Giacomo Zaganelli. Grand Tourismo

Florence, Uffizi Galleries
July 30, 2018 – February 24, 2019

The Uffizi describes the Uffizi
by Camilla Torracchi (University of Florence)

Near the Statue of Lorenzo the Magnificent, at the entrance to the Uffizi Galleries, the words Grand Tourismo stand out on a green banner. It is the title of the exhibition of artist Giacomo Zaganelli currently open and available until 24 february 2019.

The exhibition, in room 56 of the museum, offers visitors the chance to view three videos by the Florentine artist.

In the first work, Everywhere but nowhere, we are shown a young man sitting behind Palazzo Strozzi in Florence who seems totally alienated from the real world and immersed in virtual reality. In Illusion the streets of the city center of Florence are the protagonists, and are reduced to a background for tourists morbidly taking pictures of the beautiful city. Uffizi Oggi, realized exclusively for the Uffizi Galleries, shows a flood of people amassed in front of Botticelli’s works only long enough to take a picture.

To create the last video, the artist visited the museum on a Sunday with free admission and filmed visitors behaviour in the Botticelli room for three hours. Zaganelli, who I interviewed, explained that he used a smartphone to film so that he would be confused amongst the tourists and remain unobserved.

The video Uffizi Oggi suggests a different way to read the famous masterpieces. Spring and The Birth of Venus have in fact become icons to be observed through the lens of a camera, they seem to no longer exist, transformed into digital images that prove the single visitors presence in the museum so that they can say: ‘I’ve been there, I’ve seen it’.

The exhibition is curated by the director of the Uffizi Eike Schmidt and Chiara Toti and the strong impact of the video is tied to a precise choice of music. At the entrance of the room there is no indication of the presence of the exhibition. Visitors enter the room and are surprised to find a semi-empty room, with irregular white walls and a few benches placed in front of the videos inviting visitors to sit down and reflect with total liberty the break in reality that Zaganelli filmed.

The protagonists of the video are the visitors that we have shared the first part of the visit with, or ourselves, who like looking in a mirror, are shown and recognize our behaviour projected on the wall. Only at the end of the room do we find a panel that allows us to learn the name of the artist and some information about the exhibition.

Grand Tourismo offers visitors the opportunity to question the approach of reality with the invention of devices and the modern way in which we experience and museum and its collection.

The choice of the room is interesting, number 56, which previous held the collection of Hellenistic marbles that today are conserved in the Verone rooms. It is a space that must be crossed in follow the museum visit, and instead of turning the room into a mere place of passage, it was decided that the exhibition should be set up there. In doing so the museum offers all of its visitors the possibility to compare themselves with the artist’s videos, and maybe to continue the visit with less of a filter between themselves and the works.

If on one hand the ban of taking photographs inside museums has brought advantages, on the other it has changed the behaviour of the visitors. As Eike Schmidt, the director of the Uffizi Galleries has said: ‘Starting with a reflection of the entirety of the Uffizi and focusing on the most visited room, where Botticelli’s masterpieces are housed, through the interpretation of Giacomo Zaganelli we wanted to focus on a phenomenon that, changing the relationship between the spectator and the work of art, implies a rethinking of the functions of the museum itself.

The ideal traveller of the Grand Tour is transformed in the artist’s videos in that of Grand Tourismo, a frantic collector of images. The work of art is deprived of its artistic value, as documented by the videos on display, giving us the impression of being in the halls of a museum or on the streets of Florence, but it is only an illusion of being in any place when in reality it is nowhere.

 

Giacomo Zaganelli. Grand Tourismo

Firenze, Gallerie degli Uffizi
30 luglio 2018 – 24 febbraio 2019

Gli Uffizi raccontano gli Uffizi
di Camilla Torracchi (Università degli studi di Firenze)

Vicino la statua di Lorenzo il Magnifico, all’ingresso delle Gallerie degli Uffizi, spicca su un telo verde la scritta Grand Tourismo. Questo è il titolo della mostra dell’artista Giacomo Zaganelli attualmente in corso e visitabile fino al 24 febbraio 2019.
Il percorso espositivo allestito nella Sala 56 del museo propone la visione di tre video  dell’artista fiorentino.
Nel primo lavoro, Everywhere but nowhere, vediamo un ragazzo seduto alle spalle di Palazzo Strozzi di Firenze che sembra alienato dal mondo reale e totalmente immerso in quello virtuale. In Illusion le vie del centro di Firenze sono protagoniste e ridotte a sfondo per turisti che morbosamente si fotografano fra le bellezze della città. Uffizi Oggi, realizzato in esclusiva per le Gallerie degli Uffizi, mostra una fiumana di persone ammassate di fronte alle opere di Botticelli solo il tempo sufficiente per scattare una foto.
Per realizzare quest’ultimo video, l’artista si è recato al museo in una domenica con ingresso gratuito e ha filmato per tre ore il comportamento dei visitatori presenti nella Sala di Botticelli. Zaganelli, da me intervistato, spiega di aver utilizzato per le riprese uno smartphone così da confondersi fra i turisti e passare inosservato.
Il video Uffizi Oggi vuole suggerire un modo diverso di leggere questi famosi capolavori;  La Primavera e la Nascita di Venere infatti sono divenute icone da osservare attraverso il filtro di una fotocamera, sembrano quasi non esistere più, trasformate in immagini digitali che testimoniano la presenza nel museo del singolo visitatore per poter dire: “ci sono stato, l’ho vista”.
La mostra è curata dal direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt e Chiara Toti e il forte impatto dei video è legato ad una scelta museale precisa.  All’ingresso della sala niente allude a ciò che vi sarà dentro, non ci sono cartelli o pannelli che indichino la presenza della mostra. Si entra nella stanza e si rimane sorpresi in una sala semivuota, con pareti bianche dal profilo irregolare e alcuni divanetti posti di fronte ai video che ci invitano ad accomodarci e a riflettere in totale libertà su spaccati di realtà che Zaganelli ha filmato.
Protagonisti dei video sono i visitatori con cui abbiamo condiviso la prima parte della visita, o noi stessi che, come di fronte ad uno specchio, rivediamo e riconosciamo i nostri comportamenti proiettati sul muro.
Solo al termine della sala troviamo il pannello che ci permette di conoscere il nome dell’artista e alcune informazioni sulla mostra.

Grand Tourismo offre al visitatore la possibilità di interrogarsi sull’approccio al reale con l’avvento dei devices e sul modo con cui oggi si vive un museo e le collezioni che  esso contiene.

Interessante è la scelta della sala, la numero 56, che prima della mostra ospitava la collezione di marmi ellenistici oggi conservati nel Verone. Si tratta di un luogo che è necessario attraversare per proseguire la visita al museo, e invece di trasformare la sala in un mero luogo di passaggio, si è scelto di allestire qui la mostra. In questo modo il museo offre a tutti i suoi visitatori la possibilità di confrontarsi con i video dell’artista, e forse di proseguire la visita con un filtro in meno fra l’uomo e l’opera.

Se da un lato l’abolizione del divieto di fotografare all’interno dei musei ha portato dei  vantaggi, dall’altro ha cambiato il comportamento del pubblico che vi si reca in visita. Come dichiara il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt: “partendo da una riflessione intera agli Uffizi e incentrata sulla sala più frequentata, quella dei capolavori di Botticelli, attraverso l’interpretazione di Giacomo Zaganelli abbiamo voluto porre l’attenzione su un fenomeno che, mutando la relazione tra spettatore e opera d’arte, implica un ripensamento delle funzioni del museo stesso”.

L’ideale viaggiatore del Grand Tour  si è trasformato nei video dell’artista in quello del Grand Tourismo, un collezionista frenetico di immagini. L’opera d’arte è privata del suo valore artistico, come documentano i video in mostra, dandoci l’impressione di essere nelle sale di un museo o fra le vie di Firenze, ma è solo l’illusione di essere in qualunque posto e nessun posto realmente.

 
Photo courtesy Camilla Torracchi

 

Marina Abramović. The Cleaner

Palazzo Strozzi, Florence
September 21, 2018 – January 20, 2019

The process is more important than the result
By Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Palazzo Strozzi Foundation presents the first female solo exhibition in their institution, a retrospective of Marina Abramović entitled The Cleaner. Throughout the exploration of Abramović’s five decade long career, the exhibition addresses the issue of the impermanence of performance art, and how to conserve works dependent on the ‘here and now’. Abramović has explored the temporal restraints of her chosen medium in previous retrospectives in the United States, and continues the narrative at Palazzo Strozzi.

‘Reperfomances’ play a key role in the exhibition. Throughout the day a team of performance artists, trained in the strict Abramović method taught in coordination with the artist’s foundation MAI, rotate several of her most recognizable works. The fleeting nature of Performance Art presents an unusual dilemma for a retrospective as the medium itself is transitory. Although the original energy and the artist’s charismatic dedication to her craft could never be reproduced, the solemnity of her apprentices, and their sheer dedication conveyed by physical endurance, creates a doctrinal atmosphere throughout the exhibition.

Many of the reperformances are not done for the entire duration of the foundation’s opening hours, although a schedule is provided electronically in the cortile so that visitors are able to plan around the performances they wish to see. Guided tours are available, but must be pre-booked through the institution. Notably, for 12 days in November ‘The House with the Ocean View’ will be reperformed. This will be the second reperformance of a particularly trying exhibit where an artist will live in across 3 completely open loft-style rooms without eating or speaking for the duration of the performance.

The exhibition itself is composed of reperformances, photographs, videos and objects giving visitors a multisensory experience. The foundation’s wall texts, providing historical information about the performances and Abramović’s life, are accompanied by narrative written by the artist herself. The two act in tandem both informing and personalizing the experience. Participation is actively encouraged, if not necessary, to immerse the visitor in the physicality that is intrinsic for so much of Abramović’s work.

The show itself spans over both levels of the Palazzo Strozzi Foundation, the piano nobile and the lower level in the Strozzina. While the relegation of Abramović’s earlier works to the lower level of the museum may seem counterintuitive, some of the more controversial pieces are displayed in the Strozzina in an effort to create a more inclusive experience on the upper floor. Visitors are warned from the entrance that the recommended age is 14 and above. Aside from nudity, an integral part of Abramović’s vulnerability and interaction with the audience, her work explores the limits of her own physicality through self-harm justifying the suggested age limit.

Since the early stages of her career Abramović has had a close relationship with Italy. Some of her earliest performances took place on the peninsula. ‘Imponderabilia’, repreformed in the first room of the piano nobile of Palazzo Strozzi, presents the artist and her then partner and collaborator Ulay standing naked in the doorway of an entrance of a gallery in Bologna. During the original performance visitors were forced to squeeze through to enter the space. The performance, projected to last 6 hours, lasted only 90 minutes before the police were called and it was shut down. As an introduction to the exhibition, ‘Imponderabilia’ helps to tie the retrospective to Abramović’s early roots in Italy, but also introduces the visitor of the schema of display consistent throughout the exhibition. Visitors can interact with a reperformance, see photos and videos of the 1977 original, and read the historical account of the performance alongside Abramović’s personal recollection of the site specific experience.

Abramović is concerned not only with the preservation and documentation of her own work, but also that of her colleagues. A small portion of the Strozzina displays videos of the artists own reperformances of her contemporaries works in the Guggenheim in 2005. Abramović’s narration through wall texts explains her motivation in recalling the early stages of modern performance art, little of which was documented at the time.

The Cleaner offers visitors not only an exploration into the life and work an intrinsic figure of performance art, but asks viewers to challenge their own beliefs of what constitutes art and what makes art worthy of conservation. The exhibition provides a platform for Abramović to proliferate her longstanding objective in validating the genre of performance art in popular culture while maintaining her narrative challenging the boundaries of the contemporary art scene.

 

Marina Abramović. The Cleaner

Palazzo Strozzi, Firenze
21 Settembre 2018 – 20 Gennaio 2019

Il processo è più importante del risultato
di Marie-Claire Desjardin (Istituto Lorenzo de’ Medici)

La Fondazione Palazzo Strozzi presenta per la prima volta una mostra dedicata ad una donna, una retrospettiva di Marina Abramović intitolata The Cleaner. Attraverso una disamina della carriera dell’artista durata cinque decenni, la mostra indaga il problema della temporalità della performance art e di come conservare opere che dipendono da un “qui ed ora”.

Abramović ha esplorato i limiti temporali del mezzo con cui ha espresso il suo messaggio artistico nelle precedenti retrospettive negli Stati Uniti e adesso porta avanti questa indagine a Palazzo Strozzi.

Le ‘Reperformances’ giocano un ruolo chiave nella mostra: durante il giorno un gruppo di performers, formati secondo il rigoroso metodo di Ambramović insegnato loro in collaborazione con la fondazione dell’artista MAI, propone in modo alternato molti dei suoi più identificativi lavori. La natura transitoria della Performance Art presenta un particolare problema per la realizzazione di una retrospettiva in quanto il mezzo espressivo scelto dall’artista è esso stesso transitorio. Inoltre l’originale energia e la dedizione carismatica di Abramovic ai suoi lavori non potranno mai essere riprodotte con la stessa solennità dai suoi allievi, e il loro impegno assoluto, rappresentato dalla resistenza fisica, crea un clima didascalico per tutta l’esibizione.

Molte ‘Reperformances’ hanno una durata inferiore rispetto all’orario di apertura della Fondazione, così è fornito un programma elettronico nel cortile in modo che i visitatori abbiano la possibilità di decidere quali performances desiderano vedere. Sono disponibili visite guidate, ma devono essere prenotate tramite la Fondazione. Si segnala che per dodici giorni in Novembre ‘The House with the Ocean Views” sarà presentata come re-performance. Questa sarà la ri-esecuzione di un’esibizione particolarmente complessa nella quale un’artista vivrà in tre stanze completamente aperte senza mangiare o parlare per la durata della performance. La mostra stessa è composta da re-performances, fotografie, video e oggetti che offrono ai visitatori una esperienza multisensoriale.

Le scritte sulle pareti, che forniscono informazioni riguardo le opere e la vita di Marina, sono accompagnate da testi scritti dall’artista stessa e la loro unione fa sì che l’esperienza sia ricca di informazioni e allo stesso tempo personalizzata. La partecipazione è fortemente incoraggiata, se non imposta, per far sì che il visitatore si immerga nella fisicità che è intrinseca in molti lavori dell’artista.

La mostra si estende su tutti i piani della Fondazione Palazzo Strozzi, al piano nobile e al piano inferiore nella Strozzina. Sebbene la collocazione delle opere giovanili dell’artista al piano inferiore possa sembrare illogica, alcune delle opere più controverse sono allestite proprio nella Strozzina nel tentativo di creare un’esperienza più inclusiva al piano superiore. I visitatori sono avvisati che l’ingresso alla mostra è consigliato ad un pubblico maggiore di 14 anni. Oltre alle nudità, parte integrante del concetto della vulnerabilità dell’artista e della sua interazione con il pubblico, il suo lavoro indaga i limiti della sua stessa fisicità attraverso l’autolimitazione, il che giustifica l’età consigliata d’ingresso.

Fin dall’inizio della sua carriera, Marina  ha avuto un rapporto molto stretto con l’Italia. Alcune delle sue prime performances si sono svolte nella penisola. ‘Imponderabilia’, riproposta nella prima stanza del piano nobile di Palazzo Strozzi, vede l’artista e il suo compagno e collaboratore dell’epoca Ulay stare nudi in piedi sulla porta d’ingresso di una galleria di Bologna. Durante la performance originale i visitatori erano costretti a passare attraverso i due artisti per entrare in galleria. Pensata per una durata di 6 ore, la performance durò soltanto 90 minuti prima che la polizia fosse avvisata e la interrompesse. Come inizio della mostra, ‘Imponderabilia’ aiuta a collegare la retrospettiva alle prime esperienze dell’artista in Italia, ma introduce anche il visitatore all’impostazione della mostra che si mantiene coerente per tutto il percorso. I visitatori possono interagire con la re-performance, vedere foto e video originali del 1977, e leggere un resoconto storico della performance insieme alla memoria personale dell’artista di una esperienza site specific.

Abramović non si preoccupa solo della conservazione e della documentazione dei suoi stessi lavori, ma anche di quelli dei suoi colleghi. Una piccola porzione della Strozzina mostra video di re-performances di artisti presentati da Marina al Museo Guggenheim nel 2005.

La storia di Marina illustrata sulle pareti spiega perché si faccia riferimento alle prime forme di performance art, poche delle quali sono state documentate all’epoca dell’esecuzione.

The Cleaner offre ai visitatori non solo una disamina sulla vita e il lavoro di una figura fondamentale della performance art, ma chiede loro di riflettere su ciò che credono sia arte e che cosa rende l’arte degna di essere conservata. La mostra fornisce un’opportunità per Marina per diffondere il suo obiettivo di affermare il genere della performance art nella cultura popolare mantenendo la sua storia e sfidando i limiti del mondo dell’arte contemporanea.


 
 
Video produced by the Istituto Lorenzo de’ Medici
Photo courtesy Marie-Claire Desjardin
 

Collezione Roberto Casamonti

Dagli inizi del XX secolo agli anni ’60
Da Picasso a Warhol, da De Chirico a Fontana

Di Costanza Peruzzi (Università degli Studi di Firenze)

Palazzo Bartolini Salimbeni, Firenze
24 Marzo 1018 – 10 Marzo 2019

Lo scorso 24 Marzo è stata aperta al pubblico la collezione di opere d’arte di Roberto Casamonti, fondatore della celebre galleria Tornabuoni Arte. Come sede espositiva è stato scelto il piano nobile di Palazzo Bartolini Salimbeni, in Piazza Santa Trinita, all’imbocco di via Tornabuoni, “uno dei punti di riferimento della città”, spiega Casamonti sul sito internet della Collezione, “considerato uno tra i più belli e noti [edifici] della nostra città”. Il palazzo venne costruito nel 1520 da Baccio d’Agnolo, in un luogo divenuto affettivamente caro a Roberto Casamonti, in quanto proprio in via Tornabuoni, inaugurò la sua prima galleria, nel 1981. “Questa circolarità che nel ritorno definisce la mia storia, segna il mio percorso umano e professionale dalle origini ad oggi e la nascita della Collezione ne rappresenta l’epilogo”.

Le sale presentano al pubblico un’attenta e ragionata selezione di opere, scelte dallo stesso Casamonti e dal curatore della mostra e del catalogo, Bruno Corà, tra tutte le opere acquistate negli anni di attività dal gallerista.

L’esposizione è sviluppata in cinque sale, che ruotano attorno al cortile dell’edificio. Le diverse sezioni non hanno introduzioni, non vi è alcuna spiegazione che giustifica la progressione delle opere in mostra, ma questo non genera alcuna sensazione di spaesamento. Come in una galleria, ci si lascia guidare dalle sensazioni che i colori, i soggetti e le forme suscitano nel visitatore. Spostandosi tra le opere si capisce poi che il filo seguito è di tipo cronologico, e parte da Fattori, la prima tela in esposizione, per arrivare a Kounellis, che chiude l’ultima sala.

Fuori dalle porte a vetro che ci immettono nel percorso espositivo, il Grande metafisico, la grande scultura in bronzo scuro e dorato di Giorgio De Chirico, accoglie il visitatore.

Nella prima sala, come abbiamo accennato sopra, sono presenti le opere della collezione cronologicamente più antiche: l’opera di Giovanni Fattori, appunto, In ricognizione, datata 1899, un Ritratto femminile, di Giovanni Boldini del 1890 circa e Uomini sulla panchina, di Lorenzo Viani, del 1907-1909. In questa sala, oltre a opere di Balla, Birolli, Boccioni, Campigli, Carrà, Casorati, Guttuso, Licini, Magnelli, Marini, Morandi, Paresce, Prampolini, Pirandello, de Pisis, Savinio, Severini, Sironi, Soldati, Tozzi, sono esposti altri quattro capolavori di De Chirico, La passeggiata o il Tempio di Apollo a Delfi, 1909-10, Combattimento di gladiatori, 1932, Ettore e Andromaca, 1950 e Piazza d’Italia con piedistallo vuoto, 1955, e un’opera di Ottone Rosai molto cara al mecenate, un ritratto del padre realizzato nel 1952.

L’ambiente successivo è invece dedicato ai Maestri Europei della prima metà del XX Secolo e ai movimenti d’avanguardia di cui furono protagonisti. A testimonianza dell’interesse del collezionista per il Cubismo sono esposte opere di Picasso, di Braque e di Léger; l’astrattismo è in mostra nelle opere di Klee e di Kandinsky, entrambi esponenti del Bauhaus, e poi Hartung e Mathieu, per dirne solo alcuni.

La terza sala è dedicata al gruppo Forma 1, una delle prime aggregazioni nel secondo dopoguerra. Sono presenti opere di Piero Dorazio, realizzate tra il 1948 e il 1968, di Carla Accardi, di Antonio Sanfilippo, di Achille Perilli e Giulio Turcato. Nella quarta sala: Afro, Giuseppe Capogrossi, Ettore Colla, Tancredi, Emilio Vedova, mentre nella quinta e ultima sala sono esposti  i capolavori di Lucio Fontana, testimoni della passione di Casamonti per questo artista, le opere di Manzoni, di Castellani, Bonalumi e Dadamaino.

L’esposizione termina con l’opera Senza Titolo di Jannis Kounellis del 1961, che anticipa il nucleo tematico della secondo mostra, prevista per la primavera del prossimo anno, in cui verranno svelate al pubblico le opere della collezione realizzate dagli anni Sessanta ai giorni nostri.

Ad occuparsi della gestione della collezione è l’Associazione per l’Arte e la Cultura denominata “Collezione Roberto Casamonti”, guidata da Sonia Zampini, storica dell’arte collaboratrice da anni della galleria Tornabuoni Arte.

L’Associazione ha stabilito che per i primi due mesi di apertura al pubblico (fino a Maggio 2018) la visita sarà gratuita, ma è richiesta la prenotazione.

Informazioni e prenotazioni: www.collezionecasamonti.it

 

Roberto Casamonti Collection

From the early twentieth century to the 60s
From Picasso to Warhol, from De Chirico to Fontana

Palazzo Bartolini Salimbeni, Firenze
24 March 2018 – 10 March 2019

Translated by Nona Debenham (Istituto Lorenzo de’ Medici)

On March 24th the collection of artworks by Roberto Casamonti, founder of the famous Tornabuoni Arte gallery, opened to the public. Chosen as one of the exhibition venues is Palazzo Bartolini Salimbeni, in Piazza Santa Trinita. The grand entrance on Via Tornabuoni is  “one of the city’s landmarks”, explains Casamonti on the Collection’s website, and “considered one of the most beautiful and well-known [buildings] of our city “. The palace was built in 1520 by Baccio d’Agnolo, in a place that became dear to Roberto Casamonti. In 1981, he inaugurated his first gallery, in via Tornabuoni. In choosing this location for the museum Casamonti states,  “This circularity that defines my story in the return, marks my human and professional journey from the origins to today and the birth of the Collection represents the epilogue.”

The rooms present to the public a careful and reasoned selection of works, all acquired during his time as a gallery owner, and chosen by Casamonti himself as well as by the curator of the exhibition and catalog, Bruno Corà. Outside the glass doors that lead us into the exhibition path, the Great Metaphysic, the large dark bronze sculpture by Giorgio De Chirico, welcomes the visitor. The exhibition itself is developed in five rooms, which revolve around the courtyard of the building. The different sections do not have introductions, there is no explanation that justifies the progression of the works on display, but this does not generate any sensation of disorientation. Like in a gallery, we let ourselves be guided by the sensation that colors, subjects, and shapes evoke in the visitor. Moving between the works it is clear that the thread is chronological, and starts from Fattori, the first canvas on display, to get to Kounellis, which closes the last room.

The first room, as we have mentioned above, chronologically contains the oldest works of art on display. The visitor can see work of Giovanni Fattori, In recognition, dated 1899, a female portrait, by Giovanni Boldini circa 1890 and Men on the bench, completed by Lorenzo Viani, from around 1907-1909. Also in this room, in addition to works by Balla, Birolli, Boccioni, Campigli, Carrà, Casorati, Guttuso, Licini, Magnelli, Marini, Morandi, Paresce, Prampolini, Pirandello, de Pisis, Savinio, Severini, Sironi, Soldati, Tozzi, are exhibited four other masterpieces by De Chirico, The Walk or the Temple of Apollo at Delphi, 1909-10, Combat of gladiators, 1932, Ettore and Andromache, 1950 and Piazza d’Italia with empty pedestal, 1955, and a work by Ottone Rosai very dear to the patron, a portrait of his father made in 1952.

The next environment is instead dedicated to the European Masters of the first half of the twentieth century and to the avant-garde movements of which they were protagonists. As evidence of the interest of the collector for Cubism, works by Picasso, Braque and Léger are exhibited; abstractionism is on display in the works of Klee and Kandinsky, both members of the Bauhaus, and then Hartung and Mathieu, to name but a few.

The third room is dedicated to the Forma 1, one of the first groups to emerge after World War II. There are works by Piero Dorazio, made between 1948 and 1968, as well as works by Carla Accardi, Antonio Sanfilippo, Achille Perilli and Giulio Turcato. In the fourth room, are works by Afro, Giuseppe Capogrossi, Ettore Colla, Tancredi and Emilio Vedova.  Finally in the fifth and last room are the masterpieces of Lucio Fontana, witnesses of Casamonti’s passion for this artist, the works of Manzoni, Castellani, Bonalumi and Dadamaino.

The exhibition ends with the work Untitled by Jannis Kounellis of 1961, which leaves the visitor with a thematic glimpse of the second exhibition, scheduled for the spring of next year, in which the works of the collection from the 1960s to the present day will be put on display.

Taking care of the management of the collection is the Association for Art and Culture called “Roberto Casamonti Collection”, led by Sonia Zampini, art historian collaborator of the Tornabuoni Arte gallery for years.

The Association has established that for the first two months of opening to the public (until May 2018) the visit will be free, but a reservation is required.

Information and reservations: www.collezionecasamonti.it

 

Marie Antoinette: the Oscar-Winning Costumes of a Queen

Museo del Tessuto, Prato
February 11 – May 27, 2018

By Nona Debenham (Istituto Lorenzo de’ Medici)

Recently opened on February 9, 2018, and on display until May 27, 2018, at the Textile Museum (Museo del Tessuto) in Prato is Marie Antoinette: The Oscar-Winning Costumes of a Queen.  The exhibition brings together more than 20 costumes worn in the 2006 film Marie Antoinette by American director Sofia Coppola. The costumes are on loan from Sartoria The One, the costume tailoring company in Rome that helped to create the pieces.  The renowned costume designer Milena Canonero, who won the 2007 Oscar for Best Costume Design, created the all pieces on display at the museum.

The exhibition starts with a video installation dedicated to Marie Antoinette showing the most important moments in her life as well as important historical events happening in France at the time. The next room, the main section of the show, contains various costumes from the film along with detailed descriptions of late 18th century dresses.  Besides the costumes at the end of the room, scenes from the film play in a loop, so the visitor can see the costumes as they were worn in the film.

The show is small, occupying only two rooms of the museum, yet the visitor is immersed in different styles of 18th-century dress. The exhibition provides in-depth wall texts both in Italian and English that inform the visitor about the life of Marie Antoinette and the fashion culture of an 18th-century socialite and Queen. On display is a wide range of different types of dresses that were worn in the movie, ranging from casual outfits to more extravagant ball gowns. This gives the visitor an understanding not only the importance but how much fashion varied during this time period.

The museum not only displays the dresses used in the film but also some of the suits worn by the male characters as well as the undergarments.  Seeing the undergarments on display one begins to really understand how intricate and lavish the dress of this time period was.  The movie was met with high praise for the depiction of royal excess, which can be seen in the costumes on display.

The exhibition is running concurrently with another show, on the ground floor of the museum, Whimsy and Reason: Elegance in Eighteenth-Century Europe.  Together these shows work to offer the visitor a complete picture of the dress in the 1700s. Having these two shows run at the same time is an interesting comparison.  Whimsy and Reason contains historical pieces, which the visitor must walk through in order to visit Marie Antoinette: The Oscar-Winning Costumes of a Queen, which is a contemporary interpretation of late 18th-century dress. Overall between these two exhibitions, the visitor gains a better understanding of dress in the 1700s.

For more information visit www.museodeltessuto.it
 

Marie Antoinette. I Costumi di una Regina da Oscar

Museo del Tessuto, Prato
11 Febbraio – 27 Maggio 2018

Tradotto da Costanza Peruzzi (Università degli Studi di Firenze)

Aperta il 9 Febbraio 2018 e visitabile fino al 27 Maggio 2018 al Museo del Tessuto di Prato, la mostra “Marie Antoinette: i costumi di una ragina da Oscar”, che presenta al pubblico più di venti abiti indossati nel film Marie Antoinette, diretto da Sofia Coppola.

I costumi esposti sono un prestito concesso dalla sartoria romana The One, che contribuì alla realizzazione dei pezzi disegnati dalla stilista Milena Canonero, che per questi vinse l’Oscar per i Miglior Costumi, nel 2007.

La mostra inizia con una video installazione dedicata appunto alla Regina e riproduce i momenti salienti della sua vita e gli eventi più significativi della Francia dell’epoca.

La sala successiva, la principale dell’intera esposizione, mette in mostra  vari abiti del film accompagnati da dettagliate descrizioni della moda del tardo XVIII secolo. Dietro gli abiti, in loop, i visitatori possono ammirare brevi scene tratte dal film, dando così vita agli abiti bloccati sui manichini.

La mostra è piccola, occupa solamente due sale del museo, ma proietta il visitatore nell’universo della moda settecentesca, offrendo notizie dettagliate, attraverso didascalie in doppia lingua, italiano e inglese, sulla vita di Maria Antonietta e sulla cultura della moda di una regina e della suasocietà. Diversi i tipi di abiti in mostra, da quelli più casual a quelli da ballo più stravaganti, tutti però recuperati dalle scene del film. Questo permette al visitatore di comprendere la moda dell’epoca e constatarne la volubilità.
Il museo espone anche alcuni dei vestiti indossati dai personaggi maschili, così come i sotto-abiti. Osservando gli indumenti intimi in mostra si comincia a capire quanto fosse intricato e sontuoso il vestiario settecentesco.

Il film all’epoca venne accolto con immensa lode per la rappresentazione dello sfarzo e dell’eccesso reale, e queste caratteristiche si ritrovano pienamente negli abiti esposti per questa occasione.
La mostra si svolge in concomitanza con un’altra mostra, al piano terra del museo: Capriccio e Ragione: Eleganza nell’Europa del XVIII secolo.  Insieme, queste mostre offrono al visitatore un quadro completo dell’abito del Settecento e, al contempo, rappresentano un interessante confronto. Capriccio e Ragione espone pezzi storici attraverso i quali il visitatore passa per visitare poi la mostra di Marie Antoinette. Complessivamente attraverso queste due mostre, il visitatore ottiene un’ottima consapevolezza dell’abito e della moda nel Settecento.

Per maggiori informazioni: http://www.museodeltessuto.it

 

 

Maternità divine. Sculture lignee della Basilicata dal Medioevo al Settecento

Sacrario della Basilica di Santa Croce
16 dicembre 2017 – 24 marzo 2018

Di Simona Anna Vespari (Università degli Studi di Firenze)

Come ben noto, nel 2019 Matera sarà la Capitale Europea della Cultura e inizia già ad inviare i propri ambasciatori per farsi conoscere: sembra questo lo scopo della mostra che si è aperta a Firenze il 16 dicembre scorso e sarà visibile fino al 24 marzo. L’esposizione Maternità divine. Sculture lignee della Basilicata dal Medioevo al Settecento è stata allestita nel Sacrario della Basilica di Santa Croce, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio della Basilicata e con il Patrocino del Comune di Firenze – Ufficio UNESCO e dell’Opera di Santa Croce, e può essere visitata gratuitamente in quanto il complesso è staccato dal circuito di visita della Basilica.

Le opere esposte sono sedici e la visione d’insieme che si presenta al visitatore, al primo sguardo, è di forte impatto: in un luogo sobrio e suggestivo come appunto quello del Sacrario, caratterizzato da un’architettura voltata e da pareti bianche, trovano posto le bellissime sculture lignee, il cui tema ruota unicamente intorno alla figura della Vergine col Bambino, fatta eccezione per una Sacra Famiglia. Si tratta nella maggior parte dei casi di opere ancora inedite, studiate appositamente per l’evento espositivo, che varcano per la prima volta i confini regionali: opere, perciò, poco conosciute e che necessitano della giusta valorizzazione.

All’ingresso il visitatore è portato ad entrare in sintonia con il luogo d’origine di queste opere, per quanto possibile in un luogo totalmente estraneo alla cultura lucana; sono state perciò affisse fotografie di grande formato che rappresentano eventi tradizionali religiosi della Basilicata e che si legano bene comunque al tema sviluppato nell’esposizione.

A prescindere dalle perplessità che rimangono per l’utilizzo di Firenze come vetrina pubblicitaria, presentando opere totalmente decontestualizzate dal luogo d’origine, l’evento è assolutamente consigliato; viene infatti offerta una panoramica della statuaria lignea della Basilicata in un arco cronologico che va dal Medioevo fino al Settecento: un’occasione abbastanza unica sia per le qualità artistiche delle opere presenti che per il progetto scientifico. Questa serietà è rappresentata in maniera chiara dalle didascalie: tutt’altro che scarne, informano il visitatore sulle questioni relative alla storia dell’opera, agli interventi di restauro, alla tecnica utilizzata, illustrando il tutto con fotografie o confronti. Tutto ciò dimostra che l’evento è un reale tentativo non solo di richiamare turisti nel territorio lucano in vista dell’evento europeo, ma un’occasione di conoscenza e di arricchimento culturale su un determinato linguaggio artistico regionale.

Le opere sono collocate ad un’altezza che non crea problemi ad una visione ravvicinata, in alcuni casi potendo osservarle a 360 gradi, ammirandone anche i minimi dettagli e permettendo il godimento di questi “legni sacri” davvero di altissima qualità. Entrando nella sala colpisce la luce blu che dà un’aria più suggestiva all’ambiente, colorando il bianco freddo delle pareti, immergendo le figure in un ambiente quasi surreale: la luce, che a prima vista può sembrare fin troppo forte, non crea in realtà nessun disturbo alla visione dell’opera.

Il percorso sembra seguire un andamento cronologico anche se a volte si fa difficoltà a seguire con ordine, per via anche della disposizione obbligata delle opere che non permette un percorso lineare.  Ad aprire la mostra è una Madonna col Bambino in trono, di epoca medievale, e si prosegue così con una cronologia crescente, passando per gli influssi catalani e i goticismi francesi, alle opere che testimoniano il linguaggio degli scultori meridionali e di area napoletana del Sei e Settecento, opere sicuramente più vicine a noi, vive nella mente dei visitatori perché spesso ancora utilizzate per le tradizionali processioni religiose. A chiudere la mostra due Madonne col Bambino, in realtà manichini vestiti con preziose vesti, testimonianza di un genere molto diffuso, soprattutto in area meridionale, e infine un grazioso gruppo ligneo con la Sacra Famiglia di ritorno dalla fuga in Egitto.

Divine Motherhood. Wooden sculptures of Basilicata from the Middle Ages to the Eighteenth Century

Shrine of the Basilica of Santa Croce
16 December 2017 – 24 March 2018

Translated by Nona Debenham (Istituto Lorenzo de’ Medici)

As is widely known, in 2019 Matera will be the European Capital of Culture and already starts to send its ambassadors to be known: this seems the purpose of the exhibition that opened in Florence on December 16th and will be visible until March 24th. The exhibition, Divine Motherhood. Wooden sculptures of Basilicata from the Middle Ages to the Eighteenth Century was staged in the Shrine of the Basilica of Santa Croce, in collaboration with the Archaeological Superintendence of Fine Arts and Landscape of Basilicata and with the Patronage of the City of Florence – UNESCO Office and the Opera of Santa Croce. The exhibition can be visited free of charge as the complex is detached from the entrance to the basilica.

There are sixteen works on display and the overall vision that presents itself to the visitor at the first glance has a strong impact: in a sober and suggestive place, characterized by vaulted architecture and white walls.  They have placed the beautiful wooden sculptures, whose theme revolves around the figure of the Virgin with the Child, except for one Holy Family, throughout the shrine. In most cases, they are still unpublished works, specifically designed for this exhibition, which cross regional boundaries for the first time: works that are therefore little known.

At the entrance the visitor is brought into harmony with the place of origin of these works which is a place totally foreign to the culture of Basilicata; therefore, large format photographs have been posted which represent traditional religious events in Basilicata and which are well linked to the theme developed in the exhibition.

Regardless of the perplexities that remain for the use of Florence as an advertising window, presenting works totally decontextualized from the place of origin, the event is absolutely recommended.  In fact, an overview of the wooden statuary of Basilica is offered in a chronological period from the Middle Ages to the eighteenth century: a rather unique occasion both for the artistic qualities of the works present and for the scientific project. This seriousness is clearly represented by the captions: which are abundant, they inform the visitor about issues related to the history of the works, restoration interventions, the techniques used, and illustrate everything with photographs or comparisons. All this shows that the event is a real attempt not only to attract tourists to the Lucan territory to view the European event, but an opportunity for knowledge and cultural enrichment on a specific regional artistic language.

The works are placed at a height that does not create problems to see them up close and personal, in some cases allowing the visitor to observe them at 360 degrees, so they are able to admire even the smallest details and allowing the enjoyment of high quality of these ‘sacred woods’. Entering the room the blue light immediately gives a more suggestive atmosphere to the environment, coloring the cold white of the walls, plunging the figures in an almost surreal environment: the light, which at first sight may seem too strong, actually does not create any disturbance to the view of the work.

The path seems to follow a chronological trend even if at times it is difficult to follow the order, which is due to the obligatory disposition of the works that does not allow a linear path. Opening the exhibition is a Madonna and Child enthroned, from the Middle Ages, and then continues chronologically, passing through the Catalan influences and French Gothicism, to works that testify the language of the southern and Neapolitan area sculptors of the seventeenth and eighteenth centuries, works certainly closer to us, on the minds of visitors because they are often still used for traditional religious processions. To close the exhibition are two Madonna’s with Child, in reality, mannequins dressed in precious garments, testimony of a widespread genre, especially in the southern area, and finally a gracious wooden group with the Holy Family returning from the flight into Egypt.

 

Pinocchio, Harry Potter, Topolino, Heidi and all the rest

Villa Bardini
February 13 – June 3, 2018

By Nona Debenham (Istituto Lorenzo de’ Medici)

The Villa Bardini recently opened a new exhibition showcasing illustrations relating to children’s books, all published by the Florence-base company Adriano Salani Editore. On display until June 3, 2018, and curated by Kikka Ricchio, will be a mix of book covers, illustrations, and drafts demonstrating the contribution of Salani Editore to children’s literature.  The exhibition aims to not only at children but also looks to educate the public about an often-overlooked type of art.  Gabriele Gori, the general director of the main exhibition sponsor, Fondazione CR Firenze, emphasized that  ‘ It would be erroneous to look at these images and drawings and see only something for only children’s amusement…the documentary value is just as important. The exhibition aims to entertain and impress, of course, but also push the public to learn more about popular artistic representation of the past, reflecting on its evolution and impact on the collective imagination.’  Beyond this exhibition the

The exhibition starts on the third floor of the villa and there are clear well-marked signs with arrows guiding the visitor to the start of the exhibition.  Once the visitor reaches the floor and the beginning of the display, the signage stops. It becomes unclear if they should go left or right to start the experience. The exhibition is spread out over a series of rooms, which are not all interconnected and because of this, it is hard to have a clear path for the visitor. To see the entire experience, regardless of which direction the visitor takes at the top of the stairs, they must at some point backtrack to see the entire exhibition. This is unavoidable because of the exhibition space being in a series of rooms but with clearer signs, it could help the visitor to understand which room they should start, and the intended path of the curator.

Each room is loosely broken up into thematic sections, for example, the one room contains all the drawings, prints and illustrations related to Pinocchio and another room contains all the images relating to Harry Potter. While the pieces themselves are clearly labeled, there is a lack of wall text, in either Italian or English.  This lack of explanatory text does not help the visitor to understand or become more educated on the subject. While visually one can see the evolution of the materials, by adding explanatory wall text it would greatly enhance the visitor’s overall experience. In the last room, there is a video installation, which loops through all of the images shown in the exhibition, it too lacks any explanatory text. While the aim of this exhibition maybe to educate the viewers about these types of works, without any wall texts, or additional explanatory information. The exhibition while visually interesting lacks the informational component that would really allow the visitor to better understand these works.  Despite the intentions of the curator, without explanatory text, the exhibition lacks an informational component and seemly highly geared towards children who will recognize colorful illustrations of storybook characters.

In addition to the exposition at the Villa Bardini, there are other related events happening throughout Florence, which again seem to have a younger audience in mind. From February 17 through May 26 there is the ‘C’era una volta’ series at Cinema La Compagnia, which will show animated classic movies on the big screen. See the website for more details about the films.

There is a spin of exhibition Pinocchio Va in Scena!  Which opened on February 17 and the toy and game shop Dreoni Giocattoli (Via Camillo Cavour 31). The shop has on display 90 woodworks carried out by Rome Aldo Ferro, who spent over 4 years carving out the entire story. The display will stay open until March 10 during the stories regular hours.

Villa Bardini, costa San Giorgio 2, Florence
Admission: 8 euro, full price / 6 or 4 euro, reduced / Free first Sunday of each month

Pinocchio, Harry Potter, Topolino, Heidi e tutti gli altri


 
Traduzione di Costanza Peruzzi (Università degli Studi di Firenze)

Villa Bardini ha inaugurato una nuova esposizione, visitabile fino al 3 Giugno 2018, che mette in mostra le illustrazioni dei libri per bambini, tutte pubblicate dalla Adriano Salani Editori di Firenze. Curata da Kikka Ricchio, è una rassegna di copertine, illustrazioni e bozze volta a dimostrare il contributo della casa editrice Salani alla letteratura d’infanzia.

Questa mostra non si rivolge soltanto al pubblico infantile, ma anche a quello adulto, educandolo ad un tipo di arte spesso ignorata e sottovalutata. Gabriele Gori, direttore della Fondazione CR Firenze, sponsor principale dell’evento, sostiene che sarebbe errato vedere in queste immagini e disegni unicamente un prodotto infantile e ne sottolinea l’importante valore documentario.

La mostra mira ad intrattenere e colpire il pubblico, ma anche a spingerlo a imparare qualcosa di nuovo sull’arte popolare del passato, riflettendo sulla sua evoluzione e sull’impatto nell’immaginario collettivo.

Una segnaletica chiara guida il visitatore al terzo piano della villa, dove la mostra prende avvio. La segnaletica chiara, purtroppo, cessa di essere tale una volta entrati nel vivo della mostra.

Le opere esposte sono divise in varie sale, non necessariamente interconnesse tra loro, lasciando il visitatore libero da percorsi vincolati e questo talvolta può risultare faticoso per l’utente che intende godere di ogni sezione e di ogni opera in quanto potrebbe essere costretto a dover tornare sui suoi passi per avere una piena conoscenza del materiale in mostra. Con una migliore segnaletica, la visita e l’intento dei curatori sarebbero senz’altro risultati più comprensibili e immediati.

Ogni sala illustra una tematica particolare: una contiene disegni, stampe e illustrazioni relative al mondo di Pinocchio; un’altra l’universo di Harry Potter.

Per la descrizione delle opere, la curatrice ha optato per le didascalie esplicative relative ad ogni singoli pezzo, abolendo invece le introduzioni a parete, ottenendo come risultato una non immediata comprensione delle sale e del materiale esposto.

Nell’ultima sala una video installazione proietta a ripetizione le immagini protagoniste della mostra.

L’esposizione è invece pienamente godibile dal pubblico infantile, che sarà colpito dai colori e dai personaggi delle illustrazioni. Vari eventi collaterali relativi alla mostra di Villa Bardini animano Firenze, diretti all’attenzione dei più piccoli. Dal 17 Febbraio al 26 Maggio il cinema “La Compagnia” ospiterà la rassegna di classici di animazione, “C’era una volta” (per maggiori informazioni a questo link).

Una mostra spin of dal titolo “Pinocchio va in scena!”, visitabile dal 17 Febbraio al 10 Marzo scorso,è stata organizzata presso i locali del negozio Dreoni Giocattoli di via Cavour 31, ed espone 90 lavori in legno dell’artigiano Romeo Aldo Ferro, che ha impiegato quattro anni a realizzare l’intera storia.

 

Tessuto e ricchezza a Firenze nel Trecento. Lana, seta, pittura

Galleria dell’Accademia

5 dicembre 2017 – 18 marzo 2018

Di Simona Anna Vespari (Università degli Studi di Firenze)

 

Tessuto e ricchezza a Firenze nel Trecento. Lana, seta, pittura. E’ questo il titolo della mostra che si è aperta il 5 dicembre scorso e avrà luogo fino al 18 marzo 2018 nelle sale della Galleria dell’Accademia, a cura della direttrice del museo Cecilia Hollberg. Si tratta di un evento molto interessante, non comune, che si concentra principalmente sull’importanza dell’arte tessile a Firenze, analizzata sia da un punto di vista economico che nel campo della produzione artistica. Può essere considerata un viaggio attraverso la storia dei tessuti tra la fine del Duecento e per tutto il Trecento, in particolare a Firenze, periodo in cui la città divenne un luogo fondamentale negli scambi commerciali.

Il visitatore entrando dalla Galleria dell’Accademia si ritrova in un ambiente governato dalla semioscurità, effetto che da maggiore intimità al luogo e soluzione che fa risaltare come assoluti protagonisti i tessuti, ben illuminati, e quindi al centro dell’attenzione.

La mostra si apre con uno sguardo al contesto storico nel quale quest’arte comincia a svilupparsi: all’interno di teche, si trovano nella prima sala testimonianze dell’Arte della Lana, corporazione importantissima a Firenze, presente attraverso l’esposizione di sigilli, statuti, pagamenti che rendono chiara la sua attività.  A dare il benvenuto al visitatore è il piccolo vestitino in lana, prestato dal National Museum di Copenhagen, confezionato alla metà del XIV secolo per una bimba e recuperato in Groenlandia dagli archeologi: l’opera, posta in una teca di vetro, direttamente in corrispondenza dell’entrata principale documenta come il concetto di moda comincia a svilupparsi già da quest’epoca.

Giusta la scelta in questa prima sala di posizionare, vicino all’ingresso e prima dell’inizio della visita, un punto in cui sono stati collocati quattro tipi di stoffe offrendo al visitatore anche un’esperienza tattile, importante visto l’argomento su cui verte l’esposizione.

La mostra segue un percorso cronologico e si compone di varie sezioni, in ognuna delle quali ci si concentra su un tipo diverso di decorazione; si parte così con la prima sezione dedicata alle Geometrie mediterranee: insieme a pezzi di tessuto dalla fantasia che richiamano il mondo islamico, ci troviamo di fronte alle due opere più antiche di tutta la mostra che appartengono ancora alla fine del ‘200. Si tratta della Madonna di San Remigio, proveniente appunto dalla chiesa da cui prende il nome e la grande Croce di fine Duecento, appartenente alla Galleria dell’Accademia e restaurata per questa occasione, dominante in posizione centrale: in quest’ultima opera colpisce particolarmente il tessuto decorato a motivi geometrici del tabellone centrale, testimonianza dello splendore – in gran parte perduto – delle opere che ornavano le chiese in questo periodo.

In ogni sezione è esposta quindi almeno un’opera pittorica in cui si ripropone la decorazione del tessuto in esame: questa scelta è interessante e porta il visitatore a guardare l’opera con occhi nuovi, probabilmente in un modo diverso da quello abituale, ricercando il dettaglio decorativo della stoffa in un continuo confronto tra tessuti reali e dipinti.

Il blu è il colore che fa da filo conduttore per l’intera esposizione: si è scelto infatti di utilizzare questa tinta per le pareti, in stretto richiamo ai tessuti esposti con tanto di decorazioni con animali e simboli, così come blu è tutto il materiale didattico presente. Le didascalie sono molto chiare, poste vicino all’opera e ben visibili mentre i pannelli esplicativi scritti in doppia lingua, uno per ogni sala, forse risultano troppo brevi per il visitatore che si approccia per la prima volta con questo argomento, facendo comprendere maggiormente il contesto che ruota attorno alle opere esposte ma non riuscendo a creare un vero e proprio percorso lineare.

Al termine del percorso troviamo la sezione dedicata ai velluti ed anche, in posizione d’onore a salutare il visitatore in questo suo viaggio nel mondo dei tessuti due e trecenteschi,  il bellissimo piviale conservato al Museo del Bargello che documenta la sfarzosità e la ricchezza e l’importanza raggiunta dalla città di Firenze in questo campo nel corso del Quattrocento.

 

Weave and wealth in Florence in the Fourteenth Century
Wool, silk, painting

Accademia Gallery
5 December 2017 – 18 March 2018

 

By Simona Anna Vespari (University of Florence)

 

Weave and wealth in Florence in the fourteenth century. Wool, silk, painting. This is the title of the exhibition that opened on December 5, 2017, and will take place until March 18, 2018, in the halls of the Galleria dell’Accademia, by the director of the museum, Cecilia Hollberg. It is a very interesting, uncommon event that focuses mainly on the importance of textile art in Florence, analyzed both from an economic point of view and in the field of artistic production. It can be considered a journey through the history of fabrics between the end of the thirteenth century and throughout the fourteenth century, especially in Florence, a period when the city became a fundamental place in trade.

The visitor entering the Accademia Gallery finds themselves in an environment controlled by semi-darkness, an effect that gives greater intimacy to the place and solution that brings out the absolute protagonists of the well-lit fabrics, and therefore the center of attention.

The exhibition opens with a look at the historical context in which this type of art begins to develop. Inside the showcases, in the first room there are testimonies of the Wool Guild, a very important guild in Florence, present through the display of seals, statutes, payments that make the activity clear. To welcome the visitor is a small wool dress, lent by the National Museum of Copenhagen, made in the mid-fourteenth century for a child and recovered in Greenland by archaeologists. The work, placed in a glass case, directly in the main entrance documents how the concept of fashion begins to develop already from this era.

In the first room near the entrance right before the start of the exhibition there is a information point where four types of fabrics are placed offering the visitor a tactile experience, which is important considering the nature of the objects on display.

The exhibition follows a chronological path and consists of various sections, each of which focuses on a different type of decoration.  It starts with the first section dedicated to Mediterranean Geometries: together with pieces of fabric with a fantasy that recall the Islamic world, the visitor is faced with the two oldest works of the entire exhibition belonging to the end of the 13th century. The Madonna of San Remigio, coming from the church from which it takes its name and the great cross from the late thirteenth century, belonging to the Accademia Gallery and restored for this occasion, which is places in a dominant in central position: in this last work particularly striking fabric decorated with geometric motifs on the central board, testimony to the splendor, largely lost, of the works that once adorned the churches in this period.

In each section, at least one pictorial work is exhibited in which the decoration of the fabric under examination is proposed, this choice is interesting and leads the visitor to look at the work with new eyes and in a different way from the usual one, looking for the decorative detail of the fabric in a continuous comparison between real fabrics and paintings.

Blue is the color that acts as a guiding thread for the entire exhibition. In fact, they chose to use this color for the walls, in strict reference to the fabrics displayed with lots of decorations with animals and symbols, just as blue is all the material didactic present. The captions are placed close to the work and clearly visible while the explanatory panels written in two languages, one for each room, are perhaps too short for the visitor who approaches for the first time with this topic, making it easier to understand the context that revolves around the exhibited works but failing to create a real linear path.

At the end of the path we find the section dedicated to velvets and also, in a position of honor to greet the visitor on his journey through the world of twentieth and fourteenth century fabrics, the beautiful piviale preserved in the Bargello Museum which documents the lavish and the richness and the importance reached by the city of Florence in this field during the fifteenth century.

 

1927. Il ritorno in Italia. Salvatore Ferragamo e la cultura visiva del Novecento

19 Maggio 2017 – 2 Maggio 2018
Museo Salvatore Ferragamo, Palazzo Spini Feroni  

 

Di Costanza Peruzzi (Università degli Studi di Firenze)

 

La mostra in corso al Museo Salvatore Ferragamo, ideata dalla direttrice Stefania Ricci e curata da Carlo Sisi, è stata inaugurata lo scorso maggio 2017, in occasione del novantesimo anniversario del rientro dello stilista in Italia, dopo un viaggio di formazione in America durato più di un decennio.

Il Museo Ferragamo nacque nel 1995 per volere della moglie e dei figli dello stilista per far conoscere al pubblico la storia del fondatore del marchio e le sue creazioni, esempi di alto artigianato, considerate vere e proprie opere d’arte. Ma fin dal suo nascere, il Museo e le mostre temporanee organizzate al suo interno, hanno avuto anche un altro obiettivo, ovvero raccontare al pubblico lo stretto rapporto tra l’arte dello stilista e la cultura artistica del suo tempo.

A conferma di questo impegno culturale, nel 1999 il Museo Ferragamo ha ottenuto l’ambito “Premio Guggenheim Impresa e Cultura” (dal 2002 “Premio Impresa-Cultura”), che la collezione veneziana conferiva ogni anno alle aziende che meglio avevano investito in campo culturale.

Il crescente successo del Museo fece si che, a undici anni dalla sua inaugurazione, lo spazio espositivo venisse spostato dal secondo piano del Palazzo Spini-Feroni, al suo basamento, ornato da pilastri e volte a crocera che ne testimoniano l’origine medievale.

Lo spazio ampio del basamento, quasi ad aula unica, in passato ha reso talvolta difficile seguire il percorso espositivo pensato dai curatori, ma per quanto rigurda la mostra in questione il problema è stato eccellentemente risolto da Maurizio Balò, l’architetto che ha curato curato la scenografia dell’allestimento, ispirata agli interni di un ideale transatlantico, a ricordo dei viaggi per mare che portarono Ferragamo prima in America e poi in Italia.

E la metafora del viaggio diventa per il curatore Carlo Sisi, il fil rouge di tutta l’esposizione. Un viaggio mentale che Ferragamo compie nella cultura visiva dell’Italia degli anni Venti, che di fatto è la vera protagonista di questa mostra.

Suddivisa in otto sale, titolate e accuratamente descritte in pannelli introduttivi in italiano e in inglese, la mostra-viaggio parte proprio da video, oggetti e fotografie testimonianze dirette di quei viaggi in transatlantico di inizio secolo. Nella seconda sala si approda a Firenze e la si vede attraverso gli occhi di Ferragamo stesso, grazie ad un raro filmato che il “calzolaio delle stelle” (come era chiamato ad Hollywood) girò appena giunto in città, e attraverso gli occhi e il pennello dei pittori che in quegli anni vivevano in città, da Colacicchi, a Ferroni, a Baldwin, a Piombati Ammannati, a Rosai.

Si passa poi alle sale, forse le più empblematiche della mostra, dedicate alle arti decorative, dalla loro rinascita a partire dal rilancio del folklore e del regionalismo (Zecchin, Cambellotti), fino ad arrivare a quelle opere che hanno fatto la storia del concetto stesso di “Made in Italy”: Gio Ponti, Guido Balsamo Stella, Carlo Scarpa, Cantagalli, Lisio, Innocenti e Prosperi, Thayaht.

Interessante la sala dedicata alla figura della donna emancipata degli anni Venti, allestita nel corridoio di passaggio tra le due sale appena descritte. Una piccola parentesi che però rende bene l’idea della clientela che Ferragamo doveva soddisfare. La fisicità e il culto del corpo sono i protagonisti anche delle ultime due sale, visti da due diversi punti di vista: dal punto di vista più tecnico-scientifico nella penultima, in cui è possibile vedere attraverso testimonianze dirette, indumenti, fotografia, articoli di giornale e pubblicità, il crescente rigore scientifico che iniziava a invadere il mondo della moda, dalla disciplina tecnica, alla standardizzazione, all’imminente sviluppo delle taglie. Nell’ultima sala il culto del corpo, inteso come strumento estetico del dinamismo, è affidato alle testimonianze artistiche, pittoriche e scultoree.

Un percorso chiaro e completo che lascia al visitatore un’idea precisa della cultura che tanto affascinò e condizionò l’opera di questo intraprendente imprenditore e artista italiano, famoso già all’epoca anche dall’altra parte del mondo.

Piacevole, e più che altro importante per quanto rigurda l’impegno ammirabile della direzione nel coinvolgere anche giovani studiosi, la video installazione dedicata alla “Casa italiana” realizzata da studenti dell’Università di Firenze.

 

1927. The return to Italy. Salvatore Ferragamo
and the visual culture of the Twentieth Century

    

Salvatore Ferragamo Museum, Palazzo Spini Feroni
19 May 2017 – 2 May 2018
 

By Costanza Peruzzi (University of Florence)

 

La mostra “Made in New York. Keith Haring, (Subway drawings) Paolo Buggiani and co. La vera origine della Street Art” è stata inaugurata il 26 Ottobre 2017 e sarà ancora visitabile fino al 4 Febbraio 2018, presso le sale di Palazzo Medici Riccardi.

The exhibition at the Salvatore Ferragamo Museum, conceived by the director Stefania Ricci and curated by Carlo Sisi, was inaugurated last May 2017, on the occasion of the ninetieth anniversary of the return of the designer Salvatore Ferragamo, in Italy, after a training trip to America that lasted longer than a decade.

The Ferragamo Museum was founded in 1995 at the behest of the designer’s wife and children to let the public know the story of the founder of the brand and its creation as well as to show examples of high craftsmanship, considered to be true works of art. However, since its inception, the museum and the temporary exhibitions organized within it, have also had another goal, namely to tell the public the close relationship between the art of the designer and the artistic culture of his time.
In confirmation of this cultural commitment, in 1999 the Ferragamo Museum obtained the “Guggenheim Enterprise and Culture Award” (from 2002 “Impresa-Cultura Award”), which the Venetian group gives each year to the companies that have invested best in the field cultural.

The increasing success of the museum meant that, eleven years after its opening, the exhibition space was moved from the second floor of Palazzo Spini-Feroni, to its basement, adorned with pillars and cross-vaults which bare witness to its medieval origins.
The ample space of the basement, almost like a single hall, has made it difficult in the past to follow the exhibition path designed by the curators, but in regards the exhibition in question the problem was excellently solved by Maurizio Balò, the architect who designed the set of this exhibition. Balò was inspired by the interiors of a transatlantic ideal, in memory of the sea voyages that first brought Ferragamo to America and then to Italy.

The metaphor of the journey becomes for the curator Carlo Sisi, common thread of the entire exhibition. A mental journey that Ferragamo makes in the visual culture of Italy in the Twenties, which in fact is the true protagonist of this exhibition.
Divided into eight rooms, titled and accurately described in introductory panels in Italian and English, the exhibition-journey starts from videos, objects and photographs, direct evidence of those journeys in transatlantic of the beginning of the century. In the second room you arrive in Florence and you see it through the eyes of Ferragamo himself, thanks to a rare film that the “shoemaker of the stars” as he was called in Hollywood, as soon as he arrived in the city. In addition the visitor see it through the eyes and the brush of the painters who around the same time lived in the city, from Colacicchi, to Ferroni, to Baldwin, to Piombati Ammannati, to Rosai.

Then the visitor moves on to the halls, perhaps the most symbolic of the exhibition, dedicated to the decorative arts, from their rebirth starting from the revival of folklore and regionalism (Zecchin, Cambellotti), up to those works that have made the history of the concept of “Made in Italy” by the likes of Gio Ponti, Guido Balsamo Stella, Carlo Scarpa, Cantagalli, Lisio, Innocenti and Prosperi, Thayaht.

Interesting the room dedicated to the figure of the liberated woman of the twenties, set up in the passage corridor between the two rooms just described. A small interlude, which nonetheless gives a good idea of the clientele that, Ferragamo had to satisfy. The physicality and the cult of the body are also the protagonists of the last two rooms, examined from two different points of view: from the technical-scientific point of view in the second to last, where, through direct testimonies, clothing, photographs, newspaper articles and advertising, you can see the growing scientific rigor that began to invade the world of fashion, from technical discipline, to standardization, to the imminent development of sizes. In the last room the cult of the body, intended as an aesthetic instrument of dynamism, is entrusted to artistic, pictorial and sculptural testimonies.

A clear and complete path that gives the visitor a precise idea of the culture that so fascinated and influenced the work of this enterprising entrepreneur and Italian artist, already famous at the time also on the other side of the world.
Pleasant, and above all important as regards the admirable commitment of the management in involving young scholars, the video installation dedicated to the “Italian House” made by students of the University of Florence.

 

Made in New York. Keith Haring, Paolo Buggiani and Co.

Subway Drawings

26 October 2017 – 4 February 2018
Palazzo Medici Riccardi 

By Nona Debenham (Istituto Lorenzo de’ Medici)
 
On display from 26 October 2017 to 4 February 2018 at the Palazzo Medici Riccardi is the Made in New York: Keith Haring (Subway Drawings), Paolo Buggiani and co.  As noted by the title the exhibition features over 20 murals American street artist Keith Haring and Italian social activist Paolo Buggiani as well as the works of some of their contemporary street friends, Richard Hambleton, Ken Hiratsuka, Jenny Holzer, Barbara Kruger, Les Levine and David Salle.

The exhibition starts with the subway chalk drawing of Keith Haring that he created in the 1970s. These are the works he is the best known for and linked to the beginning of his artistic career. Haring is said to have completed more than 5,000 of these types of works, sketching whenever he saw a black paper in the New York City subway.  Because of the nature of his drawings many of them were covered up by advertisements, however, some of them were spared collected and are on view in private collections as well as museums. The works on display in this exhibition were rescued from being replaced with advertisements by Buggiani himself during his time in New York.  The room also contains multiple introductory wall texts, to both the concept of ‘graffiti art’ and the artists themselves.  The texts are in both Italian and English and give a comprehensive overview without overwhelming the visitor with too much information. While the works in this room are impressive and brightly lit in a dim room (which adds to the overall ambiance of the room), it is hard to imagine what these works would have looked like in their original context. Here in the Palazzo Medici Riccardi the works are cut to the shape of a large square and covered in glass to protect them. While this protects the works and makes them uniformly presentable, it decontextualizes the works. These works were originally intended to be seen in the subway at a passing glance, not glanced upon in the confines of a museum. This is an issue that is not only relevant to the exhibition here at the Palazzo Medici Riccardi but to all exhibitions involving street art.

Despite the idea of the displacement of the works from their original context within exhibition has a well thought out and clear path. Each room is labeled as stops (e.g. first stop, second stop), this is a particularly clever wordplay as the exhibition deals with subway and street art. Each one of these stops is clearly labeled with an introductory text (in English and Italian) letting the viewer know what they can expect in the room. The wall texts are very helpful in guiding the viewer and connecting the rooms. As some viewers might have a limited knowledge on this type of lesser-known style of art, the texts really help to connect what the curator wanted to the visitor to get from the experience.

The second stop, for example, is labeled Keith Haring: Antagonism of Color and introduces two of his works where he shifts from the white chalk on black to colorful lines and designs on other urban surfaces.  The introductory text makes the connection that while these works introduce colors and alternative surfaces; they are very much connected to his black chalk works that the visitors just viewed. The third stop is dedicated to Paolo Buggiani and his street art.  While of the two artists Haring is the better-recognized name, the work by Buggiani is impressive in its own right. The works of Buggiani are visually different in that they are photographs but they contain a layer of expressive colorful lines that can be connected to the works of Haring seen in the previous room.

The fourth room incorporates and displays the work of a few of the street companions or as they were better known the Friends of The Street…Art, who were working around the same time as Haring and Buggiani.  On display are works by Richard Hambleton, Ken Hiratsuka. David Finn and Les Levine. Particularly noteworthy are the works by Barbara Kruger and David Salle who tackles some of the underlying social issues, like the works of Haring and Buggiani, but in a bold in your face manner, using text to convey and color to convey their messages.

The last few rooms contain a variety of material including posters, photographs, and videos that document the development of street art, with a particular focus on New York. All of these artists (including Buggiani) have a strong connection to New York and to street art. The final room is dedicated to the metal sculptures of Buggiani, which leave an impression on the viewer and they are hung from the ceiling and emerging from mirrors on the floor. You really feel that his sculptures are a part of the room. The room is connected by a video installation of Buggiani in which you can see some of the metal sculptures from the room. These sculptures are meant to amplify the contents of the exhibition. It is interesting that this exhibition is placed in a historic Renaissance building when the concept of street art and graffiti is a modern phenomenon. However, despite this, the works are presented in a fashion that allows the visitor to comprehend their significance and as a whole the exhibition flows well and leaves the visitor with a better knowledge of street art than when they came in.
 
Palazzo Medici Riccardi
via Cavour 3, Firenze
Open daily (closed Wednesday) from 9 am to 7 pm
Entrance: € 10 / € 6 reduced (Medici Palace museum included)

 

Made in New York. Keith Haring, Paolo Buggiani and co

La vera origine della Street Art


 
Traduzione di Costanza Peruzzi (Università degli Studi di Firenze)
 
La mostra “Made in New York. Keith Haring, (Subway drawings) Paolo Buggiani and co. La vera origine della Street Art” è stata inaugurata il 26 Ottobre 2017 e sarà ancora visitabile fino al 4 Febbraio 2018, presso le sale di Palazzo Medici Riccardi.

Come si evince dal titolo sono esposti in mostra più di venti murales dello street artist Keith Haring e dell’attivista sociale italiano Paolo Buggiani, oltre alle opere di alcuni street artists loro amico come Richard Hambleton, Ken Hiratsuka, Jenny Holzer, Barbara Kruger, Les Levine e David Salle.
La mostra si apre con l’opera di Keith Haring, realizzata su gesso, in un sottopassaggio negli anni Settanta, l’opera più conosciuta tra i suoi primi lavori. Si ritiene che Haring abbia realizzato più di cinquemila lavori come questo, disegnando ovunque vedesse un foglio nero nei sottopassi di New York.
A causa della natura stessa dei suoi lavori, molti di questi furono di volta in volta coperti da manifesti pubblicitari, altri invece vennero risparmiati, staccati e collezionati ed è possibile ammirarli oggi in collezioni private e in musei.

Le opere esposte in questa mostra sono quelle salvate dall’occultamento dei manifesti per mano dello stesso Paolo Buggiani, durante il suo periodo a New York.
In sala i pannelli esplicativi, in doppia lingua (italiano-inglese), sono dedicati sia al concetto di graffiti art, sia alla storia degli artisti e forniscono al visitatore informazioni esaustive e non prolisse.
Nonostante l’impatto visivo delle opere sia impressionante, in quanto l’illuminazione è limitata a colpire solamente I lavori degli artisti, è tuttavia difficile immaginare quale fosse l’impatto originario di queste su un qualsiasi passante newyorkese.

In Palazzo Medici Riccardi le opere sono esposte in quadri coperti da vetri che ne garantiscono l’incolumità, ma al tempo stesso contribuiscono alla loro estraneazione dal contesto originario. Di fatto questo tipo di opere sono realizzate per essere osservate dallo sguardo veloce di passanti in metropolitana e non confinate in un museo e questo è un limite che non riguarda soltanto questa esposizione in particolare, ma tutte le espozioni di questo tipo che coinvolgono opere di questo tipo.

Nonostante questo smarrimento dovuto dalle decontestualizzazione delle opere, il percorso espositivo è ben pensato e chiaro per il visitatore. Ogni sala è etichettata come “stop” (es. “primo stop”, “secondo stop”), un gioco di parole che rimanda al mondo della segnaletica della strada, dei sottopassaggi e della street art. Ogni “stop” ha un’introduzione che aiuta il visitatore a comprendere cosa sta per vedere. I testi sono in questo senso molto utili e anche il visitatore più inesperto affronta la visita con una nuova consapevolezza e riesce a comprendere il messaggio che il curatore ha voluto lasciare.
Il secondo “stop” è intitolato Keith Haring: antagonista del colore e introduce due dei suoi lavori in cui passa dal gesso bianco su fondo nero alle linee colorate e progetti su altri tipi di superfici. I testi introduttivi di questa sezione mettono in connessione I lavori colorati con quelli su gesso bianchi appena passati.

Il terso “stop” è dedicato a Paolo Buggiani e la sua street art. Tra i due artisti, Keith è certo quello più conosciuto, cinonostante il lavoro di Buggiani è davvero impressionante. Sono lavori chiaramente diversi, quelli di Buggiani sono fotografie, ma contengono linee colorate che rimandano ai primi lavori di Haring, osservati nella prima sala.
La quarta sala è dedicata ale opere dei loro compagni, meglio conosciuti come “compagni di strada”, che lavoravano nello stesso periodo dei nostri protagonisti. Sono esposte opere di Richard Hambleton, Ken Hiratsuka, David Finn e Les Levine. Degni di nota son oi lavori di Barbara Kruger e David Salle che affrontano alcuni dei problemi che stavano, allora, alla base della società, come I lavori di Haring e di Buggiani, ma in modo diverso, usando testo e colore per comunicare il proprio messaggio.

Le ultime sale contengono materiale vario, posters, fotografie e video che documentano lo sviluppo della street art, con un focus particolare su New York. Tutti questi artisti infatti, incluso Baggiani, hanno avuto uno stretto rapporto con questa città. L’ultima sala è dedicata alle sculture metalliche di Baggiani che hanno un impatto forte sul visitatore: appese al soffitto o emergenti da specchi poggiati sul pavimento. Davvero si ha l’impressione che le sculture siano parte integrante della stanza. Queste opere, riprodotte anche attraverso video-installazioni, ampliano il contenuto della mostra.

Interessante questo tipo di proposta artistica, strettamente moderna, all’interno di un edificio del Rinascimento. Le opere sono comunque presentate in maniera accattivante e il visitatore riesce a comprendere il loro significato e l’intera mostra si fa piacevole e istruttiva.
 
Palazzo Medici Riccardi
via Cavour 3, Firenze
Orari di apertura: dalle 09.00 alle 19:00 (chiusa il mercoledì)
Biglietto: € 10 / € 6 ridotto (visita al Palazzo inclusa)
 
(photo courtesy of Nona Debenham)
 
 

Leopoldo de’ Medici. Principe dei collezionisti

6 novembre 2017 – 28 gennaio 2018
Palazzo Pitti, Tesoro dei Granduchi 

 
Di Caterina Zaru
 

Dal 6 novembre fino al 28 gennaio 2018, è visitabile presso il Tesoro dei Granduchi (ex Museo degli Argenti) di Palazzo Pitti la mostra Leopoldo de’ Medici principe dei collezionisti, curata da Valentina Conticelli, Riccardo Gennaioli e Maria Sframeli.

Nel quarto centenario della nascita di Leopoldo, le Gallerie degli Uffizi gli dedicano un’interessante ed affascinante esposizione, che presenti al pubblico le opere più significative e preziose della sua immensa collezione, in uno dei luoghi più affascinanti del Palazzo, che fu dimora della famiglia de’ Medici e di parte della loro collezione d’arte. Collezione alla quale, grazie anche all’eredità raccolta dal nipote di Leopoldo, Cosimo III, l’inarrestabile fame da collezionista propria del Cardinale, dette un notevole contributo e la trasformò radicalmente, ponendosi all’avanguardia nel panorama europeo per la vastità e la varietà delle opere raccolte.

Fin da subito lo spettatore si trova immerso in questo variegato mondo di ricchezze. Dagli affreschi, gli arazzi e le decorazioni scultoree delle stanze del Tesoro dei Granduchi, che fanno da cornice alla mostra; ai ritratti che immortalano Leopoldo nelle varie fasi della sua vita. Dai busti e sculture antichi, dalle medaglie, cammei, avori, capolavori di pietre dure lavorate, preziosi reliquiari, ritratti di piccolo e grande formato, autoritratti di grandi artisti, agli strumenti scientifici appartenuti a Galileo Galilei, alle rarità naturali e oggetti preziosi provenienti dall’Oriente e dai paesi del nuovo mondo, ai disegni e alle incisioni.

Un bellissimo percorso tra gli oggetti d’arte e preziosi dalle forme e qualità più disparate, scandito proprio in diverse sezioni tematiche in base alla tipologia delle opere esposte, ma che lascia, forse un po’ disorientato il visitatore. Ciò che non rende chiaramente piacevole la visita, è la mancanza di un apparato didascalico che accompagni con semplici ed immediate informazioni anche il visitatore meno esperto in materia: solo in alcune sale, in particolare le prime del percorso, sono presenti pannelli che descrivono la sezione di raccolta e la tipologia di opere esposte, oppure (prima sala) danno informazioni biografiche su Leopoldo de’ Medici. Inoltre, da notare che i pannelli identificativi del percorso di mostra, riconoscibili dal logo che contraddistingue l’esposizione stessa, sono accompagnati da altri pannelli che, invece, illustrano la storia del luogo e delle opere in esso racchiuse. Questi ultimi si trovano lungo tutto il percorso espositivo e anche nelle sale non propriamente dedicate alla mostra, entro supporti di plexiglas. Il problema sorge nel momento in cui, superate le prime sale, anche i pannelli della mostra si trovano entro la stessa tipologia di supporto, disorientando il visitatore, che non riesce più a capire, immediatamente, se si trova ancora all’interno del percorso di mostra o sta semplicemente visitando le sale del Tesoro dei Granduchi.

Inoltre nelle prime sale le opere sono accompagnate da didascalie con il logo identificativo che fa riferimento alla mostra, ma nel proseguo della mostra, le didascalie cambiano visivamente aspetto o mancano del tutto.

Infine, i colori dei materiali con cui sono stati rivestiti gli interni di alcune teche, le basi di opere scultoree e le pareti provvisorie a supporto dei dipinti, non appaiono uniformi: rosso bordeaux in certi casi, viola in altri, senza che lo spettatore sia messo in grado di capire il perché di tale scelta.

Una mostra nel complesso affascinante ed emozionante per ciò che espone e per quali intenti, ma a tratti caotica e non facilmente apprezzabile al pieno del suo potenziale. Peccato davvero che manchino nel percorso espositivo strumenti didattici e didascalici di alto livello, quale, invece, presenta il bel catalogo edito da Sillabe (forse non molto economico, ma la qualità giustifica il prezzo), che riunisce saggi, studi e tavole illustrative delle opere, accompagnate da testi scientifici di valore.

 
 

Leopoldo de’ Medici. Prince of collectors

Translated by Nona Debenham (Istituto Lorenzo de’ Medici)
 
From November 6th until January 28th, 2018, the Leopoldo de ‘Medici, the prince of collectors exhibition, can be visited at the Treasury of the Grand Dukes (the Museo degli Argenti) of Palazzo Pitti, curated by Valentina Conticelli, Riccardo Gennaioli and Maria Sframeli.

On the fourth centenary of Leopoldo’s birth, the Uffizi Galleries dedicate an interesting and fascinating exhibition to him, presenting the most significant and precious works of his immense collection to the public, in one of the most fascinating places of the Palazzo, which was not only the home of the de’ Medici but part of their art collection as well.  The collection to which, thanks to the inheritance collected by Leopoldo’s nephew, Cosimo III, gave a notable contribution and radically transformed it. Placing itself at the forefront of the European panorama for the vastness and variety of the collected works.

The spectator finds himself immersed in this diverse world of riches. From the frescoes, the tapestries and the sculptural decorations of the rooms in the treasure of the Grand Dukes, which frame the exhibition; to the portraits that immortalize Leopoldo in the various phases of his life. From antique busts and sculptures, from medals, cameos, ivories, masterpieces of hard worked stones, precious reliquaries, portraits of small and large format, self-portraits of great artists, to the scientific instruments that belonged to Galileo Galilei, a natural rarity and precious objects coming from the East and from the countries of the new world, to drawings and engravings.

The exhibition is well-planned course between the objects of art and precious shapes and different qualities and broken into different thematic sections based on the type of works on display, however, it leaves the visitor a bit disorientated. What does not make the visit clearly pleasant is the lack of a didactic material that accompanies the exhibition with text geared for the less experienced visitor containing only simple information. The text is only in some rooms; in particular, the beginning of the route, where there are panels that describe the section of collection and the type of exhibited works. The first room gives biographical information on Leopoldo de ‘Medici. Furthermore, it should be noted that other panels which identify the exhibition path, recognizable by the distinguishable logo, instead, illustrate the history of the place and the works enclosed within it. The latter can be found all along the exhibition path and also in the rooms not properly dedicated to the exhibition, within Plexiglas supports. The problem arises when, after the first few rooms, even the panels of the exhibition are within the same type of support, disorienting the visitor, who can no longer understand, immediately, if they are still within the path of the show or simply visiting the rooms of the Treasure of the Grand Dukes.

Moreover, in the first rooms the works are accompanied by captions with the identification logo that refers to the exhibition, but in the continuation of the exhibition, the captions change visually in appearance or are missing altogether.

Finally, the colors of the materials with which the interiors of some showcases were covered, the bases of sculptural works and the provisional walls supporting the paintings, do not appear uniform: bordeaux red in some cases, purple in others, without the viewer being made able to understand the reason for this choice.

An overall fascinating and exciting exhibition for what it exposes and for what intentions, but at times chaotic and not easily appreciable at the height of its potential. It’s a pity that there are no high-level didactic and didactic tools on the exhibition path, which, instead, presents the beautiful catalog published by Sillabe (perhaps not very cheap, but the quality justifies the price), which brings together essays, studies and illustrative tables of the works, accompanied by valuable scientific texts.