quindi al centro dell’attenzione.

La mostra si apre con uno sguardo al contesto storico nel quale quest’arte comincia a svilupparsi: all’interno di teche, si trovano nella prima sala testimonianze dell’Arte della Lana, corporazione importantissima a Firenze, presente attraverso l’esposizione di sigilli, statuti, pagamenti che rendono chiara la sua attività.  A dare il benvenuto al visitatore è il piccolo vestitino in lana, prestato dal National Museum di Copenhagen, confezionato alla metà del XIV secolo per una bimba e recuperato in Groenlandia dagli archeologi: l’opera, posta in una teca di vetro, direttamente in corrispondenza dell’entrata principale documenta come il concetto di moda comincia a svilupparsi già da quest’epoca.

Giusta la scelta in questa prima sala di posizionare, vicino all’ingresso e prima dell’inizio della visita, un punto in cui sono stati collocati quattro tipi di stoffe offrendo al visitatore anche un’esperienza tattile, importante visto l’argomento su cui verte l’esposizione.

La mostra segue un percorso cronologico e si compone di varie sezioni, in ognuna delle quali ci si concentra su un tipo diverso di decorazione; si parte così con la prima sezione dedicata alle Geometrie mediterranee: insieme a pezzi di tessuto dalla fantasia che richiamano il mondo islamico, ci troviamo di fronte alle due opere più antiche di tutta la mostra che appartengono ancora alla fine del ‘200. Si tratta della Madonna di San Remigio, proveniente appunto dalla chiesa da cui prende il nome e la grande Croce di fine Duecento, appartenente alla Galleria dell’Accademia e restaurata per questa occasione, dominante in posizione centrale: in quest’ultima opera colpisce particolarmente il tessuto decorato a motivi geometrici del tabellone centrale, testimonianza dello splendore – in gran parte perduto – delle opere che ornavano le chiese in questo periodo.

In ogni sezione è esposta quindi almeno un’opera pittorica in cui si ripropone la decorazione del tessuto in esame: questa scelta è interessante e porta il visitatore a guardare l’opera con occhi nuovi, probabilmente in un modo diverso da quello abituale, ricercando il dettaglio decorativo della stoffa in un continuo confronto tra tessuti reali e dipinti.

Il blu è il colore che fa da filo conduttore per l’intera esposizione: si è scelto infatti di utilizzare questa tinta per le pareti, in stretto richiamo ai tessuti esposti con tanto di decorazioni con animali e simboli, così come blu è tutto il materiale didattico presente. Le didascalie sono molto chiare, poste vicino all’opera e ben visibili mentre i pannelli esplicativi scritti in doppia lingua, uno per ogni sala, forse risultano troppo brevi per il visitatore che si approccia per la prima volta con questo argomento, facendo comprendere maggiormente il contesto che ruota attorno alle opere esposte ma non riuscendo a creare un vero e proprio percorso lineare.

Al termine del percorso troviamo la sezione dedicata ai velluti ed anche, in posizione d’onore a salutare il visitatore in questo suo viaggio nel mondo dei tessuti due e trecenteschi,  il bellissimo piviale conservato al Museo del Bargello che documenta la sfarzosità e la ricchezza e l’importanza raggiunta dalla città di Firenze in questo campo nel corso del Quattrocento.

 

Weave and wealth in Florence in the Fourteenth Century
Wool, silk, painting

Accademia Gallery
5 December 2017 – 18 March 2018

 

By Simona Anna Vespari (University of Florence)

 

Weave and wealth in Florence in the fourteenth century. Wool, silk, painting. This is the title of the exhibition that opened on December 5, 2017, and will take place until March 18, 2018, in the halls of the Galleria dell’Accademia, by the director of the museum, Cecilia Hollberg. It is a very interesting, uncommon event that focuses mainly on the importance of textile art in Florence, analyzed both from an economic point of view and in the field of artistic production. It can be considered a journey through the history of fabrics between the end of the thirteenth century and throughout the fourteenth century, especially in Florence, a period when the city became a fundamental place in trade.

The visitor entering the Accademia Gallery finds themselves in an environment controlled by semi-darkness, an effect that gives greater intimacy to the place and solution that brings out the absolute protagonists of the well-lit fabrics, and therefore the center of attention.

The exhibition opens with a look at the historical context in which this type of art begins to develop. Inside the showcases, in the first room there are testimonies of the Wool Guild, a very important guild in Florence, present through the display of seals, statutes, payments that make the activity clear. To welcome the visitor is a small wool dress, lent by the National Museum of Copenhagen, made in the mid-fourteenth century for a child and recovered in Greenland by archaeologists. The work, placed in a glass case, directly in the main entrance documents how the concept of fashion begins to develop already from this era.

In the first room near the entrance right before the start of the exhibition there is a information point where four types of fabrics are placed offering the visitor a tactile experience, which is important considering the nature of the objects on display.

The exhibition follows a chronological path and consists of various sections, each of which focuses on a different type of decoration.  It starts with the first section dedicated to Mediterranean Geometries: together with pieces of fabric with a fantasy that recall the Islamic world, the visitor is faced with the two oldest works of the entire exhibition belonging to the end of the 13th century. The Madonna of San Remigio, coming from the church from which it takes its name and the great cross from the late thirteenth century, belonging to the Accademia Gallery and restored for this occasion, which is places in a dominant in central position: in this last work particularly striking fabric decorated with geometric motifs on the central board, testimony to the splendor, largely lost, of the works that once adorned the churches in this period.

In each section, at least one pictorial work is exhibited in which the decoration of the fabric under examination is proposed, this choice is interesting and leads the visitor to look at the work with new eyes and in a different way from the usual one, looking for the decorative detail of the fabric in a continuous comparison between real fabrics and paintings.

Blue is the color that acts as a guiding thread for the entire exhibition. In fact, they chose to use this color for the walls, in strict reference to the fabrics displayed with lots of decorations with animals and symbols, just as blue is all the material didactic present. The captions are placed close to the work and clearly visible while the explanatory panels written in two languages, one for each room, are perhaps too short for the visitor who approaches for the first time with this topic, making it easier to understand the context that revolves around the exhibited works but failing to create a real linear path.

At the end of the path we find the section dedicated to velvets and also, in a position of honor to greet the visitor on his journey through the world of twentieth and fourteenth century fabrics, the beautiful piviale preserved in the Bargello Museum which documents the lavish and the richness and the importance reached by the city of Florence in this field during the fifteenth century.